1912 – Eleonora Alimenti

Bocca infernal fumida e nera

E ripiena di Morte e di sciagura

Efrem Bartoletti, Hibbing, Minnesota 1912

FIGHTING AGAIN AT CABIN CREEK

By telegraph  to the Freeman

Charleston. W. Va., Aug. 31 — After it was thought that peace had been restored, in the Cabin Creek coal fields fighting broke out again last night and continued today between striking miners and armed guards who are protecting colliery property. Firing was intermittent throughout the night when at least 200 shots were fired. In the meantime Governor Glasscock was informed that the situation was critical and ordered a company of militia to the scene. The soldiers arrived today. Several men were wounded, two of them fatally, it is reported.

 

America.

Suona dolce come una promessa quando pronunci il suo nome: America.

Avevo ventitré anni quando per lei sono salito su un carretto, su un treno che sputava fumo come un toro e infine su una nave enorme. Non avevo visto niente, fino ad allora, solo terra nera d’inverno e verde a primavera come i miei occhi bicolori. L’ultima cosa che ricordo della mia casa è il volto contratto di mia madre: era invecchiato di colpo tra linee profonde di disperazione, le sue lacrime avevano l’odore del mare. Non piangere per me, madre mia: io vado a vivere e un giorno porterò via anche te. Quando la nave è salpata ho guardato la terra allontanarsi e mi disgustava lo sguardo malinconico delle persone intorno a me: avevano facce scure, occhi grandi e dialetti che non capivo. C’era un uomo, indossava un cappellaccio di feltro, se ne stava immobile appoggiato al parapetto a masticare del tabacco colloso. Non lo scalfivano la fame, lo sporco, gli sputi dell’oceano in pieno viso; lo guardavo come fosse un dio, uno dei profeti scolpiti nel gesso che mi avevano terrorizzato da bambino. Dicevano avesse già attraversato l’oceano due volte, andata e ritorno: quanti anni poteva avere un uomo così? Quale storia? Avrei dato tutto ciò che avevo per vivere una vita piena come la sua. Eravamo a dieci giorni di vomito e onde dalle nostre rive quando mi sono fatto coraggio e ho deciso di avvicinarmi a lui: confuso e timido come un bambino sentivo le guance scottare, «Oggi fa un bel caldo, vero?». Ho accettato il suo silenzio come pretesto per osservarlo ed è stata una sorpresa vedere che, in lui, non c’era nulla di eccezionale: aveva zigomi sporgenti e occhi umidi, sepolti in una rete di rughe; le labbra troppo grandi ricadevano fin quasi a toccare il mento sotto un naso curvo e vistoso. In mezzo alla barba si poteva scorgere un brulichio di pidocchi impegnati a mordere, correre, sopravvivere. «Lei è già stato in America.», ricordo chiaramente il modo in cui le sue spalle hanno tremato violentemente, come se lo avessi colpito con un bastone in mezzo alla schiena; ha sputato a terra un grumo di saliva marrone e ha chiuso gli occhi come se ingoiasse veleno, «Sì, sono già stato in America.» Sudavo per l’emozione, avevo sete delle sue storie, «E perché è tornato in Italia?», l’uomo ha sollevato una mano dalle dita ossute e si è battuto il petto, «Il cuore.» Ho sentito il disappunto cadermi addosso come una coperta bagnata: il mio contrabbandiere, l’uomo che mi aveva infuso tanto timore e ammirazione non era altro che un vecchio nostalgico come tutti gli altri. «E cosa ci fa qui ora?», scommetterei di aver visto un sorriso sdentato distendere quelle labbra inespressive, si è battuto di nuovo il petto, «Il cuore: quella megera te lo divora.»

Ricordo distintamente la sua risata, aveva diffuso intorno una nuvola contagiosa di dolore. Ho risentito quel suono e il suo odore -un odore pungente, come di alghe secche, appiccicoso al pari di una medusa- quando due donne hanno urlato che un uomo si era buttato in acqua: lo avevano visto affondare, dritto come un fuso in mezzo alle onde. Aveva i piedi legati, dicevano, indossava ancora il cappello. Senza il coraggio di muovermi sono rimasto nell’aria pastosa sottocoperta, aggrappato al bordo dell’oblò: l’acqua aveva divorato il vecchio, il suo cuore strappato e non aveva lasciato nulla, solo un cappello di feltro come corona sulla sua tomba liquida. Non capivo e per la paura quella notte ho pregato.

Quando siamo sbarcati in America il riflesso nello specchio dimostrava almeno cinque anni di più rispetto a quando ero partito. Ho perso il conto del tempo trascorso in stanze piccole come gabbie, in attesa dei documenti; il giorno in cui hanno caricato i lavoratori sui treni per le miniere eravamo stremati, con le gambe doloranti e i polmoni soffocati. Ci hanno diviso come il grano dalla pula e io mi sono sentito così fortunato a non avere nessuno da dover lasciare, non un’anima per la quale piangere. Il mio destino ormai aveva un nome: Cabin Creek, Minnesota.

Tossisco forte, la luce al neon sopra di me ronza e manda lampi bianco latte tutt’intorno: tutt’altro temporale da quelli che squarciavano le colline. Tiro un respiro lungo che mi rimane intrappolato nei polmoni: avevo immaginato una vecchiaia tranquilla, discendenti forti e un passato migliore di questo. Avevo immaginato di avere qualcuno a cui raccontare l’angoscia che scivola sotto la mia pelle quando il sudore si raccoglie in gocce gelate sulla mia fronte. Il cuore, il mio cuore è ridotto in stracci, divorato, distrutto. Sono un relitto, come quel vecchio che riposerà per sempre sul fondo dell’oceano: sono sopravvissuto tre anni all’America, ma alla fine questo continente ingrato ha avuto ragione anche di me. Cosa mi rimane? Frugo tra i frammenti di memoria, cerco un suolo sicuro, qualcuno con cui parlare, a cui raccontare che sono esistito: io ho carne, questa carne che si staccherà dalle mie ossa in una fossa qualunque. Da ieri notte risuona una voce cristallina e calma, ha un fortissimo accento adriatico e chiama il mio nome: «Camillo.», dice e ripete come un’eco. Ma non c’è nessuno intorno, soltanto un uomo dalle guance scavate, grigio come la pietra; solo dietro le mie palpebre ondeggia un viso rotondo, dall’espressione seria: Nanà.

per Lillie

Ho sempre saputo che saresti arrivata tu a vegliare sulle mie ultime ore, piccola strega, demonio vestito da contadina; abitavi nella casupola in mezzo al podere e per una famiglia senza padre né fratelli avevi imparato a lavorare come un uomo. Quando arrivava l’estate il vento asciutto, rovente, carico dell’odore del grano ti spettinava i capelli dandoti un’aria da selvaggia, come se non appartenessi a quelle colline; potevo stare ore ad osservarti scambiando il mio tempo con uno sguardo severo: «Si sposti, Camillo, la gente ha da faticà.». Ho conosciuto molte donne, Nanà, e nessuna somigliava a te: tu sei sempre stata più resistente alla mia determinazione di una madonna in cima ad un altare. Ti ho avuta una volta sola, accolto pesto ed ubriaco nella tua casa: mi sono aggrappato a te come a una croce, avevi mani calde, morbide e braccia forti per sostenermi. Nei tuoi gesti c’era una dolcezza sconosciuta nella quale il mio cuore ha  galleggiato come nel grembo di una madre: «Tu non hai pace», hai sussurrato al mio sonno, «E vieni a chiedere la mia.» Lascia che ti parli adesso, da questo materasso che gocciola gli umori del mio corpo: mi sei rimasta solo tu. Il modo in cui mi hai amato non somiglia a nessun altro, il modo in cui mi ami adesso ti porta da me.

La prima volta che ho camminato dentro una miniera mi è sembrato di scendere all’inferno: vestiti ruvidi addosso, un fazzoletto umido sul naso e una piccozza pesante che mi schiacciava le spalle. Salivano fumi da ogni parte e non si vedevano che gli occhietti dei bambini davanti alla carovana di uomini ansimanti; non puoi immaginare quanto faccia caldo, dentro una miniera, piccola Nanà. Non puoi immaginare la tristezza dei canti degli anziani che, ancora in forze, si mescolavano alle nostre fila. Giorno dopo giorno ho lavorato fino allo stremo delle forze per riscattare questa vita, troppo stretta, buia ed angusta; come unico compagno avevo un canarino dalle piume impolverate. La cosa peggiore era la fame che a metà giornata strappava ogni altro pensiero, il sudore, il puzzo di piscio, l’umidità che colava in testa goccia a goccia, e ci spingeva ad avventarci su un pasto da cani come fosse un banchetto nuziale: ero affamato, intisichito, ma libero. Avevamo del denaro che non sapevamo come impiegare: troppo poco per vivere, troppo per spenderlo in sigarette al sapore di carbone. Quel gusto di pietra e legno, si era posato su tutto: lo sentivo sulla lingua come una patina densa, dentro le narici asciutte e doloranti.

Sale la febbre, comincia dai piedi improvvisamente gelati, percorre il mio corpo palmo a palmo come un’amante avida; continua da giorni, oggi credo che mi prenderà, sento già le labbra e la testa bruciare del suo respiro rovente. Ti ricordi ancora il volto con cui ti ho lasciato? Ti ricordi quel giorno, Nanà? Mi guardi dall’abisso nero della mia cecità e non rispondi. Tu ascolti, ascolti soltanto, ma non ti preoccupare: io ricordo tutto per entrambi.

Sei sempre stata orgogliosa, in modo terribile ed intransigente. Quando sono venuto a salutare tua madre sei rimasta sulla soglia: sbucciavi delle fave, gli occhi trasparenti fissi sulle dita, e spremevi fuori da me ogni goccia di rimpianto. Mi manca la tua voce, Nanà, eppure la sento sempre: sei il mio delirio. Nella febbre il lamento arido del vecchio che mi muore accanto è la melodia che canticchiavi a bocca chiusa per farmi addormentare.

Ho avuto una donna americana, Nanà. Ha la pelle liscia e i capelli dello stesso colore del grano maturo: diceva di non aver mai visto qualcuno come me. Stava stesa sul letto ad esaminare i miei occhi per ore, mentre io imparavo a memoria le curve e le ombre del suo corpo: sono davvero le donne più belle del mondo. Tornava ogni settimana, stretta al fianco di suo marito di giorno, di notte nel fondo della lussuria con me: si chiama Amanda, non ti somiglia. È candida e luminosa come il paradiso, ha gli occhi di un azzurro puro: non ho mai capito perché abbia scelto proprio me, un diavolo nero, seduto a fumare sull’orlo di un abisso. All’inizio della malattia l’ho vista riposare le sue ali d’angelo su una sedia accanto al mio letto; col tempo, però, la benedizione di quelle visite è diventata solo un ricordo privo d’emozione.

Quando è cominciato? Possibile che io non possa tornare indietro? Nanà, aiutami, Nanà! Apro gli occhi in un parossismo di dolore, mi aggrappo con le dita alle coperte e riesco a sollevare il torace. Così va meglio, così posso respirare. Il cuore mi impazzisce nel petto, rimbalza ovunque: sono giovane, così giovane! La lingua impacciata e asciutta si muove nella mia bocca ricordandomi i denti che ho perso, le labbra aride; emetto un suono gracchiante per risata: baceresti una bocca così? Sì, sì, tu lo faresti, sento gli occhi inumidirsi e una lacrima solitaria cade sulla coperta ruvida.

La mia fine è iniziata dopo la grande esplosione: era pomeriggio quando dentro il tunnel tutto è diventato buio, nero fumo, denso al punto da non poter respirare. Ho corso, camminato, strisciato, senza sapere cosa o chi stessi calpestando: luce, aria, era tutto ciò che chiedevo. Non ricordo per quanto tempo sono rimasto a terra, sotto la pioggia, non più vivo dell’uomo col cranio schiacciato che giaceva sotto la trave caduta subito dietro di me: il suono umido, come olive spremute in un frantoio, mi aveva annientato. La tosse è arrivata lenta, inesorabile: il suo carico di materia nera e maleodorante si è accumulato dentro di me come farebbero tristezza e rancore. Ho lavorato, fino a quando mi è stato possibile, mentre intorno scoppiavano rivolte e scioperi che mi lasciavano indifferente; sapevo troppo bene che da quest’infermeria non c’è ritorno. È la porta dell’inferno, dove noi corvi spossati ci posiamo a morire.

Ogni respiro è un tiro alla fune tra me e il demonio. Lo vedo lì, seduto sul mio torace, ride e ride. Ogni scampolo d’aria che strappo alle sue mani è una preghiera che porta il tuo nome. Nanà, Nanà…

«Fatte la nanna, lu coccu de mamma, chè vinutu lu vabbu tò t’ha rrecato lu spassapensè, fatte la nanna lu ciunciuru mè. Ciunciuru mè, fatte la nanna ch’è vinutu lu vabbu tò t’ha rrecato lu spassapensè fatte la nanna, lu ciunciuru mè!», sento la tua voce, spalanco gli occhi e il diavolo non c’è più, non più freddo, né dolore. La luce dolce della candela che brucia nella tua stanza ti colora il viso: non sei invecchiata un giorno, piccola Nanà. «Sono morto?», la voce con cui te lo chiedo non sembra nemmeno la mia, sollevo una mano per toccarti una guancia, sapere che sei davvero con me. Il gesto resta a mezz’aria quando mi rendo conto della mia pelle giallastra, dei muscoli svuotati: resto lì, paralizzato dalla vergogna, appoggiato ai tuo fianchi ancora floridi come ricordavo. Posi le labbra rosa su quello che resta delle mie dita, «Chiudi gli occhi, americano. Sei a casa, va tutto bene. Chiudi gli occhi e riposa con me.»

Mi hanno sepolto in un luogo senza dio, Amanda non è più tornata, mi chiedo se un giorno tu saprai la verità. Sono stato nella morte, Nanà, l’ho amata e somigliava a te.

di Eleonora Alimenti

disegno di Annalisa Castelli

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese: Agosto viaggiano nel tempo: ogni racconto ruota intorno a una data specifica da cui gli scrittori si sono lasciati ispirare.

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