Dei diavoli e dei coperchi – Michele Farina

Disegno Giamblico Tarocco Michele

C’era una volta, e ancora c’è, il Diavolo.

Deciso a regalarsi un manicaretto d’eccezione per il suo compleanno, venturo da lì a due giorni, ordinò ai suoi servi di rubare l’uovo di Sterna Canente della regina.

L’uovo viaggiava in coda ad una carovana verso la fiera di Mirabilia, protetto dal valoroso Cavaliere di Spade. Lì ogni anno si svolgeva la Preclara Gara di Oggetti Straordinari e Altre Fantasticherie e quest’anno, come tutti gli anni in realtà, la Regina Algida voleva vincere a tutti i costi. Ciò che distingueva questa volta dalle altre, stando alle dicerie, era il fatto che la regina fosse riuscita impossessarsi di un uovo di Sterna Canente, aumentando così le proprie possibilità di successo. Qualora il cavaliere fosse riuscito a condurre integro l’uovo alla fiera e a vincere la Preclara Gara, avrebbe potuto chiedere la mano della Principessa Fiammetta.

Dovete infatti sapere che le uova di questo uccello, altro non sono che stelle cadenti atterrate sul morbido, sia esso erbetta fiorita o soffice velletto. I pulcini appena usciti dall’uovo dell’animale, anziché frignare e sgolarsi come i nostri infanti, intonano la più soave melodia mai sentita, condita da una sarabanda di piumate piroette. La leggenda narra che solamente un’altra volta un uovo di tal specie fosse giunto a schiudersi. Si racconta fosse atterrato sul cuscino di un musico sordo, che riuscì a tradurre in note l’inaudita musica tramite l’attenta osservazione dei passetti del pulcino, suggellando poi la composizione col titolo La più soave melodia mai sentita. Manco a dirlo, gli spartiti andarono perduti ed effettivamente nessuno potè mai sentirla. Per assicurarsi l’uovo, la Regina dispose che nella notte di San Rolenzo, tutti i cortigiani del suo immenso palazzone attendessero l’astrale caduta con speciali guantoni di lana di pecoralpaca, realizzati dai più abili tessitori del regno. Tuttavia solamente un esemplare si salvò dal malestro dei servi, racchiudendo in sè l’unica chance del regno di vincere la Preclara Gara.

«Portatemi quel maledetto uovo prima che si schiuda! E badate di non deludermi!», disse il Diavolo, che già si leccava i baffi pregustando nella mente fantastiche ricette a base di uovo di Sterna Canente: «Una metafisica frittata! Una kisch! Un, patafisico pastiche!». Ricevute istruzioni dal loro padrone riguardo il diabolico piano (una diavoleria per l’appunto), i due tirapiedi si misero in cammino, intabarrati nei loro frusti gabbani, per incrociare il cavaliere prima del tramonto.

«Alt! Chi va là? Che niun osti il di carovan passaggio, se del mi’ ferro non vuole un assaggio! O mecum pugnabi’ in la clade, valoroso Cavalier di Spade!». «Siete voi il famoso Cavaliere di Spade?» replicò il più alto dei ceffi impastranati. «Non intendo vostra lingua scanzonata, parlate dunque in rima baciata!». Il bislungo servitore blasfemava sottovoce, riottoso al favoloso clichè. Giungeva in quella da un’altra storia, che non era precisamente una fiaba cavalleresca, e dove era dunque lecito esprimersi senza orpelli retorici di sorta.

Riformulò: «Siete voi il Cavalier di Spade, cuius si cantan virtute et beltade?»

«Oh! Molto meglio, ne converrete! Son prop io colui di cui chiedete

«Per farvi un regalo ci siam messi in viaggio, da che voi salvaste il nostro villaggio

«Non ricordo vichi d’incappucciati, qual è dunque il villaggio onde siete arrivati?»

«Perculeto, mio Sire, vicino a Frascati! Non ci scopriam, ché siam raffreddati!»

Il più basso degli ignoti donatori annuì senza aggiungere nulla.

«Frascati? Ricordo! Ottimo vino! Porgetemi il dono, venendo vicino!»

I due, claudicando un poco, si fecero dappresso al cavaliere e trassero un magnifico spallaccio da dentro una sacca: recava incisa un’effigie ghignante e leggermente strabica, ma al netto della bizzarra fantasia litografica restava un oggetto di pregevolissima fattura. Il basso, che non aveva ancora parlato, emerse un braccio e porse il dono al cavaliere:

«Ma che caro oggettino! E che mano pelosa, pare uno zampino!»

L’altro strattonò via il suo compare e si congedò bruscamente dal cavaliere, anche perché (e come dargli torto), si era rotto gli zebedei di parlare in odiosa rima baciata. Zoppicando s’imboscarono dunque nella selva da cui erano sbucati.

«Che bel dono davvero, ma che caratteraccio! Indosserò al volo codesto spallaccio!»

Così fece e la carovana proseguì il suo viaggio. Venne la notte e, colto da una repentina e inspiegabile sete di sangue, il cavaliere trucidò tutto il convoglio con le sue leggendarie spade, i cui nomi elfici occuperebbero molti paragrafi e non poche incertezze grafiche causerebbe allo scrivente il trascriverli per esteso; possiamo quindi accontentarci di nominarle con le volgarizzazioni dei loro patronimici: D’ùrlin e D’àrda. La mattina seguente il Cavaliere di Spade non ricordava nulla e non spiegandosi l’accaduto, ipotizzò un attacco da parte dalla temibile banda dei Briganti Tagliagole, che infestava la via verso Mirabilia. Sudando freddo per il possibile fallimento dell’impresa, ma soprattutto per le capitali conseguenze ad esso accompagnate, sottrasse l’uovo dalla teca di cristallo e lo nascose in una della sue saccocce. «Donato mio, ma che accadde stanotte? Son tutti morti! E con le gole rotte!», sgomentò quello rivolto al suo cavallo. E il destriero rispose in dialetto veneto:

«Li brigandi nun sz’endrano un cauul, questa sz’è l’opra del Diauul!»

 «Destriero mio, ch’è questo dialetto? Ma che tu parli e non me l’hai mai detto?».

Ecco spiegato il fàtico equivoco: a caval Donato non si guarda in bocca. La bestia parlante, euganea d’accento e di manto cilestrino, mise in guardia il Cavaliere di Spade sul dono ricevuto il giorno precedente: lo spallaccio che indossava era magato da una terribile maledizione. L’effigie ghignante suggeva magia dai raggi lunari e permetteva al Diavolo di impossessarsi del Cavaliere, ma solamente dopo il tramonto. «Fu sparso quindi per colpa mia così tanto sangue per la via?», chiese il cavaliere dirotto in singulti. «Pora bestia, tu non ha’ colpe! Fosti inganato dal Gato e la Volpe! Quand’ io er’ancora un puledrino, szendii la gran storia d’un burattino: Pinochio se ciamava, poro bagato. Più volte fu gabato dala Volpe e dal Gato! Li riconobbi dal’odore, quand vener viszino: tanto va’l gato al largo, che zi laszia uno szampino! Non volio ch’ora tu ti scoragia, perché v’è un detalio che c’avatagia: s’i tu non ricorda ch’ha’ fato a tui amisi viandanti dopo’l tramonto, alor ciò che sucede dall’alba in poi il Diauul non savrà, io ci conto!».

Donato aveva ragione. Il Diavolo si impadroniva del cavaliere solamente tramite lo spallaccio, che si attivava solo grazie alla luce lunare: non poteva perciò sapere che il magico destriero aveva svelato i suoi tirapiedi, né cosa avrebbe fatto il Cavaliere da lì al tramonto. Questo dava ai nostri eroi una giornata per escogitare una contromossa per rendere pan per focaccia del brutto tiro ricevuto.

«Vada in mona il satanasso! Col Gato e la Volpe, ecchecasso!»

Da uomo coraggioso qual era il Cavaliere non si perse d’animo ed architettò un piano per vendicarsi e al contempo condurre l’uovo di Sterna alla fiera di Mirabilia. Nulla doveva però insospettire il Grande Abbindolatore. Quella stessa mattina, in compagnia del caval Donato, si recò alla Desolanda e trafugò da un inerpicato nido un uovo di Chimerda, bestia perniciosa et puzzolente, da consegnare al Gatto e la Volpe la notte seguente. I suoi piccoli, venendo alla luce, avevano la nefanda abitudine di emanare mefitici gas ed espellere copiosamente liquido corrosivo tutto intorno per difendersi, dal momento che questi animali nascono in terre aride e piene di creature ostili, pronte a ghermire chiunque non sappia difendersi. Il cavaliere sostituì l’uovo nella sacca dove aveva riposto quello di Sterna di modo che, pur essendo posseduto dal grande Abbindolatore, al calar del buio avrebbe consegnato l’uovo “giusto” a quei due, che si credevano gran furbacchioni. Venne la notte e con lei, puntuale come sempre, la luna, falcata e sottile come un’unghia d’alluce. I due animali sbucarono da solito cespuglio, fiduciosi nella riuscita del loro piano. La vope si scappucciò: «Cavaliere di Spade! Dacci l’uovo di Sterna che tanto sangue è costato ai tuoi compagni!». Il gatto annuiva silente. La volpe preferiva il cavaliere quando era posseduto dal Diavolo, sia per una certa affinità di intenti, ma principalmente perché non parlava in rima baciata.

«Sono ai vostri ordini! Eccovi l’uovo di Sterna Canente!»

«Molto bene! Sarà una gioia per noi apprendere della tua morte per mano della Regina Algida! Rideremo a crepapelo sapendoti appeso per il collo nella piazza! Ora però dobbiamo proprio andare, c’è un burattino sperso per via che aspetta anche lui di essere impiccato a un albero…».

«Miei signori! Non già accadde che inseguiste il burattino Pinocchio travestiti da assassini?»

Il gatto prese in quella la parola, emergendo dal nero velluto: «Ciò che c’era una volta accade per sempre». A queste parole entrambi s’incappucciarono e tornarono ratti nella selva. Venne il mattino. Sbrigata la legnosa impiccagione, il Gatto e la Volpe bussarono alla porta del Diavolo.

«Entrate! Entrate! Vi stavo aspettando! La padella è già sul fuoco con burro e olio!»

«Ecco a voi mio signore: l’uovo di Sterna Canente! E tanti auguri di buon compleanno! Ci siamo inoltre permessi di portarle una torta, Sua Oscurità!!» fece la Volpe tutta gorgogliosa. Il Gatto si limitava a fregarsi le zampe, gnaulando d’appetito sotto i lunghi baffi neri. «Grazie, grazie! Vi siete comportati bene! Chissà che non ne avanzi un boccone anche per voi due!». Il Diavolo buttò l’uovo in padella. Sollecitato dal calore quello subito si schiuse. Siccome il Diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, non ci fu modo di evitare l’inevitabile: un potente getto di suchi merdosissimi e corrosivi invase la cucina. Quello che i cronachisti e i faunisti del Regno non ebbero mai modo di scoprire, lo imparò il Grande Abbindolatore a sue spese, proprio il giorno del suo compleanno. Si dà il caso che le secrezioni corrosive espulse alla schiusa dall’uovo di Chimerda siano alquanto infiammabili. Ci mancano le doti descrittive per restituire il putiferio prodotto dall’incontro del sopracitato suco con le candeline della torta del Diavolo, che erano tante quante gli anni del mondo. Ci mancano inoltre le abilità computazionali per quantificare le scudisciate che si beccarono il Gatto e la Volpe, una volta guariti dalle ustioni. Senza contare i danni alla cucina diabolica.

Nel frattempo il Cavaliere di Spade con il fedele caval Donato era arrivato alla fiera di Mirabilia. La rassegna di strabilianti meraviglie della Preclara Gara si svolse senza particolari emozioni fino a che non giunse il turno dei nostri eroi. Il Cavaliere estrasse l’uovo di Sterna Canente e lo pose su un palchetto appositamente predisposto. Qualche scossetta, un crepitio, l’uovo si schiu…

 

 

Stonf.

Il Grande Libro delle Fiabe si chiude in grembo al Grande Ingannatore. «Deliziosa questa storia! Non trovate? Una delle mie preferite!». Il Diavolo inizia ghignare con quel suo occhio sghembo, prima sommessamente, poi sempre più sguaiatamente. Si interrompe, vi guarda negli occhi: «Ma che vi credevate voialtri? Che mi facevo davvero infinocchiare da un uovo tarocco? E che cosa volete ancora da me? E vissero tutti felici e contenti… no?».

di Michele Farina

disegno di Matteo Mazzucchi

N.B. Il Vizio del mese è :Tarocchi; a ogni redattore le sue tre carte. La storia era già scritta in loro. 

Tarocchi Michele

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