Autobiografia di un arbusto – Ambrogio Arienti

Fui;
mi fu concesso il lusso di essere, che è piacevole illusione. Ora non sono, o peggio: non sono vivo ma sono, e son dannato. Non ricordo il giorno in cui le terre screparono per accogliermi, ma credo non sia un particolare di gran conto.

Parlo – se si può dire che stia parlando, dal momento che son fronde a farmi da labbra – perché mi sento solo. Si dà il caso che anche un improbo possa sentirsi solo, specie quando è forzato a vivere in uno sterpeto dove la migliore compagnia è composta dal terzetto delle Arpie, il cui orribile corpo d’uccello mi perseguiterebbe nel sonno, se soltanto potessi dormire. Questo è il modo in cui riesco a illudermi di dissimulare l’attesa nervosa del passaggio degli empi scialacquatori e delle cagne che li tallonano e li talloneranno ab aeterno, scorticando i nostri tronchi e sbriciolando le nostre braccia nodose. In pratica, m’alleno a raccontare la vita che ho vissuto prima d’esser stato tramutato in un vegetale (quando si dice la misericordia di dio), sia mai che passi un altro mortale dalla penna svelta per questa selva. Sarei ben lieto d’essere scerpato da uno sconosciuto, se in cambio mi venisse permesso per un istante di intrattenere con il detto individuo uno scambio di parole.

Ebbi la sfortuna di precipitare in questo luogo in maniera del tutto casuale – com’è usanza – e in seguito germogliare nella dolorosa foresta infernale, ossia lo sterpeto che florido e sinistro cresce nel secondo girone del settimo cerchio, e da qui mi dolgo e sussurro al nulla, mio caro interlocutore. Ma prima della svolta d’oltretomba sono stato un uomo, un essere vivente in piena regola. Nacqui una quarantina d’anni fa da una relazione adulterina e non m’è congeniale l’idea di scendere più in profondità circa la descrizione del mio concepimento, e sarò riassuntivo il più possibile per quanto riguarda la mia infanzia e adolescenza. Oramai non ho più un corpo di carne né mai potrò rindossare la mia pelle, dunque non mi pesa affermare e accettare d’essere nato per un semplice errore di calcolo; con un po’ d’accortezza in più mio padre, tuttora per me senza volto, avrebbe potuto evitare una tediosa scocciatura. Cominciai il mio percorso in salita e pare che l’ascesa mi abbia fruttato poi la caduta presso uno dei luoghi più bassi del creato, senza contare che non riuscii a cavare uno straccio di piacere – nemmeno il più effimero – dalla mia breve esistenza. Decisi d’emanciparmi svelto svelto dopo aver passato un’infanzia alla corte d’una madre abbandonata dal suo grande amore, lanciandomi alla ribalta solo, desolatamente solo. A diciotto anni passavo di ostello in ostello ed ero perennemente alla ricerca di una sistemazione più o meno fissa, che trovai solamente attorno ai vent’anni, stabilendomi nella casa di una ragazza che ero riuscito a soggiogare. Lei mi amava di un amore cristallino e avrebbe potuto fornirmi un appiglio per non affogare, ma tra noi si frapposero i miei eccessi; da anni portavo avanti una certa sperimentazione nel mondo delle droghe, che sfruttavo per cercare di perdere i legami con il tessuto della realtà, che ho sempre trovato costrittivo e asfissiante. Facevo di tutto per sfocare il mondo che avevo di fronte agli occhi, la cui bassezza allo stesso tempo mi commuoveva e faceva incollerire. Non le ci volle molto per capire che non sarei mai riuscito a mantenere una buona condotta di vita, d’altronde non penso sia esagerato affermare che vivevo come sospeso sull’orlo di un abisso. Quando cercava d’offrirmi un lavoro, mi chiedevo perché avrei dovuto cercare di guadagnare denaro che non volevo tra le mani, quando cercava di offrirmi il suo amore, ero incapace di restituirlo e anzi mi terrorizzava l’idea che un frammento del mio cuore potesse legarsi al suo; sapevo che prima o poi ci saremmo divisi e l’avrei persa, il che mi terrorizzava e mi portava a sviluppare degli incubi orribili. A quel tempo percepivo più d’ogni altro la caducità d’ogni cosa, particolare di cui tutti sono coscienti e che in qualche modo si riesce sempre a dissimulare; io ero nato incapace di farlo.

Si sa, sotto la luna tutto è mortale. Era questa idea a darmi le vertigini. Nei momenti di vuoto, che erano frequenti e insopportabili, gravava su di me il pensiero d’essere non soltanto qualcosa di opaco, ma di non aver meritato una vita tanto grigia. Fin dalla nascita avevo sopportato il peso d’una cattiva stella, avevo fallito in ogni cosa ed ero sicuro d’aver ereditato non so come una naturale predisposizione al fallimento. Il sole cedeva il passo alla luna e rimanevo desto più o meno per tutta la notte per ricacciare nell’armadio i demoni del sonno. Leggevo, lo facevo per cercare di riempire le sorde ore della notte, che dovevo scontare in veglia. Lessi poemi epici che narravano delle gesta d’eroi lontani dal mio tempo, grandi opere d’ogni secolo, mi rifugiai infine nella lettura di nicchia, scoprendo i nomi riservati ai più meticolosi e accorti. Finché riuscii a trovare asilo nella casa della ragazza, potei rubare i libri dalla sua biblioteca. Poi la situazione, com’è facile intuire, si complicò e le mie notti diventarono ancora più dense e orrende. Mi toccò trovare un’altra sistemazione, ma a dirla tutta cambiai più volte domicilio; ogni volta finivo in un luogo più sporco e in un alloggio più misero, ma non mi importava. Non mi importava di niente, perché a ogni ora del giorno bussava contro le mie meningi il solito, indimenticato pensiero: avrei dovuto morire come ogni persona prima di me; se soltanto avessi osato creare qualcuno, intendo procreare un individuo a mia immagine e somiglianza, avrei commesso un barbaro crimine. Mettere al mondo una creatura per poi vederla crescere, crescere fino al punto di svolta, il periodo della vita dove i padri muoiono e si cominciano a sentire gli anni sulle spalle, dove si prende coscienza del proprio destino che prima si era riusciti a confinare in cantina con il vino d’annata e le biciclette di quando si era bambini. Ai miei occhi era terribile pensare di avere una buona possibilità di morire poco dopo aver visto negli occhi del proprio figlio la convinzione di dover avere la stessa e amara fine. Un abisso, era questa l’idea più convincente che avevo sviluppato in anni di riflessioni sulla vita e la morte. Un abisso insondabile e del colore delle tenebre.

Un uomo soffre in maniera sensibilmente diversa quando è sicuro di non aver la minima speranza di salvezza o redenzione. Si prova un sentimento amaro, profondamente collegato a un sentore d’ingiustizia e ci si sente alquanto spaesati, specie quando si pensa che un tal dio ci abbia creati per seguire un assurdo disegno imperscrutabile di bellezza e bontà, salvo poi far marcire i più in una burella scavata da un orribile marchingegno maligno. Un tempo presi in considerazione l’idea che l’oltretomba fosse stato creato da Dante Alighieri e fluisse direttamente dall’inchiostro della sua penna, magari ancora operativa sotto la lastra che lo ospita in Ravenna, e francamente non trovo che l’ipotesi sia meno plausibile dell’accettazione dell’esistenza del dio di cui sopra – che, a ogni modo, non perde occasione per ricordarci che è presente, pronto a flagellarci per diletto o noia. Ora che sono qui, non posso che dire che forse le due possibilità si sono fuse in qualche modo, malgrado mi sia impossibile divulgare sulle riviste più illustri le mie scoperte, né mi sia più facile vendere la mia testimonianza a chissà quale testata internazionale. I morti non parlano, s’usa dire.

Ad ogni modo, avevo venticinque anni quando decisi di non voler più partecipare al gioco dell’oca. Ero stanco di arrovellarmi circa questo problema irrisolvibile fino a farmi venire mal di testa tanto ero stanco degli eccessi a cui mi costringevo per alienarmi dal mondo sensibile. La mia scelta non era una soluzione, ma perlomeno mi permetteva di uscire dalla fase di scacco in cui ero stato confinato per un quarto di secolo. Avevo una vita complessa e dolorosa, il passo che avevo studiato era clamorosamente semplice e avrebbe comportato poco dolore.

Quel giorno legai a una trave del soffitto mansardato della casa d’un amico che mi stava ospitando una corda, fabbricai un cappio e m’issai su una sedia scricchiolante; poi tirai un calcio risoluto all’appoggio.

Sarei un bugiardo se dicessi d’aver scelto bene, ma tuttora non riesco a trovare una soluzione. E’ questa la mia vera pena infernale e forse quella di tutti, il rimestamento eterno d’una vita breve.

di Ambrogio Arienti
disegno di Annalisa Castelli

N.B. Il Vizio del mese è: Biografia; ci abbiamo provato, a parlare della vita, reale o immaginaria che sia.

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