1972, Un tramonto – Chiara Aquino

12 ottobre 1972

«Ultima chiamata per il volo 571 diretto a Santiago del Cile.»

Graciela si alza con cautela dalla sedia, afferra i bagagli e si incammina verso il lungo corridoio di luce che conduce all’esterno dell’aeroporto. Lancia un’occhiata all’orologio: le sette e quarantadue. Prima di sera arriverà dalla sua bambina, chissà se sarà contenta nel vederla giungere così presto. Se la ricorda con gli occhi grandi e curiosi intenti a scrutare il mondo, e ora si porta sulle spalle ben venticinque anni di esistenza. Ormai è cresciuta, deve riconoscerlo. Ѐ una donna, e merita la lontananza che deve intercorrere tra genitori e figli nel momento in cui i secondi transitano verso la stagione della maturità e i primi verso quella della seconda infanzia.

Il sole fa capolino da dietro un edificio color mattone. Fino a ieri, ogni mattina, scorgendolo dal finestrino dell’autobus, aveva pensato a quel disco incandescente come una lancetta a scandire con ritmo costante, seppur indefinito, le sue giornate; fino a ieri, ogni mattina, le pareva stesse cominciando un giorno uguale a un altro, sempre replicato. Provava la strana sensazione di vivere una realtà onirica, in cui i contorni erano sfumati e i pensieri meno pungenti. Portava nel petto un gomitolo disordinato di sentimenti. Quelle ultime quarantotto ore tuttavia erano state diverse: Lucia aveva saputo spezzare la rete di grigie abitudini che sua madre, in anni di solitudine, si era accuratamente cucita attorno. Graciela posava sulle sagome scure della città il suo sguardo leggero e inconsistente come polvere: il sole si accingeva a coricarsi, mostrandole già le sue gote un poco arrossate, quando le era squillato il telefono, alle otto e ventidue. Un uomo dai capelli radi si dondolava su una sedia a dondolo di vimini, fuori dalla terrazza, e si portava un sigaro alle labbra, lapillo di fuoco nell’ombra. Lei aveva risposto. Lucia, con una voce quanto mai raggiante, le aveva annunciato che si sarebbe sposata, dopo i successivi sette giorni che la separavano dal prestabilito. Non erano trascorsi nemmeno trenta secondi che Graciela si era sentita pizzicata da una lieve e vacillante felicità, e non aveva più saputo camminare diritta. Le ore erano fuggite con rapidità maggiore di quanto non si ricordava fossero in grado di fare, nonostante la sua nevrotica tentazione di controllare regolarmente l’orologio, la sua mania di imprigionare il flusso continuo del tempo in istanti di immobile logicità. Il giorno seguente a quella sera si era alzata alle sei e diciotto, era passata dalla redazione, dove aveva insistito affinché le fosse concessa una settimana di ferie, non senza grosse lamentele della sua responsabile, a cui lei era risultata indifferente. Si era precipitata all’aeroporto di Montevideo, e alle undici e ventinove aveva acquistato l’ultimo biglietto per il volo del giorno seguente. Aveva comprato un mazzo di fiori e un vestito nuovo. Alle sette e dodici aveva aperto la valigia, quindi aveva iniziato a piegare con cura il vestiti. Aveva osservato il cielo, che quella sera era velato da un sottile strato nebuloso. Alle sette e cinquantatré aveva chiuso la cerniera della valigia. Alle otto e trentadue aveva divorato una minestra di fagioli, alle nove e due lavato i denti, il viso. Si era pettinata, lentamente, e alle dieci e sedici minuti aveva posato le pantofole accanto al suo lato di letto, l’unico occupato da una ventina d’anni, e si era sdraiata. Graciela aveva imparato a calcolare i suoi tempi in una moltitudine di tragitti percorsi correndo, in perenne rischio di ritardo, poi mai risultato effettivo. Si compiaceva, tra sé e sé, nel constatare la sua cavillosa precisione nel portare a termine le missioni che le assegnava la vita, e la sua ingegnosa e astuta capacità nel trovare stratagemmi utili ad evitare gli ostacoli, anche i più insignificanti, che le avrebbero impedito di farlo. Antagonista del trascorrere insidioso dei giorni, oltre che degli istanti, Graciela lo era anche di professione: scriveva infatti modeste rubriche stracolme di consigli di bellezza, rivolte a un pubblico prevalentemente femminile ed intimamente terrorizzato dagli anni che passano, tracciando solchi irremovibili sul viso ed invisibili nel cuore. Ester le diceva spesso che i loro lavori erano cugini, l’una a rimettere a nuovo gli oggetti, l’altra le persone, entrambe dipingevano illusioni, di rinascita, o di eternità, questo a seconda dei punti di vista. Ester aveva le mani rovinate dall’usura e dai detersivi, eppure continuava a pulire quegli uffici spigolosi, con una dignità cristallina e l’altezzoso orgoglio che la contraddistingueva. Amava il suo lavoro, questo era certo: togliere via lo sporco e ciò che non andava la aiutava a far risplendere un poco anche la sua vita. Così diceva spesso a Graciela, e forse era l’unica a saper ritrovare l’equilibrio che tra gli sconvolgimenti storici, politici, sociali, tra tutto quel gran casino che la circondava, li circondava tutti, la maggior parte di loro aveva perso, chissà in quale piega del loro respiro.

Le sette e quarantaquattro. Graciela si ferma un attimo per allacciare una scarpa, prima di inciampare. Chissà perché nella vita debba sempre accadere qualcosa che ci porti a mettere le mani avanti, quando procediamo. Camminando svelta nel corridoio, guarda l’uomo accanto a sé, e i suoi occhi pieni di vento. Nelle ore di attesa in aeroporto le aveva raccontato di essere nato marinaio e di esserlo stato per lungo tempo, dopo la sua nascita. Aveva varcato gli oceani, distese di ottanio inoffensive, al sorgere del sole, enormi e incontinenti masse d’acqua furiosa, nelle nottate di tempesta. Non aveva mai avuto una moglie, ma aveva sottratto giorni alla speranza, scovando una terra meravigliosa in ogni suo viaggio, e scovandola prima di quanto ognuno avesse previsto e potesse prevedere, grazie alla sua capacità di divorare profondi tratti di mare in poche ore, complice ormai dei venti e le correnti marine.

Quell’uomo le ricorda un poco Carlos nell’attimo prima di scomparire, ha lo stesso sguardo terrorizzato di chi sa di poter perdere tutto da un momento all’altro. Carlos sapeva che andandosene avrebbe perso la gioia di essere padre, eppure se ne era andato, era uscito dalla vita di Graciela e della loro bambina, al compiere dei suoi tre anni.  Lucia, dal canto suo, aveva sempre evitato di reclamarne la presenza e di chiedere sue notizie, al di fuori del nome di battesimo, del taglio degli occhi, del suo modo di dormire. Chissà se se lo era immaginato in silenzio, tra le lenzuola, la sera, a raccontarle una storia e accarezzare la sua piccola fronte, prima di addormentarsi; Graciela talvolta aveva sentito gemiti provenire dal suo piccolo corpicino addormentato.

Lei e l’uomo affrontano diciassette passi insieme, poi si salutano, attratti da due diverse mete. Graciela si avvicina al metallico gigante alato. Sceglie il posto accanto al finestrino: è quello che preferisce. Per fortuna quel ragazzo dalla barba incolta l’ha lasciato libero.

Le sette e cinquantasette. L’areo si stacca lentamente dal terreno, come volesse fargli una carezza, e si alza verso il cielo, grigio e cupo. Graciela lo osserva, osserva lo spazio tra sé e la terra ampliarsi sempre di più, i centimetri accumularsi, fino a che la strada diventa una linea sottile, le automobili delle formiche in fila nel formicaio cittadino. Stacca lo sguardo dal finestrino, lo posa sulla ragazza che le passa a fianco; le chiede se desidera qualche bevanda, le mostra diverse cibarie; ringrazia, e fa cenno di no con la testa. Estrae il libro dalla borsa, lo apre a pagina ottantadue, e comincia a leggere:

Le edad nos cumbre como la llovizna,

interminable y árido es el tiempo,

una pluma de sal toca tu rostro,

una gotera carcomiò mi traje:

el tiempo no distingue entre mis manos

o un vuelo de naranjas en las tuyas:

pica con nieve y azadon la vida:

la vida tuya que es la vida mía.

 

L’età ci copre come la pioggerella,

interminabile e arido è il tempo,

una piuma di sale tocca il tuo volto,

un gocciolio ha consumato il mio vestito:

il tempo non distingue tra le mie mani

o un volo d’arance nelle tue:

morde con neve e piccone la vita:

la tua vita che è la vita mia.

 

Graciela sente uno scossone, un vuoto nello stomaco, si volta: il ragazzo al suo fianco dorme. Continua a leggere:

 

La vida mía que te di se llena

de años, como el volumen de un racimo.

Regresaràn las uvas a la tierra.

 

Y aún allá abajo el tiempo sigue siendo,

esperando, lloviendo sobre el polvo,

ávido de borrar hasta la ausencia.

 

La vita mia che ti ho donato si riempie

d’anni, come il volume di un grappolo.

Ritorneranno le uve alla terra.

 

E persino là sotto il tempo continua ad esistere,

ad aspettare, a piovere sulla polvere,

avido di cancellare persino l’assenza[1].

 

Graciela pensa un attimo, riflette la sua vita nelle parole stampate. Chiude il libro, ne accarezza la copertina ruvida, e chiude gli occhi. Dopo qualche minuto, si addormenta.

Le dieci e cinquantasei. Apre gli occhi di soprassalto, svegliata da una voce metallica. Il pilota annuncia che l’aereo sarà costretto ad atterrare a Mendoza, a causa del cattivo tempo, e che il viaggio riprenderà il giorno seguente. Delle gocce puntinano i vetri, si sente il respiro del vento, anche se ovattato dalle chiusure ermetiche dei finestrini. L’aereo accenna una curva, e lentamente comincia a perdere quota, mentre le formiche cominciano ad ingrandirsi ed assumere diversi colori, la loro velocità aumenta in modo proporzionale al loro volume, l’illusione svanisce e le strade ritornano strade, quali sono sempre state, le auto auto e gli edifici tornano a far finta di toccare il cielo, incuranti dell’enorme distanza che li separa. L’aereo si ferma. Graciela appoggia il maglione sopra la testa per coprirsi, fuori l’acqua scende a scrosci rumorosi e pesanti. Prende la valigia e si dirige verso l’albergo. Nella stanza, si toglie i vestiti bagnati, ripone le valigie in un angolo. Passa il resto della giornata in stanza, il tempo non permette passeggiate turistiche e i viali sono occupati solo da macchine e pochi coraggiosi armati di ombrello. Alle otto e ventidue ordina la cena, e consuma la portata osservando il cielo ancora scuro. Il muro d’acqua si è fatto meno spesso, forse domani al suo risveglio l’accoglierà il sole.

tramonto (per Chiara)

13 ottobre.

Ore quattordici. Graciela non ha ancora pranzato. Ѐ da questa mattina che li fanno aspettare, non dicono nulla di certo, Graciela ha sentito solo qualche stralcio di conversazione tra il pilota e il copilota, parlano con la centrale, poi con altri piloti, dicono che forse non si può partire, il tempo è ancora incerto, forse li faranno tornare indietro. Tutti i passeggeri sono raggruppati insieme su di una porzione di asfalto, come fosse l’unica rimasta sotto i loro piedi, si volgono ansiosi verso i due uomini, cercano di carpire una risposta dalle loro labbra in movimento, interpretano sussurri, gesti, parole.

Alle quattordici e trentadue arriva la risposta, si parte. I muscoli si rilassano e cala di nuovo il silenzio, mentre con movimenti rapidi le persone ricompongono i loro bagagli per metà disfatti e se li appoggiano sulle spalle, incamminandosi uno dietro l’altro.

Ore quindici e otto. L’aereo vira verso ovest, chissà cosa si trova al di sotto di loro. Il sole splende e il cielo è azzurro, sopra il tappeto di nubi che fa da sipario sul mondo. Alle quindici e ventiquattro, l’aereo vira di nuovo, il pilota annuncia l’avvicinamento all’aeroporto di Santiago. L’uomo accanto a Graciela, con un accenno di sorriso, comincia a riporre nello zaino gli oggetti che aveva con sé. Graciela si sporge un poco e aguzza lo sguardo oltre le sue spalle robuste, ma la visuale è coperta dai nembi grigiastri e fumosi. Improvvisamente sente un balzo, l’aereo scende velocemente, sono nel centro della turbolenza, il tamburellio sui vetri diviene assordante. Superando le nuvole, si scorge un immane muro roccioso a poche centinaia di metri. Decine. Graciela ha un sussulto, un urlo le si blocca in gola, sente un forte schianto, poi l’aereo comincia a ruotare. C’è fumo da tutte la parti, le si chiudono gli occhi, nella penombra Graciela sente grida lontane, urti, scossoni, poi più nulla.

E’ buio. Fa freddo, molto freddo. Graciela apre gli occhi, e lentamente mette a fuoco le ombre che la circondano. Ha di fianco l’uomo che le era vicino sull’aereo: trema e ha gli occhi gonfi di lacrime. Dei corpi giacciono a terra, alcuni privi di arti, altri coperti dal sangue, altri ancora piegati in posizioni innaturali. Corpi privati della loro umanità, divenuti gelidi ammassi di carne ed ossa. Le espressioni contorte sono vivide di paura, lo sguardo ormai assente e innaturale, le rigidità dei movimenti congelati in un istante di smarrimento. E’ tutto bianco intorno; la neve, candida, sembra voler cancellare le orme della morte che pesa sui loro volti. La distesa pallida assorbe il sangue fuoriuscito dalle carni, disegnando bicolori quadri impressionisti sulla tela di quel tratto di mondo, macchie rosse come i papaveri di Monet. Graciela distoglie lo sguardo, la vista di quei poveri ragazzi la lascia senza respiro. Chiude gli occhi, li riapre: sopra la sua testa si staglia un cielo infuocato e impavido che come sempre non ha timore di mostrarsi nella sua nudità, seppur interrotto da brevi tratti di monti. Il tramonto possiede una carica malinconica e spiazzante che poche cose hanno nella vita. Graciela si chiede cosa le comunichi, a cosa assomigli quella fulva linea che confina, sfumandosi, con la notte bluastra. Un uscio spalancato o una porta serrata? Un’ unione o un allontanamento, un ricordo o una speranza, l’amore o la morte? Forse entrambe le cose.

Graciela perde lo sguardo lontano, tra le nuvole, sente il battito spegnersi pian piano. Socchiude le palpebre, immagina il volto di sua figlia, per un’ultima volta, la tiene stretta nei suoi pensieri, così non la perderà.

Ciao Lucia, chissà cosa stai facendo in questo momento. Sai, stavo pensando a te, piccola mia, quanto sei cresciuta! Sei arrivata a un punto della tua vita da cui non si torna indietro, e io sono fiera del coraggio e l’entusiasmo riposto nella tua scelta. Sei sempre stata il mio fiore, ma ora stai sbocciando, mentre io col passare dei giorni continuo ad appassire. Da quando papà se n’è andato, ho cominciato a contare i minuti illudendomi di controllare il loro scorrere sopra i miei passi incerti, non accorgendomi che ero io quella che ruotavo intorno, e loro quelli che proseguivano. Ho desiderato che tutto si fermasse e che io potessi rimanere per sempre con te tra le mia braccia… una pretesa egoistica, certamente, ma cerca di capirmi, eri l’unica luce che mi era rimasta. Il tempo per fortuna è stato più saggio, e ti ha reso una donna alta e forte. Tu sei riuscita a non cadere nel mio stesso sbaglio, e al contrario di me, hai preso in mano il timone della tua vita, senza temere quello che ti sarebbe venuto incontro, accogliendo qualunque evento con la serenità che hai sempre portato nel petto. Volevo dirti che ti ammiro, e che sono davvero fiera di te, e poi volevo dirti che ci sarò, il giorno del tuo matrimonio, anche se non mi vedrai, giuro che ti osserverò sfilare tra quel colonnato di sguardi curiosi, nel tuo abito bianco, e che sarò felice.

Stasera hai visto com’è rosso il cielo? Mi ricorda il tuo volto dopo aver ricevuto i tuoi primi complimenti da un ragazzo, non sembra passato poi così tanto, così tanto da quando al buio ci stendevamo sulla terrazza ad ammirare la volta scura. Stasera guarderò le stelle insieme a te.

Buonanotte Lucia, buonanotte.

Ciao mamma, chissà dove sei in questo momento, secondo me stai già per prendere l’aereo; l’altro ieri mi hai detto che saresti arrivata al più presto, ma io ti conosco, mi vorrai di sicuro fare una sorpresa. Ho un po’ paura, sai? Sono felice, non intendo quello, sono sicurissima di voler sposare Alberto, sono sicurissima della mia scelta. Solo… ecco… mi sembra un po’ come un uscio spalancato, che poi si chiuderà alle mie spalle, capisci? Un inizio, ma una fine, per intenderci. Sarò una persona diversa. Forse. Vorrei tanto che tu fossi qui. Fa un po’ freddo, stasera.

Non vedo l’ora che tu arrivi, anche se dovessi avere impegni, anche se dovessi arrivare all’ultimo, so che quel giorno ci sarai: vedo già il tuo sorriso splendente, il tuo sguardo comprensivo e affettuoso posarsi sul mio corpo rivestito di tulle bianco. Sarai bellissima, lo sei sempre stata, anche se negli ultimi tempi avevi un po’ il volto stanco, e lo sguardo spento di chi sta per arrendersi.

Stasera c’è un tramonto stupendo, spero lo possa vedere anche tu; so che ti piace osservare il cielo, soprattutto a quest’ora. Quando calerà il buio, sarebbe bello guardare le stelle insieme, come facevamo quando ero bambina. Sai, a volte pensavo che da una stella potesse scendere papà, però poi non è mai arrivato, ma non importa, non importa se ci sei tu con me. Ci vediamo presto.

Buonanotte, mamma.

 

[1] Le edad nos cubre como la llovizna, Pablo Neruda

Traduzione di Roberta Bovaia

di Chiara Aquino 

disegno di Elena Galofaro

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese: Agosto viaggiano nel tempo: ogni racconto ruota intorno a una data specifica da cui gli scrittori si sono lasciati ispirare.

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Inquieta e fino alla fine speri in un finale diverso… Bello, ma provante…

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