Le maschere gemelle – Ambrogio Arienti

Disegno Jessica - Tarocco Ambrogio

I 

   La fortezza dei cento pilastri nacque sulla somma del monte Qubar, edificata su nuda roccia e costruita nell’arco di un secolo con l’aiuto di schiavi raccolti agli angoli del regno di Gerbos. Il progetto fu avallato dallo stesso sovrano, ma la straordinaria architettura della rocca venne ideata dal fratello minore ed eterno cadetto, mago e cartomante senza fisso nome. Fu il suo estro a dettare l’assemblamento di una costruzione pressoché inespugnabile, circondata da mura impervie, pur capace di nascondere all’interno, protetto da una seconda fascia di roccia, un sistema di cento pilastri di cristallo, che raccolti in sequenza circolare creavano l’ultimo schermo eretto a protezione della città proibita, luogo che avrebbe custodito la maschera di giada, emblema del potere del re.
Ai piedi dell’aspro monte si estendeva la capitale, centro effettivo di comando militare e istituzionale. Il passaggio era permesso agli sparuti rifornitori e agli abitanti del borgo fondato tra la prima e la seconda cinta muraria al fine di rendere quasi del tutto indipendente la struttura fortificata. Passare oltre la seconda barriera era assoluta prerogativa della famiglia reale e al di fuori di essa il sovrano era costretto a indossare la maschera di giada, unico oggetto di potere i cui arcani attributi erano tramandati da più e discordanti leggende. Non mancava chi, scettico per natura, affermasse che re Gerbos avesse creato la maschera per nascondere il suo volto, che si diceva fosse stato sfregiato a seguito della lotta con un mefitico drago che minacciava di distruggere la capitale e seminare il panico per tutte le terre del reame. A questo proposito infidi cantastorie supponevano persino che la rocca fosse stata costruita appositamente per nascondere l’aspetto del loro signore e non per legittimare il suo potere e difendere la maschera. Vi erano tuttavia fole e racconti che parlavano d’ancestrali poteri legati proprio al calco di giada: c’era chi contava che le sue proprietà potessero tenere lontano la morte da chi la indossasse, chi invece ipotizzava che una volta posseduta conferisse l’invulnerabilità in battaglia. Vi era però un unico dato di fatto: le nutrite schiere di Gerbos non erano mai state sconfitte e il suo magistero era stato tale da permettergli di osservare la costruzione della fortezza, malgrado corressero da mesi voci di una sua imminente dipartita.
La morte lo colse tra le mura d’un castelluccio situato al centro della capitale, dacché fu stabilito che nessun sovrano avrebbe potuto lasciare il mondo all’interno della città segreta, considerata luogo sacro, dove l’estremo calar della vita non sarebbe mai potuto penetrare. Il mago senza nome scomparve e fu dichiarato decaduto; salì allora sul trono il primogenito di Gerbos, che assicurò alle sue terre un’età di pace e prosperità.

II

   La forza della monarchia instaurata da Gerbos trovava il suo nucleo nell’alone di mistero che aleggiava intorno alla roccaforte, entro cui in pochi si erano spinti e nessuno era fuoruscito con la possibilità di parlare di ciò che aveva veduto. Ben presto un proclama aveva ridotto il numero degli abitanti della cittadella tra le cinte murarie e costretto i pochi rimasti al taglio della lingua; non paghi di ciò, gli austeri monarchi impedirono alle nuove generazioni l’apprendimento dell’arte di leggere e scrivere, trasformando lentamente gli sciagurati in un corpo di anacoreti ridotti ad uno stato primitivo, nient’altro che trogloditi istruiti al lavoro della terra. S’ammassavano sulla via principale quando il re doveva passare oltre le barriere per svolgere i suoi compiti istituzionali, ma avevano imparato dai loro padri a temere la maschera di giada e non potevano che trasmettere il loro odio, che oramai nemmeno potevano comprendere appieno, avendo dimenticato il significato della esistenza civile cui erano votati i loro avi; presto l’odio si trasformò in confusione e dal caos nacque una forma d’adorazione rozza e imprecisa, e la famiglia reale divenne per loro stirpe divina.
Così la capitale di generazione in generazione si espanse e guadagnò fama e potere. Lungo i confini vennero erette mura maestose e l’efficienza dell’esercito non venne mai meno, facendo del paese un luogo sicuro, che nessun califfo d’Oriente o barbaro del Nord avrebbe mai cercato d’attaccare. Persino in lande lontane la leggenda della maschera di giada prese piede, ma il regno rimase isolato e nessuno volle cercare d’attaccare una nazione così arroccata e ben difesa.
Passarono anni, che accatastandosi l’uno sull’altro divennero secoli ma il tempo, che tutto corrode e nulla risparmia, rimase al di fuori della rocca incantata. Novantotto re si successero sul trono reale e guidarono la nazione attraverso un periodo di prosperità mai visto prima; tra i sudditi da tempo s’era fatta spazio l’idea che la vitalità della dinastia non avrebbe trovato fine e con essa il benessere secolare del popolo. Misteriosamente nessun sovrano aveva sofferto d’alcun male prima di aver generato una prole o adottato un erede, per quanto la durata del regno d’ognuno variasse e di molto, senza mai raggiungere la quota dello sbalorditivo governatorato del Primo. Il novantanovesimo erede fu Caevedo V, ottimo sovrano che ebbe da rimproverarsi soltanto il fatto d’essere infecondo. Pose comunque le basi per l’assunzione d’un erede adottivo; la decisione venne a lungo procrastinata e presa quando oramai il monarca contava ottanta anni d’età. Un patto di sangue unì il nuovo erede alla famiglia, garantendone la successione e la sopravvivenza. S’avvicendava così al potere il centesimo esponente della stirpe generata da Gerbos.

III

   Ricordo perfettamente il giorno in cui caddi in disgrazia.
Il silenzio all’interno della città sacra era da sempre stato perfetto, non un’anima s’era mai avventurata tra i pilastri di cristallo se non per completare il passaggio da un monarca all’altro. Così il rintocco del nodoso bastone cui ero costretto ad affidarmi per riuscire a camminare risuonava amplificato dal silenzio e dal continuo rimbalzo contro la superficie smussata dei pilastri, seguito dallo scalpiccìo dei passi del mio giovane bastardo. Dovetti spiegargli la segreta storia della maschera, rinvenuta presso il tesoro custodito dal drago che l’antico Gerbos e il mago senza nome avevano sconfitto e ucciso, diventando immantinente oggetto di contesa tra i due; una volta sconfitto, il secondogenito aveva preferito dissolversi nell’ombra, senza lasciare traccia di sé. A lungo il calco aveva nascosto Gerbos dalle grinfie della morte, fino a quando un oscuro male s’era sviluppato nel suo affannato corpo, penetrando le mura della roccaforte e debilitandolo fino alla resa. V’era però molto di più: esisteva difatti una maschera gemella, anch’essa ottenuta a seguito dell’uccisione del drago, che era stata fin da subito perduta e mai ritrovata. Fu a quel punto che lo sguardo del giovane gli permise di notare quello che i miei stanchi occhi non erano riusciti a carpire e subito lo vidi trascolorare. La teca dove solitamente albergava il più grande bene del reame era stata distrutta e una sagoma oscura attendeva nell’ombra il nostro arrivo.
«Finalmente posso guardare coi miei occhi gli ultimi rami dell’albero nato dalla mia scomparsa. Sangue del mio sangue…» La sua voce, diafana e debole, arrivava alle mie orecchie come sussurro del tempo. La fioca luce della città segreta, d’un riflesso cilestrino dovuto al filtro delle colonne cristalline, a stento mi permetteva di osservare quella figura, raccolta in un manto roso dalle tarme. Dalle sue parole potei apprendere che non si trattava d’un troglodita della cittadella che aveva smarrito la via, ma d’un vero e proprio infiltrato. «Per centinaia di anni vi siete prodigati nel raccontare bugie ai vostri figli… Io sono colui che uccise il drago, non l’impostore che provò a rubare le maschere di giada. Io sono colui che visse nelle tenebre». Lo fissai attonito. Palesò d’essere il mago e 
l’ingannatore, fratello di Gerbos, scampato alla morte dopo aver trafugato la maschera dell’immortalità, inizialmente raccolta casualmente dal consanguineo, cui aveva sostituito silenziosamente la propria, che garantiva fortuna, successo e una limpida discendenza, ma negava l’eterna giovinezza a chi volesse indossarla. Scoprii che le maschere di giada erano dunque legate a una scelta crudele: vivere una vita limitata e perfetta, oppure non vedere la propria morte, ma conoscere quella d’ogni altra persona. Disse d’aver creato la roccaforte legandola a un potente anatema: i cento pilastri simboleggiavano i cento eredi di Gerbos, che avrebbero reso grande e invincibile il regno. Raggiunto l’ultimo passaggio di testimone il potere sarebbe tornato a lui, imperituro, pronto a godere del sudore del suo sangue e a rinunciare al dono dell’eternità pur di vivere il resto della vita da padrone del mondo; la forza e coesione del regno gli avrebbero permesso di conquistare ogni landa terrena, permettendogli di coronare il suo sogno megalomane.
Così era giunto il suo tempo e come prima disposizione, dopo aver chiarito di voler assumere la mia identità, mi condannò al confino, obbligandomi a portare con me la maschera dell’immortalità, consegnandomi alla dannazione eterna. A stento riuscii a far cadere tra le mani del mio giovane bastardo una moneta d’un popolo dimenticato che portavo sempre con me, grazie alla quale mi ripromettevo di riconoscerlo al mio ritorno, poiché allora ancora covavo delle speranze. Ma chi possedeva la maschera possedeva il potere; fui costretto ad abbandonare la roccaforte, un manipolo di cavalieri mi accompagnò oltre i possedimenti del re. Nessuno dei valorosi alfieri che io stesso avevo istruito e allenato mi riconobbe, poiché senza maschera non ero che uno sconosciuto – di più, non ero niente.

IV

   Errai a lungo senza una meta, percorrendo sentieri che non saprei tracciare su mappa – altresì temo non esistano mappe delle terre selvagge dove s’alternarono i miei passi. Sospetto di aver girato in tondo per diverso tempo, perché più di una volta all’orizzonte intuii il profilo delle barriere del regno, provando un senso di malinconia e profonda tristezza. Non mi è dato sapere se in quei momenti fossi completamente alla deriva o se il mio cuore volesse così ardentemente tornare tra le mura amiche da nascondere i suoi piani al cosciente cervello, né voglio saperlo.
Con me avevo un fagotto contenente la preziosa maschera e null’altro che i lerci vestiti che mi avevano gettato addosso poco dopo avermi lasciato nel fango d’una terra straniera. Non avevo identità e se soltanto avessi pensato di presentarmi a qualcuno indossando la maschera, probabilmente sarei stato processato come impostore e traditore: la naturale e conseguente pena, è forse superfluo indicarlo, era la decollazione pubblica. Imparai a sopportare i morsi della fame e la disperazione della sete; la mia pelle cuoceva a fuoco vivo mentre percorrevo il deserto e si tramutava in livida roccia quando nottetempo subivo l’effetto d’escursione termica. Mi rintanai in una grotta per diversi anni e nel buio di quell’antro conobbi l’abisso della cecità, specie quando nel più totale silenzio lampeggiavano lo scrocchio della tarantola e il sibilo del serpente. Avevo cercato la più totale assenza di luce per dimenticare la forma della mia croce di giada, che odiavo profondamente e allo stesso tempo non avrei mai potuto distruggere, poiché non bramavo altro che il ritorno – e soltanto da vivo sarei potuto tornare. Gli anni passarono e il mio corpo non subì la minima modifica; fu la mia mente a sfaldarsi.
Un giorno una banda di ladroni mi sorprese in una delle rare sortite dal grembo di roccia e fui fatto prigioniero. S’impadronirono del mio fardello, svolsero il fagotto in cui era custodito il prezioso tesoro e mi chiesero dove avessi trovato una simile manifattura. Punirono il mio silenzio con orrende torture e fu nel momento in cui le punte uncinate d’una frusta raggiunsero il mio corpo che provai una sensazione che pensavo di avere 
dimenticato: mi sentii fragile ed esposto nudo alla morte. Piansi lacrime di amara tristezza e felicità incomprensibile, pensai d’essere oramai prossimo alla fine; dal momento in cui il capo dei predoni mi aveva sottratto la maschera ero diventato mortale, deperibile come ogni sacco di carne. Costui si stancò della mia presenza molto presto e convenne che una riproduzione piuttosto fedele del simbolo reale poteva essere considerata un buon bottino, quindi si disfò di me, lasciandomi sulla sabbia a macchiare un oceano di granelli con il mio fluido sangue mortale. Fu allora che decisi di tornare, ritenendo il dono dell’immortalità perso per sempre, appigliandomi al briciolo di speranze che avevo nascosto nel pugno. Raccolsi la mantella che avevo lasciato nella grotta e armato del mio solo bastone cercai di raggiungere le alte mura che mai ero riuscito a lasciarmi del tutto alle spalle.
Ogni passo mi era difficile, ma caparbiamente raggiunsi i bastioni e scoprii d’essere stato totalmente dimenticato; cinquanta anni erano passati e nessuno ricordava il mio volto, perdutosi tra gli annunci di bando più antichi.

V

   Tra le vie della capitale mi trascinavo come un fantasma e ridevo della mia condizione d’antico residuo, cenere tornata miseramente ai piedi d’un braciere spento da tempo immemore. Sotto l’egida del mentitore il regno aveva perso stabilità e guadagnato vasti territori. Dove avevo edificato biblioteche erano ora accademie militari e caserme, folti gruppi di gendarmi battevano il territorio per garantire un regime di stabilità. Persi le residue speranze mentre m’avvicendavo verso la piazza centrale; non era soltanto la mia gente a non riconoscermi, ma ero io ora a non riconoscere il mio regno. Il tempo aveva mutato irrimediabilmente ogni cosa.
Fu l’unico a cui riuscì di guardare oltre la mia barba sporca e la pelle decrepita; era la sua sola fedeltà a non essere stata corrosa dal ciclico avvicendarsi delle stagioni: un vecchio in cenci mi venne incontro a un crocicchio con occhi sbarrati, animandosi e alzandosi all’improvviso dal polveroso cantuccio ove riposava con un bicchieraccio per le offerte tra le mani. Aveva una bocca orrendamente rotta, il volto tumefatto e distrutto dalle percosse e si trascinava dietro una gamba piegata. Inizialmente non mi riuscì d’intenderlo, i suoi bofonchi erano pressoché indecifrabili, senza contare che sembrava esprimersi con commozione estrema, spargendo dovunque nient’altro che saliva e suoni orfani di significato. Quando lo vidi estrarre dal brocchino una moneta, che probabilmente aveva lui stesso piazzato lì dentro per attirare eventuali altre offerte, mi mancarono le forze. Sprofondai nell’abisso della disperazione. Tra le sue dita scheletriche trovava posto una moneta di valuta straniera molto rara. Fu allora che incrociai il suo sguardo sofferente, lo riconobbi e compresi d’aver perso ogni cosa.

   Non mi è chiaro il motivo per cui ho voluto trasporre le mie memorie su carta, probabilmente presto questi fogli verranno calpestati sulla strada dove giaccio e tramutati in polvere. Il vecchio mendicante alla sua morte mi lasciò in eredità la causa di tutte le percosse che aveva subito, ossia un abbozzo incompleto della storia del regno, che ho trascritto in esergo alla mia testimonianza. Aveva scritto quelle parole per non dimenticare la sua vera identità, ma l’ingannatore lo sorprese e punì. La presente narrazione non è il delirio d’un vecchio rattrappito, ma la reale storia d’una usurpazione. Posso forse sperare che questo testo tremolante diventi fecondo materiale per cantastorie, ma mi rendo conto d’essere ormai scivolato nel baratro dell’inesistenza, lontano dalla bieca veridicità degli annali. Non esiste testimonianza della mia rovina se non questo malscritto e insufficiente grumo d’inchiostro. Convengo quindi d’essere oramai stato dimenticato. Direte di me che la mia parola di vecchio accattone non vale quella d’un re, ma penso che la parola d’un re valga più di quella d’un impostore.

di Ambrogio Arienti

disegno di Jessica Ghezzi

N.B. Il Vizio del mese è :Tarocchi; a ogni redattore le sue tre carte. La storia era già scritta in loro.

Tarocchi Ambro

 

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