Anima Inefficace – Fepa

Disegno Daniela - Tarocco

Forse non vale nemmeno la pena di ascoltarla. L’esistenza ne è piena di cose che non meritano di essere prese in considerazione: perdite di tempo, disturbi fra chi condivide spazi comuni, sottili e silenziose invasioni, inutilità assolute. Ci aveva provato per ben tre volte a fare in modo che tutto andasse bene, a vivere, ma non aveva mai funzionato. Ogni volta arrivava quel momento in cui si rendeva conto che si era stufata, anima incostante giunta al limite dell’incompletezza. Si toglieva la vita di dosso allora, speranzosa di non rivedere mai più le case, gli alberi, i cortili oltre i cancelli, seminascosti da quelle stesse case, da quegli stessi alberi, da quegli stessi cancelli… le mani della gente appese ai sostegni della ragione, le piramidi di rifiuti sulla strada, le malattie, il coraggio degli insetti che invisibili rotolano lungo le strade affollate di briciole umane, e scarpe pronte a schiacciarli.

Diluirsi.
«La prima volta mi sono affogata.»
Ero un ragazzo bellissimo. Lunghi i miei capelli quanto piccoli i miei occhi: imprimevo le mie forme nei ricordi coetanei di chi mi incontrava. I sorrisi che ricevevo erano infiniti, tristi e allegri da corpi adolescenti. Ma io rispondevo agli occhi di fanciulla con invidia, invidia per quella possibilità di abbraccio, di creazione, di raccolta. Avrebbero potuto conquistare il mondo sciogliendolo con carezze di consolazione, loro, quasi donne. Io invece potevo solo annodarlo, con rabbia maschile. Ero disperato di mancanza, inesatto di bellezza.
Non sapevo nuotare e l’acqua del fiume penetrò ogni mia cellula aperta, finalmente pronto all’ospitare ogni cosa, dentro.

Abbondare.
«La seconda volta, nel sonno.»
Ero a capo di un’azienda di detersivi e mi ero costruito una vita di ricchezze pulite. Mia moglie mi amava senza paura, e mi ero comprato un volatile raro, tornando da un viaggio straniero: cantava meravigliosamente dalla sua gabbia d’argento, come a volermi confermare l’esattezza dei miei schemi esistenziali. Non c’era niente che non andasse ma quella sera che fu l’ultima, prima di coricarmi, pensai a cosa avrei lasciato se me ne fossi andato dal mondo, oltre al denaro e ai detersivi anallergici e mi resi conto che era giunto il momento di smetterla con tutto quell’affanno di costruzione di felicità. Lasciai che la gabbia si aprisse.

Sgretolarsi.
«La terza volta mi sono buttata dall’ultimo piano.»
Nevicava quella sera e la città non esisteva più. Era solo un inconsistente e immobile puzzle di finestre e mattoni, lampioni e solitudini. Non so più nemmeno cosa fossi – o chi – all’epoca. Lo psichiatra diceva che soffrivo di disturbi della personalità: Diego il mio nome; non avevo problemi a rapportarmi con gli altri esseri viventi, tranne nei momenti in cui Leo prendeva il sopravvento, come arrivando da lontano. Non capivo niente di quello che bofonchiava durante i nostri incontri. Pensavo a come l’inverno rende tutto più prodigioso nella consapevolezza della fine. Leo fu il primo a schiantarsi, poi Diego. Uno dei due pianse per tutto il tempo, l’altro semplicemente si riempiva gli occhi di boccoli di neve e li assorbiva, pieno di meraviglia per il silenzio che lascia la loro caduta, dietro.

La morte è un problema dei vivi e prima o poi si dimentica. Si dimenticano tanto le persone defunte che la morte stessa e pare che niente debba mai arrivare alla propria dissoluzione. Sapeva solo questo: di non aver bisogno di parole superflue, di non avere più spazio per raccoglierle ora che era rimasta immobile, anima vagante. Si spostava di realtà in realtà, ma di lei non restava nulla ogni volta, di quello che era stata prima. Non più volontà di dire. L’infezione di vuotezza stagnava, facendo imputridire i pensieri e le idee, le voglie.
Quando ricadde in un altro corpo, piangente di sangue sporco e di paura, capì che tutto ricominciava da capo e non avrebbe smesso di tormentarla: le corse verso obiettivi sempre più difficili, le scoperte ogni volta nuove e banali, i rapporti inconcludenti e doloranti che avrebbero potuto portarla alla perdita.
Si arrese all’incessante necessità della natura di volerla in vita.

di Federica Tosadori

disegno di Daniela Cervera

N.B. Il Vizio del mese è :Tarocchi; a ogni redattore le sue tre carte. La storia era già scritta in loro.

Tarocchi Fepa

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