Tutto è chiaro – Federica Cenname

Un giovane uomo, con un berretto da buffone e abiti vivaci, se ne andava per una strada non meglio identificata, lo sguardo rivolto verso il cielo o perso all’orizzonte, ignaro delle avversità in cui sarebbe incorso. Era una figurina insolita, a tratti giullaresca: portava un bavero ornato da ponpons che tintinnavano al suo incedere costante, mentre le vesti lacere e consunte non nascondevano i preziosi ricami e i meravigliosi colori che un tempo le rendevano pregiate. Nella mano sinistra impugnava un bastone lungo e nodoso che poggiava sulla sua spalla destra, al quale era attaccato un fagotto piatto e leggero. Nei suoi occhi si poteva cogliere distintamente quello spirito avventuroso ed entusiasta tipico della gioventù, con tutta l’infinita gamma di possibilità che attendono chi si accinge a vivere nuove imprese. Il giullare vagabondo errava incessantemente a contatto con la natura più elementare che lo circondava, senza soffermarsi sui particolari: sul suo cammino erano spuntati molti cespugli di opportunità – le possibilità illimitate che il caso ci offre – dei quali non si era minimamente curato. In realtà, non sembrava curarsi di molte cose, tantomeno della direzione verso cui si muoveva: viveva sull’ebbrezza dei sensi e dello spirito, in lui non c’era alcuna certezza tranne un’inspiegabile necessità di andare oltre. La sua unica preoccupazione sembrava quella di rompere la monotonia della marcia a volte con lunghe corse a perdifiato giù per i pendii scoscesi delle colline, schiamazzando al vento, altre avanzando a piccoli passi ben calibrati e silenziosi come se camminasse sull’orlo di un precipizio. Era solo e non aveva incontrato ostacoli fino ad allora, fatta eccezione per un vecchio randagio che testardamente lo tallonava, abbaiandogli tra i piedi, da quando aveva superato i confini della brughiera per inoltrarsi nella Contea di B.
Che cercasse di ammonirlo per qualcosa?

Questo incontro, in verità, era abbastanza anomalo perché nessuno ormai viveva più in quella landa, un tempo sorridente e rigogliosa, ora desolata e spoglia. Da quando il nuovo re era salito al potere – e come ci fosse riuscito rimane, a tutt’oggi, un mistero – il regno sembrava fosse stato colpito da un morbo incurabile che, giorno dopo giorno, l’aveva portato inevitabilmente alla morte. Il sovrano peccava di superbia e presunzione, ma era una bramosia incontrollabile la vera causa della sua perfidia: era convinto che il vero potere fosse racchiuso nella creazione, ma dato che non aveva saputo costruire nulla in tutta la sua vita (non era stato in grado di generare neppure un erede), si era accontentato di possedere ogni cosa che i suoi occhi riuscivano a vedere e i suoi altri sensi percepire. Credeva sfacciatamente che ogni cosa gli fosse dovuta – insomma, lui era il sovrano! – e non si era posto scrupoli nel strappare ogni bene, materiale e immateriale, ai suoi sudditi. Così, gli abitanti della valle avevano progressivamente lasciato le loro dimore per trasferirsi altrove e i campi, abituati a cure ed attenzioni costanti, si erano ritrovati improvvisamente soli, innanzi alla brutalità di Madre Natura, soccombendo ad essa. Il paesaggio, da florido e lussureggiante che era, si era tramutato gradualmente in un cimitero a cielo aperto: sul terreno arido e brullo svettavano detriti e macerie, emblema di quegli infimi valori che si erano imposti sul regno. Un’alta torre di mattoni, i resti dell’antica dimora regia, svettava tetra sulla sommità del monte più alto della contea, come un corvo sul ramo più alto del cipresso, scrutando con distante freddezza il sepolcreto sottostante. La torre era sormontata da un tetto a forma di corona ornata da merlature, ed era munita di tre sole finestre che formavano uno stretto triangolo, simbolo delle ristrette vedute dei suoi occupanti: il sovrano non sentiva mai la necessità di affacciarsi e bearsi della meraviglia del mondo che prendeva forma innanzi ai suoi occhi, perché tutto ormai gli apparteneva e ciò che un tempo c’era stato, ora non viveva più.

Il vagabondo purtroppo, ignorava completamente la storia di questo luogo e del sovrano che ivi governava e non appena mise piede sul terreno grigio e secco della Contea compì un’azione, dettata certamente da nobili intenti, che gli procurò non pochi guai: utilizzò la magia.
Bisogna precisare che la magia era – ed è tuttora – una gran cosa, ma nessuno ormai ne sapeva più nulla, eccetto alcuni che ne avevano scritto in vecchi libri, ora dimenticati chissà dove a prendere polvere, e altri che ancora la esercitavano più o meno discretamente. Il nostro insolito protagonista rientrava in quest’ultima categoria e, precisamente, era stato designato Portatore Sano di Magia. Badate bene, egli non era una specie di mago – quelli sono un’altra razza – che con il mantello svolazzante e il cappello a punta se ne va in giro creando meraviglie con l’ausilio della sua bacchetta e ostentando le proprie abilità prodigiose, più per compiacersene innanzi a quei miscredenti degli uomini che come servizio universale. Egli a differenza dei maghi, non aveva bisogno di ricorrere a formule magiche o servirsi di strumenti che lo aiutassero a plasmare la magia dal nulla perché la magia si trovava già in ogni cosa, solo che gli uomini spesso non erano in grado di riconoscerla e tantomeno in grado di domarla e metterla al loro servizio. Per questo esistevano i Portatori. Il loro compito, per il quale erano stati a lungo preparati ed educati, e principale motivo della loro vita errabonda, era celare gli incantesimi del mondo e mantenere il suo equilibrio. Uno stile di vita così estremo aveva valso loro l’appellativo di “matti”, ma non è forse la follia pura ciò che permette di affacciarsi alla vita di nuovo per ricrearla dal principio? E precisamente questo fece il giullare. Da quando aveva penetrato i confini della Contea, si era spinto ancora per qualche miglio verso nord – il randagio al seguito – fino ad arrestarsi alle pendici della montagna. Individuato l’edificio più alto del villaggio, o comunque ciò che ne rimaneva, si arrampicò sulla sommità di un tempietto per osservare la grande distesa cinerea che si spalmava all’orizzonte.
Uno degli aspetti più strani della vita è che solo di tanto in tanto siamo sicuri di vivere a lungo, molto a lungo, forse anche per sempre. Qualche volta lo pensiamo quando ci svegliamo all’alba e alzando lo sguardo al cielo pallido il cuore quasi ci si ferma dinanzi alla strana e immutabile maestà del sole che sorge: qualcosa che accade da migliaia e migliaia d’anni, ogni mattina. Allora, per qualche attimo, sentiamo che vivremo per sempre. Lo pensiamo anche quando, soli in un bosco, al tramonto, la pace dorata, misteriosa e profonda che vi regna sembra ripetere dolcemente qualcosa che, per quanto ci concentriamo, non riusciamo a percepire. Altre volte, invece, è l’immensa quiete della notte blu scuro, con milioni di stelle che attendono e guardano, a renderci sicuri dell’eternità. Ma in questa landa non si respirava nulla di tutto questo: il susseguirsi del giorno alla notte e la ciclicità delle stagioni sembravano essersi assopite, gli alberi non fiorivano, le piante non crescevano, le stelle non si mostravano. Un senso di morte e privazione aleggiavano su ogni cosa. Era la prima volta che il gitano si trovava a contatto con una realtà così gravida di tristezza, alla quale si sentiva in dovere di porre rimedio. Appoggiò delicatamente il bastone a terra, vi si chinò sopra e cautamente sciolse il nodo del fagotto. La magia esplose in tutta la sua meraviglia da far gridare il cuore. Anche il re, nascosto nella sua torre, si accorse che c’erano cambiamenti nell’aria perché fissò i suoi occhietti bramosi fuori dalle imposte e… Stupendo! Meraviglioso! Lo voglio!
Gli alberi rinverdivano, le gemme spuntavano e fiorivano, gli uccelli erano tornati a popolare i rami frondosi, cinguettando allegri e costruendo il nido; la brughiera germogliava florida sotto i raggi caldi del sole, che contemporaneamente era sorto nel cielo; macchie variopinte di fresie e nasturzi vivacizzavano il manto erboso, ora verdeggiante. Il vento tiepido dell’est e la fresca brezza dell’ovest infondevano ovunque l’alito della libertà.
Dalla morte si generava nuova vita: la natura stava riprendendo il suo corso.
Anche il più negligente degli spettatori si sarebbe reso conto della meraviglia che stava accadendo, della grande, tenera, straordinaria bellezza e solennità dello schiudersi nuovamente dell’esistenza. Se in quel luogo, innanzi a quel tripudio, ci fosse stato qualcuno che non avesse compreso, nel proprio intimo, l’importanza di garantire ad ogni singolo fiore la sua porzione di terreno, oppure il valore imprescindibile del sole e del suo cosmo, allora tutto il mondo si sarebbe incrinato: se una sola persona non avesse intuito questo, non ci sarebbe stata felicità neppure nell’aria di quella ritrovata primavera. Questo il gitano lo comprendeva molto profondamente, ma ignorava che alle sue spalle, in una delle finestre incastonate nella torre di mattoni, gli occhi del sovrano si erano puntati sulla sua figura e in essi, da sempre dediti al comando, non si leggeva altro che bramosia. Egli voleva, anzi, pretendeva di possedere quell’inspiegabile sortilegio, il potere della creazione primordiale, inevitabile, senza tempo, e si lanciò ai piedi del monte, accecato dal desiderio.
Il giullare stava evocando un magnifico arcobaleno, uno dei più delicati ed effimeri fenomeni naturali, che timidamente usciva dal fagotto – una banda colorata poco alla volta -, quando venne sorpreso alle spalle e scaraventato giù dal tetto dell’edificio. Per sua fortuna, era un tipo favorito dalla sorte, che gli concesse di inciampare in una matassa di fune, prima di capitombolare di sotto.
Il giovane pendeva da una trave di legno, sorretta fortunatamente da due pilastri, simile a una forca. Era appeso per un piede a una pesante corda, mentre la gamba libera era piegata verso l’interno. Anche se era proteso con la testa verso il suolo, sembrava aver raggiunto un certo sollievo in quella situazione di sospensione. Gli occhi erano aperti, consapevoli di quanto vedevano intorno a sé. In quel momento di suspance, egli prendeva coscienza della realtà: il manto del mistero era stato rimosso, l’intimo venuto alla luce.
Il passato si dissolveva nella calma momentanea che prelude all’irruzione del futuro.
Il sovrano si era impossessato del fagotto magico, ma come si è precedentemente accennato, gli uomini non sono in grado di maneggiare la magia, tanto meno gli uomini spinti da spregevoli intenti. L’equilibrio appena ristabilito s’infranse e la magia divampò incontrollata. Gli alberi presero a fiorire e sfiorire repentinamente in un ciclo continuo come in una macabra sinfonia ridondante che non evoca al povero ascoltatore altro se non l’autodistruzione; il sole e la luna si susseguirono nel cielo in una folle danza incontrollata – le orbite disconnesse, asimmetriche, instabili – a volte sfiorandosi, altre sovrapponendosi, quasi sul punto di collidere; nell’atmosfera divampò una bufera di neve incandescente mista a una pioggia di cenere e lapilli che contribuivano a rendere maggiormente la terra inferno: anche le leggi fisiche, dichiaratamente imprescindibili, che governavano le idrometeore venivano infrante. Non sarebbe stato necessario consultare un oracolo circa l’avvenire: l’orizzonte era una babele dove l’apocalisse si prefiggeva inevitabile.
L’arcobaleno, che il giullare stava convincendo a mostrarsi nel cielo con modi affabili e delicati, percepì la malvagità che ora lo stava braccando e si ribellò ad essa, tramutando il suo fascino discreto e trasparente in una furia cieca. Le sue strisce colorate e cristalline divennero lingue di fuoco incandescenti e multicolori che evacuarono dal fagotto per disperdersi incontrollate nell’ambiente circostante. Molte di queste lingue di fuoco divamparono nel cielo e una colpì violentemente l’alta torre, scoperchiandola: la sua cima incoronata, simbolo dell’antico potere, della presunzione e talora delle false premesse, rovinò al suolo infrangendosi. La torre, nucleo dell’insaziabile desiderio di superiorità e dell’incontrollata arroganza di credersi divini, ne subiva ora le conseguenze, incontrando la sua naturale distruzione. Il sovrano, ebbro di questa potenza distruttrice, volendosene impossessare a tutti i costi, si lanciò sconsideratamente su una delle fiamme che gravitavano vicino a lui e, con l’intento di inglobarla, la inghiottì. Inutile precisare che la pura bramosia l’aveva reso completamente folle, tanto che con questo gesto si condannò a morte certa, scomparendo a sua volta nelle fiamme.
Il caos imperversava in ogni dove e l’appeso lo osservava inerme. Che fare? Come poter rimediare alla stolta esuberanza umana? Nessuna soluzione sembrava possibile: lui gravava penzoloni a una fune, incapace di liberarsi e troppo lontano dalla sua bisaccia per poter placare e risanare la magia. Stranamente, il vecchio randagio che aveva insistentemente rincorso il giovanotto fin dai confini della contea, non lo aveva abbandonato neppure in questa singolare occasione e, davanti agli occhi increduli del giullare, si trasformò assumendo le sembianze di un vecchio canuto e con la schiena ricurva, che il povero appeso riconobbe essere il Portatore Supremo di Magia, il Maestro. Questi si avvicinò senza paura al fagotto magico, rimasto a terra, incustodito, e ancora avvelenato dal tocco di umana malvagità, lo raccolse piano e lo annodò nuovamente. Nell’attimo stesso in cui le dita nivee del vecchio sfiorarono la stoffa rattrappita della sacca si verificò un qualcosa di suggestivo, difficile da descrivere a parole, ma che si avvicina molto alla sensazione di sospensione che si percepisce a seguito di un temporale, prima della certezza che il peggio è passato e il sereno tornerà a risplendere. In una frazione temporale incalcolabile ogni singolo elemento si fermò, sospeso in un soffio di eternità: la pioggia e la neve aleggiarono, immobili, nell’atmosfera prima di dissolversi come un soffione in primavera; il sole e la luna si toccarono delicatamente come due giovani amanti, sprigionando un intenso fascio di luce, per poi riprendere ognuno il comando nel proprio regno. La natura riprese il corso delle cose, come se quella spiacevole parentesi non avesse mai violato il suo equilibrio. Tutto tornò magicamente come prima, come doveva essere e come sarebbe stato sempre, nei secoli dei secoli. 

Disegno Chiara Aquino Tarocchi

di Federica Cenname
disegno di Chiara Aquino

N.B. Il Vizio del mese è :Tarocchi; a ogni redattore le sue tre carte. La storia era già scritta in loro.

Tarocchi Federica Cenname

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Semplicemente meraviglioso!!! Ho guardato le carte solo alla fine… E il primo pensiero è stato: qualche magia ha messo l’essenza della storia in tre immagini! E poi invece ho realizzato che è successo l’inverso, allora ho visto le tre scene prendere vita seguendo il filo del racconto… Siete portatori sani di letteratura… Che in fondo è MAGIA!!

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