È miasma periodico (memoria episodica) – Eleonora Daniel

Disegno Biografia di Jessica Ghezzi

In principio era…

Alla nascita il suo viso di bambino era il viso d’un normale bambino, guance, manine, cavernosi occhi dolci persino nei momenti di ripugnanza, un naso che sbrodola muco o un pannolino da cambiare; né nei mesi successivi qualcuno s’accorse d’alcuna particolarità. V’era sì stato qualche pianto improvviso, dopo un sorriso buttato giù e il cucchiaio-aeroplanino vuoto davanti alle labbra sporche mentre la pappa brodosa colava sul bavaglino, qualche scatto inspiegabile che col tempo aveva costretto i suoi genitori a impazzire dietro a piramidi di scuse, «Ti assicuro, Amelia, che non aveva mai fatto così, fino ad oggi era stato un bambino così irruento e ora guardalo dormire come un cucciolo!», «Ma io non capisco, scusami Gigè, due anni fa era scappato davanti al tuo gatto ed ora lo soffoca di abbracci», «Oggi ha iniziato a chiudersi in camera per leggere. Non so cosa non vada in lui, prima non si riusciva a staccarlo dal pallone»…

Ma a noi, lettore, questo è concesso: provare a far chiarezza.
La scatola cranica di Renato era una bomba ad orologeria, le sinapsi di zolfo e salnitro attendevano avvinghiate lo scoccare dell’ora prestabilita perché si facesse piazza pulita di pianti, sorrisi, bestemmie, giornate di pioggia senza ombrello, infedeli amicizie…
Le crisi si dilatavano in proporzione al passare degli anni, cosicché se a quattro mesi aveva già due volte stravolto i suoi genitori con mutamenti repentini e a sette anni oramai s’affacciava al quinto, il settimo non arrivò prima dei quindici, e dopo i trentotto il decimo. L’ultimo, invece, poco prima di morire, a sessantasei anni.
Ad ogni modo la situazione sembrava col tempo aver assunto una sorta di regolarità, tanto più che Renato non portava in sé alcuna cicatrice del cambiamento: lui era il cambiamento estremo, saltava da una liana all’altra in una foresta di possibilità infinite a lui solo accessibile, ma una volta strettosi con le mani bruciate al filo definitivo sparivano le fronde alle sue spalle. Non era una persona che cambiava, era una persona nuova ogni volta. Né doveva tra l’altro ricominciare proprio tutto daccapo: restavano sedimentate sul fondo encefalico le nozioni quotidiane, i piccoli doveri di tutti i giorni che consentono ad ognuno di cavarsela in solitudine. Così, iniziata la terza elementare non aveva dovuto imparare nuovamente a scrivere, né superato il quarto di secolo restare con gli occhi d’una triglia scintillanti alla televisione a chiedersi quale mistero nascondesse tante piccole persone dentro una scatola. Sapeva perfettamente vivere ad ogni reset, nulla mancava all’appello delle sue facoltà, non c’era una pagina del suo sangue rimasta bianca: solo, ognuna era inesorabilmente scritta fuori posto (meglio ancora in un nuovo posto che niente aveva o aveva mai avuto a che fare col precedente), e da un giorno all’altro non si chiamava più XY, ma ZT, e aveva studiato in città diverse, aveva passioni diverse e ineguali ricordi.
Proprio a questo si dovette l’evento più importante della sua vita (delle segmentate vite tenute insieme dalle sue mani di pelle bianca, dal neo al di sotto del mento, simmetricamente perfetto e tanto invisibile agli altri): il suo reclutamento.

Raggiunta la maggiore età, dopo aver per sette volte accettato un nome non suo per amore di due genitori-estranei che sembravano aver sofferto tanto da riuscire ad escogitare un sistema basato su foto, registrazioni audio e video, strane lettere mandate al futuro in cui la sua grafia gli scriveva di non spaventarsi d’essere un lui che lui non era, almeno quanto bastava perché si rassegnasse a
nascondersi dietro alla sequenza di suoni che persino Don Piero aveva pronunciato al suo battesimo; bene, dopo tutti questi anni, decise che era arrivato il momento di liberare sé e i due dall’oppressione di inculcargli passati fasulli.
Non furono molti gli amici da salutare, giusto quelli conosciuti nell’ultimo periodo di quiete e i superstiti che avevano deciso di non badare troppo al fatto che, ogni tanto, quando in una corsa fra l’erba gridavano il suo nome perché passasse loro la palla e potessero all’ultimo approfittare dell’avversario lontano e del portiere voltato verso l’altro che avanzava, Renato non si girava a tempo, come se non fosse nemmeno stato chiamato, e la partita spesso e volentieri la si perdeva.
All’alba dei 21 anni, inesorabile, arrivò la scossa, e Astolfo (poiché Renato aveva deciso di scrollarsi di dosso l’esistenza non sua appena passata la soglia di casa) divenne Ludovico, pronto a iscriversi a ingegneria meccanica per il suo sconfinato e sempre dichiarato immenso desiderio d’arrivare a costruire armi. Così, stracciata la laurea, a 29 anni Niccolò finalmente aprì la panetteria che tanto aveva sognato. Si alzava all’alba con le nari perennemente ingombre del profumo di lieviti e cotture, contento d’essere al suo posto, finché un bel mattino gli si presentano al bancone due signori distinti che comprano tutto il pane del giorno, gli fanno chiudere il negozio e lo portano in macchina.
«Tu ci servi.», iniziò l’uomo seduto accanto a lui sul sedile posteriore, mentre l’altro annuiva dal posto del passeggero. Un terzo guidava.
«Vedi,» proseguì «abbiamo iniziato a studiare il tuo caso da qualche anno. Sei l’uomo giusto per noi.»

Qui, lettore, serve fare un attimo un’altra pausa. Va compreso un punto cruciale nell’assurdo rovescio ch’ebbe all’altezza dei 36 anni la vita del protagonista di questo racconto. Da quando era andato via di casa, Renato-ormai-Astolfo aveva perso qualsiasi contatto non solo con chi l’aveva allevato, ma con chi conservava il suo passato. Dal momento in cui nessuno più gli ricordava forzatamente quale fosse il suo nome, provando a spiegargli la situazione, le nuove identità si affermavano completamente sulle precedenti. Immagina questo: un tappeto tessuto a metà, con arabeschi precisi che occupano determinato spazio al suo interno. Quando la spola improvvisamente cambia colori e movimenti, intrecciandosi ai fili rimasti moncherini d’arredo, tutto quello che in precedenza v’era disegnato assume ora nuovi contorni e nuovi colori, e il tappeto s’allunga un altro po’, rinnovato, finché non accade tutto di nuovo e di nuovo e di nuovo.
Questa, o comunque molto simile a questa, fu la metafora impiegata dal dott. F. per spiegare lo stato mentale del nostro uomo al suo amico Prüst, nonché vicedirettore della *** (l’organizzazione segreta i cui agenti ora stanno trasportando Niccolò verso mete ignote tanto a livello verbale-comunicativo quanto geografico-fisico). Il vice intuì rapidamente gli immensi vantaggi che un soggetto del genere avrebbe potuto avere per il progetto che da sempre corteggiava e sempre lasciava accantonato: uccidere il suo superiore e assumere il controllo totale di tutte le operazioni. Nessuno avrebbe potuto cavare informazioni da un uomo senza memoria. Elementare. Elementare! Bisognava solo riuscire a combinare il tutto prima che si manifestasse una crisi, stando attenti però che a questa non mancasse poi molto tempo, in modo che nessuno riuscisse ad interrogare il suo uomo prima che il suo passato si cancellasse.
Secondo i precisi calcoli del dott. F, per portare a termine la tanto raffinata missione avrebbero avuto poco meno di dodici anni, mese più mese meno. Per rapire l’uomo, invece, bisognava agire il più presto possibile, approfittando della nuova crisi, per lavorarci sopra finché era malleabile.

«Io sono solo un panettiere.», tentò di protestare Niccolò. I due non avevano un tono allarmante e il panettiere sapeva dominare egregiamente le situazioni bollenti, così optò per una calma ragionativa che lo portasse a comprendere cosa ci fosse dietro a quella strana chiacchierata. E questo dimostra
quanto sia inutile affidarsi alla logica quando i tuoi avversari conoscono alla perfezione i sofismi dei colpi: Niccolò fu costretto a svenire prima che il discorso diventasse troppo complicato.
«Che cazzo ce ne facciamo adesso di tutto quel pane?»
«Tua moglie non faceva una torta pazzesca?»

Dunque Goffredo si svegliò agente segreto, con le mani in una ancor più segreta missione cui gli attacchi le difese i colpi le gambe i tagli gli spari gli squarci i salti le braccia avvinghiate i pugni gli altri colpi e gli altri spari e le cadute e tutta la sua vita erano votati, con una fede che aveva tanto di religioso da comandare la morte.
Il direttore aveva avuto modo di conoscerlo a qualche riunione generale e a qualche cena. Aveva baffi d’un rossiccio umido e sporco che facevano da sipario su un sorriso splendente. Pensò che avrebbe dovuto ucciderlo mentre sorrideva, s’immaginò la frase, “Adesso sorridi.”, e il sangue che in un secondo schizzava per la stanza con granelli di cervello sulle spalle (ben altro che l’ossigeno sui globuli rossi, come nel cartone che aveva visto in tivù qualche mattino prima mentre faceva colazione), un contrasto da pubblicità del dentifricio, quei denti bianchi smaltati in mezzo al rosso.

Infine venne il giorno.
Goffredo teneva la pistola come un prolungamento meccanico della sua mano, le dita robotiche perfette che non aveva mai avuto. Il direttore davanti a lui giaceva mezzo nudo nel letto, sembrava ancora più piccolo e sudato e sporco, tuttavia non un fremito ne percorreva le membra.
«Sorridimi.»
Premette il grilletto.

Don Federico guardò morire davanti a sé lo sconosciuto e ci mise un po’ a comprendere d’esserne stato l’assassino. Non riuscì a provare l’impulso di fuggire, e restò immobile davanti alla vittima, attendendo che qualcuno gli spiegasse come fosse possibile che proprio lui, un uomo che era sempre stato tanto osservante delle leggi terrene e di quelle divine, fosse finito in quella situazione.
«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del seno tuo Gesù. Santa Maria… Santa Maria, Maria Maria Maria che ho fatto? Madre di Dio, santissima tu, sopra tutte le donne, perché? Dove mi trovo? Perché hai ordinato a un tuo servo di uccidere?»
Decise di chiamare la polizia. Stava già impiccando l’indice e l’anulare fra le volute di plastica del filo del telefono, ma si rese conto di non avere l’indirizzo della stanza d’hotel in cui si trovava. Trovò una penna sul comodino, le saponette in bagno ancora impacchettate confermarono che erano il nome e il luogo giusti, e fece partire la telefonata.
Quando gli agenti arrivarono, allungò i pugni chiusi verso di loro, in segno di sottomissione e consegna.

È così che finisce la storia. Prüst riuscì ad accaparrarsi il tanto agognato posto di comando, ma nel giro di qualche giorno una bomba scelse di esplodere proprio sotto la sua scrivania. Era destinata al vecchio direttore, ma gli attentatori si dissero che un morto in più non faceva differenza, ormai che era tutto pronto tanto valeva godersi qualche fuoco d’artificio.
Don Federico, invece, rimase in carcere per 13 anni. Tutti i giorni pregava per salvarsi l’anima e perché la smettessero tutti là dentro di ritenerlo pazzo. Pazzo non abbastanza da sbatterlo fuori, ma quanto bastava a ripetergli che prete non lo era proprio mai stato, che probabilmente nascondeva qualcosa, che con le buone o con le cattive avrebbe prima o poi ricordato cos’era successo.
Ma Don Federico non lo ricordò mai. A sessantadue anni, invece, s’accorsero che un tumore lo stava divorando al cervello, e che nessuno avrebbe più potuto fare niente. Stabilirono che i conti tornavano, che era quello causa della sua amnesia, della sua identità inspiegabile, dell’omicidio ancor più
assurdo. Lo portarono in una clinica in cui la morte avrebbe potuto abbracciarlo con calma liberandoli da qualsiasi ulteriore rimorso o senso di colpa, e si dimenticarono di lui.

L’ultima volta che Renato Fasolaro nacque, nacque convinto di risorgere da lì a tre giorni.
Aveva sessantasei anni.

di Eleonora Daniel

disegno di Jessica Ghezzi

N.B. Il Vizio del mese è: Biografia; ci abbiamo provato, a parlare della vita, reale o immaginaria che sia.

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