Occhio non vede, cuore non duole – Martina Ciaramidaro

Da qualche tempo Adam si era stancato di vedere attorno a sé gli oggetti della sua vita con lei, tristi feticci accumulati nel tempo; l’anello-fedina dei loro primi tre anni insieme, le loro tazze stampate accumulate durante i viaggi, la tazza Parigi, la tazza Berlino, la tazza Firenze, la sua sciarpa a righe dimenticata in un cassetto, i suoi vecchi occhiali rossi senza una lente buttati il giorno prima di andarsene dicendo non voglio più vederti. Li aveva scagliati con tanta violenza sul pavimento tanto da graffiare una delle assi del parquet. La seconda partendo dal bordo del divano, Adam la individuò con fare assorto.
Come faceva lei, che senza gli occhiali non vedeva a un palmo dal naso, come lui? E come faceva lui, che per andare avanti avrebbe volentieri gettato i suoi di occhiali per non vedere lei anche nel caffelatte a colazione?
Decise di toglierli un giorno, camminando per una via del centro senza una meta, assaporando ogni dettaglio come uno di quegli artisti situazionisti che a lei interessavano tanto. Occhio non vede, cuore non duole, si disse.
Voleva essere lei quel giorno, vedere il mondo come lo vedeva lei, andando in giro col naso in su, osservando dettagli architettonici che non aveva mai notato prima, soffermandosi sul colore del cielo, sulla gradazione di grigio assunto quel giorno di Novembre. Pioveva e Adam osservava persino l’inclinazione delle gocce che si frantumavano sull’asfalto. All’improvviso si fermò, a qualche metro da casa sua sulla via del ritorno, ricordando quanto quel suo modo di fare le piaceva, constatando quanto di lei aveva dentro di sé oltre che fuori di sé in quegli attimi. Decise. Si tolse gli occhiali in modo lento, quasi fosse una cerimonia ufficiata da un sacerdote assente. Poi si bloccò. Cosa sto facendo?, si chiese. Rimase un momento con gli occhiali di fronte a sé, a mezz’aria. Guardava senza vederlo il punto nitido, messo a fuoco dalle lenti, con gli occhi sbarrati cercando di tener testa al vortice di pensieri che gli turbinò in mente. Adam, che stai facendo, Adam? Il rettangolo messo a fuoco dalla lente destra era un piccolo ciuffo d’erba che impavido sgusciava fuori dall’asfalto, nel punto in cui il muro del suo palazzo incontrava il marciapiede, tutto intorno un’accozzaglia di colori indistinti. Voglio essere quel ciuffo d’erba.
Chiuse gli occhi scuotendo la testa, come se i pensieri così facendo potessero cadergli dalle orecchie. Finalmente appoggiò gli occhiali sul marciapiede e proseguì la sua strada, pochi metri a dire il vero, come se nulla fosse accaduto, ma sentendosi un uomo nuovo. Salì le scale del condominio in un lampo, si sedette sul divano, calpestando l’asse del parquet graffiata senza accorgersene. Prese un respiro. Occhio non vede, cuore non duole, ripeté a se stesso con la convinzione di chi lunedì prossimo si mette a dieta. Ma poi, osservando attorno a sé si accorse di non vedere il suo sorriso sulla curva del pianoforte a coda che sovrastava il salone, non vedere il luccichio dei suoi occhi nel modo con cui la luce del lampadario colpiva le pareti, lei nelle fotografie strappate ancora nel cestino, lei che ora non poteva più guardare.
Con somma soddisfazione Adam si alzò dal divano e si diresse in cucina, tastando le pareti con le mani, cieco volontario. Si accorse di non aver mai osservato molto casa sua, di non averla mai guardata tanto da poterla ricordare a occhi chiusi. Si pentì quasi di aver osservato sempre più la sua donna invece della sua casa. E cosa torna utile ora Adam? Eh? Aver imparato la mappa della tua donna o della tua casa? Gli venne in mente quanto le piacesse la piccola collinetta sulla pancia di lei, la ciccetta, la chiamava. Quella piccola massa che lei si impegnava a fa sparire e lui a baciare. Adam, Adam, dimenticala, sarà facile dimenticarla senza vederla. Forza Adam, fatti forza. In quel momento si convinse che avrebbe dimenticato lei come una strada che non si percorre per molto tempo. Si ripromise di percorrere una strada che da anni non percorreva, per provarsi di avere ragione, che la sua donna era come un percorso da dimenticare. Smise di parlare a se stesso, poi, e riprese a camminare verso la cucina, sentendosi sollevato quando si accorse che le foto appese alle pareti non potevano più guardarlo. Pensava questo, dato che ora lui non poteva più guardare loro. È una cosa reciproca quella degli sguardi con le fotografie, se quegli occhi del passato non possono vederti, non possono infiltrarsi nella tua anima attraverso gli occhi, è perché tu non puoi vedere loro. È così che ti fregano le fotografie, è così che ti fregano i ricordi. Non riesci proprio a smettere di pensare, eh Adam?
Riuscì a mettere sul fuoco un pentolino con del latte che in breve tempo si scaldò. Versò il latte in una tazza assieme a del caffè, merenda tardiva delle sei di pomeriggio. Chiuse gli occhi e bevve un sorso, ma un istante prima che le sue labbra venissero bagnate da quel liquido marroncino, sulla tela delle sue palpebre apparve lei, come un dipinto. Aprì gli occhi e posò la tazza sul tavolo, priva di un solo sorso. Non guardarla, se chiudi gli occhi lei ti vede, i ricordi ti vedono, sentono la tua paura, sentono la tua angoscia, hanno mille occhi dentro ai tuoi.
Fece una passeggiata per i corridoi della casa, assaporando ancora la soddisfazione di non vedere il suo dolore costantemente di fronte a sé. Ma se avesse chiuso gli occhi, anche solo per un istante…
Tornò in cucina, si sedette di fronte al tavolo e finì di bere il caffelatte, ma ogni sorso di quel sapore gli ricordava lei e quella sua mania di dover mettere sempre il caffè prima del latte nella tazza. «Se no lo chiameremmo lattecaffè!», diceva sempre. Adam scagliò la tazza vuota sul pavimento, si ruppe in pezzi andando ad aggiungere un’altra asse scheggiata nel novero delle rabbie di quella casa.
Si alzò e corse verso la sua camera da letto, sbattendo il fianco sinistro sullo spigolo del tavolo. «Cazzo!», urlò.
Aperta la porta, si gettò sul materasso a peso morto, sulla schiena. Non osò chiudere gli occhi, così fissò il soffitto. Il colore indistinto della parete gli sembrava perfetto senza occhiali, senza crepe, senza quella macchia grigiastra che da qualche tempo si era formata sull’angolo sopra alla finestra. Voltò la testa di lato, strabuzzò gli occhi per un momento, giusto il tempo di accorgersi che quel profumo che sentiva era la sciarpa a righe di lei, che lui aveva poggiato sul suo cuscino, tolta da quel cassetto che ora sembrava troppo vuoto. Il suo naso affondò nella stoffa e non resistette a chiudere gli occhi, se solo li avesse tenuti chiusi ancora un po’, avrebbe potuto sentirsi come quando affondava il naso tra i suoi capelli ricci. Una lacrima sgorgò dal suo occhio destro, scivolando lentamente sulla sua tempia, dissolvendosi sul cuscino. Si rannicchiò in posizione fetale e strinse tra i pugni quella sciarpa. Mi lascerai mai?, chiese a lei. Dentro di te, dentro di te Adam, lei ti sta guardando. È per questo il dolore che senti, apri gli occhi, disse poi a se stesso.
Si alzò dal letto con il volto rigato, barcollando fino alla finestra e lì si affacciò, posò il suo sguardo di sotto. Sul marciapiede, i suoi occhiali lo fissavano, ma lui non poteva vederli.
Prese un respiro e l’odore della pioggia gli pervase le narici, sentì che anche quel profumo di lei stava dissolvendosi. Quando il magone passò, un moto di rabbia gli pervase l’animo. Camminando a tentoni ritrovò il letto, ritrovò la sciarpa, la afferrò e si diresse in corridoio, sbattendo su ogni mobile che incontrava sulla sua strada. Non gli importava. Arrivato in salone, quasi correndo si gettò sulla parete piena di fotografie appese, con le mani aperte sul muro, sentì i palmi dolenti dopo essersi gettato su di esso. La sciarpa scivolò a terra. Iniziò a far cadere sul pavimento le fotografie incorniciate, una per una, sentiva i vetri infrangersi, le sue lacrime si accumulavano ai frantumi. Crepe su altre crepe, avrebbe forse cambiato il parquet. Come una furia poi si voltò, corse verso la libreria. Libri raccolti durante i loro viaggi, libri letti al liceo insieme, libri regalati, tutti i libri che riusciva a prendere con le mani finivano strappati sul pavimento. Corse verso il corridoio, altre foto gettate a terra, percorse il corridoio correndo, strisciando con le mani sul muro in modo da farle cadere tutte. Le sentiva sulle dita, prima di sentire il loro frantumarsi a terra, le sfiorava un’ultima volta, con l’organo sensoriale sbagliato. Come vorrei guardarle un’ultima volta… «No!No!No!.».
Urlò con tutto il fiato che aveva in gola, poi, tornato nel salone, si accasciò sulle ginocchia. Lì tacque.
Il peso, il macigno, che aveva nel cuore parve alleggerirsi.
In quel momento gli vennero in mente i suoi occhiali, solitari sotto la pioggia. Erano ancora lì? Che stupido, si disse.
Si alzò, aprì la porta di casa e scese le scale. Ripercorse i metri che qualche ora prima aveva affrontato impavido, con la vista offuscata. Ora vergognandosi di se stesso.
Trovò gli occhiali esattamente dove li aveva lasciati, li inforcò e li sentì storti: qualcuno forse li aveva calpestati. I suoi occhi si riabituarono a una vista limpida e a fuoco.
«Stupido. Idiota. Sei un emerito idiota», borbottava a bassa voce, risalendo le scale del condominio. Aperta la porta di casa si trovò uno scenario diverso da quello che aveva immaginato. Non pensava che lui solo avesse potuto combinare un disastro simile. Poteva vedere il caos che aveva dentro proprio di fronte ai suoi occhi.
Si diresse verso lo sgabuzzino e tirò fuori due scatoloni, nastro adesivo da imballaggio e iniziò a mettervi dentro i detriti prodotti dalla sua furia cieca, compresi i frammenti di vetro, la sciarpa, i cocci delle tazze. Li sigillò, poi, prese il primo fra le braccia e lo trasportò di sotto. Così fece col secondo. La pioggia inumidì il cartone lì dove prima aveva bagnato i suoi occhiali.
Risalito, si ritrovò di nuovo nel salone, osservò la parete vuota, la libreria vuota e si ascoltò. Si sentì vuoto, la sua anima: silenzio, ordine. Scoppiò in una fragorosa risata, fresca, liberatoria, il petto sobbalzava, la bocca prima aperta per un grido produceva quel suono che non sentiva da tanto tempo. Sei andata via, si disse. È andata via, sono solo, sono vuoto.
Chiuse la porta di casa e si sedette di fronte al pianoforte. Suonò il notturno, opera 9, numero 2 di Chopin, la preferita di lei e per la prima volta, dopo quattro anni, non pianse. Si commosse.

Martina-disegno

di Martina Ciaramidaro

disegno di Alessandro Gibogini

N.B.: Tutti i racconti di questa categoria fanno parlare un oggetto: in questo caso si tratta di un paio di occhiali, abbandonati sotto la pioggia.

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