Estrapolazione – Fepa

Tentativo biografico n°10010101

<meta-keyword:“Le parole degli altri creano discorsi autobiografici”>
Ai miei genitori

Motivi dell’autore: sovrapposizioni <!–per l’editore, o forse solo per me–!>
Non posso prescindere da questo: dalla sua abilità nello smascherare le parole nascoste, fatte nel modo in cui sono fatte tutte le parole, celate dietro facciate inespresse di inespressi segreti umani: di silenzio, di esitazione e ripensamenti.
Ora i ripensamenti sono solo miei, nel tentare di scrivere la sua biografia: la biografia del padre stilata dal figlio. Ci può essere qualcosa di più scomodo? Ricreare la vita di chi per noi l’ha generata: ogni padre è come un dio, e Dio non si può raccontare.
Ogni vita poi, non è mai una vita sola, sono respiri incrociati, che si sovrappongono e alternano fino a sfumarsi via, come dei colori annacquati. Succede sempre che si viene sostituiti, o peggio, si sostituisce.
Non posso permettergli di andarsene, mi sentirei meno vivo, il dolore della perdita in confronto non mi fa così paura. Non perdonerei mai a me stesso la sua sostituzione; resta attivo il database dei ricordi nella mia memoria interna.

Per non dimenticarlo. Per non disperdere una disperazione… scrivo.

Proposta di Indice <!–le biografie hanno un indice? Meglio senza titoli? Forse bastano i numeri per ordinare una vita–!>
Cap. 1: Autenticità primordiale: quando tutto è ingenuo e pericoloso. Amore.
Frammento n.2 in Apparato
Cap.2: Disequilibrio emotivo: quando ci si perde nel nulla, si smette di sentire.
Frammento n.3 in Apparato
Cap.3: Umana sovrapposizione: quando il dolore si copre di cuciture e germogliano malinconie.
Frammento n.1 in Apparato
Cap.4: Apparente rinascita: quando si dimentica la paura vissuta, solo per restare, ancora, ancora, ancora, ancora…
Frammento n.4 in Apparato

Apparato: sacralità di frammenti – catalogati in ordine di ritrovamento.
Frammento n.1
12/04/2087 – quattro anni dopo la perdita
Non c’era più la guerra, ma nascosta si faceva ogni due persone, in alternanza. Una malattia sotterranea che si tentava con perseveranza di attenuare. Si rimuoveva dal pensiero l’angoscia dell’esistenza e si procedeva, canticchiando nel cervello melodie di prima mattina. Non c’era la guerra ma bombardavano intorno, fra le case e i giardini privati, lungo i viali delle strade del centro, nei cortili delle scuole. I granelli di polvere e i raggi del sole continuavano a non fare rumore, anche in mezzo al caos degli spari. I muri bianchi dei palazzi come specchi, a immortalare esplosioni di silenzi. La vita dopo era la mia vita: era tutto un ricostruirsi di pezzi, di parole, di immagini; la città che si ricreava su se stessa e le persone. Certi momenti erano fatti solo per raccogliere altri momenti: dei meta-momenti… ma era solo quando ci si accorgeva di essere nulla che allora si era liberi davvero, bastava trovare il tempo di iniziare a essere altro.

Frammento n.2
Maggio 2080 – la rivoluzione robotica
Come degli involucri ci proteggevamo dietro scudi di metallo; noi dentro non eravamo altro che meccanismi di rotelle, fatti però ancora di pelle e di sangue, sempre pronti alla putrefazione. Capitava spesso che ci consultassimo su quanto fosse fenomenale poter parlare di sentimenti di morte pur non avendoli mai assaporati. Buffo, sono solo i vivi che parlano della morte; proprio dovremmo arrestarci: la vita ai vivi, la morte a nessuno perché nulla si diventa. Eppure, custoditi in armature di ferro, camminavamo sereni in quell’anno dell’inizio: le promesse di progresso e benessere si erano finalmente affermate, la serenità era come imposta in modo delicato e onesto. I discorsi sul mondo e il mondo stesso combaciavano con coerenza. “L’essere umano è un organismo di prosperità”, e ci credevamo. Costruimmo il piccolo, nostro gioiello.

Frammento n.3
13/11/2083 – la perdita
Poi la guerra. E i miei desideri si coprivano di sangue. Avevo un amore, trafelato, in bilico tra gli sforzi e la velocità dei giorni. Mi svuotava dai timori e dagli imbarazzi della solitudine. È bastata una scossa, un proiettile tra mille teste, capace di disfare ogni nodo di folla: ma come hanno fatto? Dove li hanno inventati i proiettili di fuoco capaci di abbattere i nostri ripostigli cementati? Le nostre corazze così perfette? Dicevano che servivano solo per sicurezza, solo per non rischiare, quasi un gioco. Dovevamo capirlo subito che non si scherzava mai. Dovevamo divenire automi per non morire, che già eravamo così pochi e come potevamo altrimenti andare avanti se non con la vita automatica? Ci proteggevano per non finire. Ma il mio amore è svanito; putrefatto già il nostro contatto, e ciò che ci dicevamo la notte, pelle e pelle ad annullare i respiri disarmonici. Ero un punto. Un microbo inorganico dell’universo, cristallizzato in ogni centimetro di esistenza: l’inespresso dentro di me gridava di parole: cominciai a uscire di casa senza armatura. Tutto era sempre automatico e ripetitivo, e i morti come numeri di un conteggio che non può far altro che aumentare. Non si tornava indietro, mai. Poi le bombe, e i segreti del quotidiano parevano schiaffi alle perdite. Sorridere era come ferirsi.
Per sempre dissolto il piccolo, in quel disastro di sangue.

Frammento n.4
5/04/2088 – ritrovato
Ieri la bellezza mi ha vomitato addosso la sua semplicità di schemi fatali. Il tremare di una mano sconosciuta mi ha fatto sentire così incapace di comprendere la purezza dei gesti d’amore che per placare la compassione ho dovuto sciogliermi le lacrime. Credevo di averlo perso, quel prototipo di figlio che nel frastuono della morte di novembre ci era scivolato dalle dita. L’hanno salvato, accudito, cresciuto. Nei suoi occhi una primordiale sensazione di coraggio: tra me e lui si è acceso uno stupore condiviso e sorridere è stato curarsi. Ringraziavo il benefattore e “Leggimi dentro” ho pensato di dire al piccolo, vivendo l’incanto di quel ritrovamento. “Accetta quello che non ti dirò come uno spazio da costruire. Inventa, ricama la storia degli uomini… c’è sempre un centro di forza, un’originale eternità di spirito di vita”. Resisteva la bontà primitiva del mondo. Non sapevo come sentirmi altrimenti, se non remoto e… felice.

Appunti <!–da capire cosa farmene–!>
Leggo e rileggo il diario digitale di mio padre. Mi ci perdo dentro e diluisco i miei frastuoni di idee mortali. Mortali perché non faccio altro che pensare alla morte, come a un insetto spiaccicato, a una pianta rimasta troppo a lungo senz’acqua. Anche io mi disidrato di nostalgie: ho solo paura, orrenda e indelebile paura di morte, inguaribile. La mia morte sarà solo orrore di spegnimento, ma è forse per questo meno inquietante?
Vorrei solo parlare di vita, la vita ai vivi ma…Non esiste il modo giusto di parlarne, esiste solo vita e il tempo anche, che è sempre, non solo adesso, e si disfa e si rimonta secondo per secondo, qualcosa resta dietro e si ripete all’infinito, così come ciò che deve ancora capitare si espande senza logica davanti e sta già succedendo. Lui mi manca però, esattamente adesso.

Cerco di mettere ordine: siamo nel 2080; L’automatico diventa principio fondamentale della vita umana. Quest’anno viene individuato ancora oggi come il germoglio della rivoluzione sociale-antropolgica: automatici i mezzi di trasporto, i rapporti umani, lo scorrere delle stagioni, il cibo ingurgitabile, il divertimento, la casa, la famiglia, le nascite, i bambini. Automatica la difesa personale, la salute: divenne imprescindibile utilizzare una corazza per uscire di casa: le persone si fecero robot, macchine precise di vita. Capitò che, nel mezzo di tutti questi congegni, io vedessi la luce, riflessa negli occhi di chi mi volle nel mondo, che volle proprio me e me soltanto: apparecchiatura di cavi e fili elettrici, però sangue a fluirci dentro.

Grigi gli occhi di mio padre, bruni quelli di mia madre. Lui nacque nel 2056, lei qualche anno dopo. Penso spesso al fatto che avessero loro due insieme, parti diverse della mia stessa memoria a scorrere nelle intercapedini del corpo.
Io discendo come acqua da loro: bastò il solo desiderio a rendermi vivo.
E anche questa guerra iniziò, in quel 2056, e non vede fine; non ci lascia più nemmeno lo spazio di pensare alla gratuità di chi nonostante tutto ha voluto farci esistere. Dove si anima ancora la carne di cui mi sento fatto, percepisco un dolore tiepido e soffocante, come di un abbraccio violato.

Sono morti. Mentre camminavano per la strada. Nel 2083 mia madre, sei anni dopo mio padre. Ed è stato così per entrambi: come sassi rotolarono sul marciapiede e lì rimasero per un po’, senza pioggia a ripulirli dalle storie che ancora custodivano e che non si possono più dire.
Adesso io non so cosa resta dopo un’esplosione, solo briciole forse, di carne e silenzio. Non so più raccontare il personale del loro essere, più di quanto quello di chiunque altro. Siamo rimasti tutti corpi, di concreti e fragili equilibri meccanici: funziona il piede, funziona la spalla, funziona il muscolo, funziona il cuore, funziona la mano, funziona il fegato, funziona il cervello. Ma fuori si rompe il mondo e la vita. Scricchiola l’atmosfera di pesi sporchi che il singolo non può sopportare, nemmeno da sotto una protezione dura di macchina. Vorrei davvero poter parlare del profumo che avevano, del colore della loro pelle, della direzione dei loro messaggi. Ma riesco solo a dire di me, che uguale percepisco la lontananza di noi banalissimi fantocci dalla comprensione delle cose. Ci stringiamo le membra per vivere ancora, anche se intorno la morte si distende limpida, nelle sue bombe di dolorante noncuranza.

Ricordo però le scintille nei suoi occhi, negli occhi di mio padre, quando mi rivide dopo avermi creduto perso. Quando mia madre ricevette un proiettile fra tanti, quel 2083, io ero nella sua mano come un gioiello, coi miei tre anni appena compiuti. Mi persi nell’istante sospeso che arriva dopo la fine, quando ci si chiede: “E ora?”. Tutto è confuso, so solo di essere stato raccolto e aiutato nei miei aggiornamenti di macchina, fino a che mio padre rispuntò fuori dall’oblio in cui stava cadendo, fuori dalla mia mente di automa-bambino. Non mi è tuttora chiaro come riuscirono a contattarlo e a capire che ero parte di lui. Però erano vive le scintille grigie anche nei miei di occhi, quando lo rividi; non posso dimenticare quanto fosse grato alla vita, che trova sempre il modo di dimostrare la sua bellezza recondita.

Oggi, pur nel bruciore sottile della polvere, ripenso a quando, solo dopo un anno, anche mio padre svanì, nel rombo di un’esplosione, sulla strada di una città qualunque in cui avevamo deciso di vivere. E io ancora che mi salvai, stesso gioiello nelle sue stesse mani, stessa vita che si ripete e ritorna. Ancora aiutato a diventare altro da chi volle prendersi carico di un’esistenza in più, senza chiedere nulla in cambio: robot già adulti. Trentatré anni i miei oggi, come quelli di mio padre il giorno in cui scomparve. Di lui vorrei parlare, attraverso i suoi scritti. Ma come si può dire la vita di un altro, tutto il silenzio oscuro di una mente viva, codificata in linguaggi che un computer come me non può capire?

Biografia
Qui comincia

[…]

di Federica Tosadori
disegno di Eugenia Varese

N.B. Il Vizio del mese è: Biografia; ci abbiamo provato, a parlare della vita, reale o immaginaria che sia.

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