La natura delle cose – Eleonora Daniel

Mi svegliai con il suo volto davanti. Mirabile a dirsi, considerato che nessuno potrebbe descriverne le linee espressive. Pure non avevo dubbi né avrei potuto confondermi in alcun modo, come non è possibile confondere un oceano con un lago di fronte ad una distesa d’acqua apparentemente infinita. Il viso su cui stavo respirando era il viso di Dio.
«Dormito bene?»
Dio aveva un sorriso strano, il ghigno malefico di chi può ridere d’un poveretto che ti sta davanti e non sa quale filo acciuffare dal groviglio. Tutta questa situazione non mi piaceva per niente.
«Pensavo che a me rispondessi.», e si alzò dal mio letto, andando a sedersi sulla sedia all’angolo della stanza.
«Ho freddo.»
La piega sul suo volto scomparve e in un istante ritornai sui miei passi. Davvero non era stato dono quel suo porgermisi innanzi con un’espressione a me riconoscibile? L’indifferenza è vetro e nebbia. Provai l’impulso d’avvicinarmi e sfiorarlo.
«Accendi un fuoco.» rispose oramai impassibile.
«Non ho un camino.»
Mi guardai intorno con un eloquente gesto della mano, deciso a dimostrargli che quella era la mia stanza e di camini non ce n’erano mai stati. Lo sapevo. Uno a zero per il mortale.
Dio alzò gli occhi al cielo, si passò l’indice destro lungo il sopracciglio, lisciando il pelo bianco. Le fiamme divamparono al centro della stanza e mi ritrovai fuori dal letto in mutande a lanciare la coperta sul fuoco, cercando di farlo tacere.
«Da chi credi che Prometeo l’abbia rubato, Christopher?»
Il mio parquet, la mia stanza, le doghe spesse e lucide che avevo fatto sistemare due settimane prima, casa mia, le fiamme, la coperta, vi prego, salvate casa mia, al fuoco!, pompieri! … correte.
«Calmati, figliolo. Non vedi? Non sta bruciando niente. Diavolo, cosa vi insegnano a catechismo? Mosè non ti dice nulla? Acqua? Quel rovo che ardeva senza consumarsi mai? Fuochino?» si fermò a gustare il gioco di parole e continuò: «Ti stai scaldando. Ringraziami.»
Io mi fermai e vidi tutta la scena come avrebbe potuto vederla un occhio curioso poggiato ai confini della serratura: le mie gambe magre divaricate, i peli attenti alle fiamme, le mutande a scacchi chiari, le braccia che ancora tendevano la coperta; ero una marionetta.
Punteggio resettato.
«Allora, mettiamola così…» aveva ripreso a dire «Io ho tutto il tempo del mondo. Tu no.»
Annuii, ancora immobile. Sentivo i bicipiti iniziare a dolermi, ma non osavo rilasciare i muscoli e mutare posizione.
«Per la miseria, puoi anche spostarti da lì!» tuonò.
Forse potevo, in effetti. Mi sedetti sul letto mentre riprendeva a parlare, cercando di darmi un tono.
«Bene, quello che volevo dirti è che sono venuto qui per un motivo. Voglio che tu veda una cosa. Ora, se vuoi continuare a gareggiare con me, mi sta bene. Io vincerò. E non perché sono onnipotente, ma perché sono immortale. Voi confondete sempre troppo. L’eternità non coincide né con la saggezza né con il potere: è semplicemente esistere da sempre e farlo per sempre. Quindi, io vincerò, ripeto.» inspirò profondamente, poi, espirando: «Ma lo farò perché verrà meno il mio avversario.»
Scivolavo con lo sguardo da lui al fuoco. Ci sono anziane che passano la vita a litigare con i rampicanti, cercando di strappare le loro mille zampe dalle proprie mura. Le donne muoiono, i figli vendono la casa, muoiono anche i nuovi inquilini, il tempo passa, i muri crollano. La pianta trionfa sulle macerie. È secca e stentata, e non ha nulla a che fare con la rigogliosità di quelle che allevate e ben volute ricoprono le villette del centro in alcune città. Tuttavia, gracile, vince.
«Cosa serve che veda?»
Accennò con lo sguardo a quello che teneva in mano, lo sentivo attendere la reazione che mi si stava dipingendo in viso. Non era possibile. Che l’avesse sempre tenuto lì o che fosse comparso solo adesso, subitaneo?
«Non sono Charlie Chaplin.» disse.
No, non era Charlie Chaplin. Però stringeva in grembo una bombetta.
«Penso dovresti avvicinarti.»
«Penso anche io.»
Ci alzammo in contemporanea, raggiungendoci quasi a metà strada. Dio aveva passi più lunghi dei miei, ma più lenti. Il fuoco continuava a bruciare qualche metro alla nostra sinistra, oltre a lui la finestra.
Osservai il cappello fra le sue mani, mentre come un prestigiatore lo teneva con la cupola rivolta verso il basso. D’improvviso, vidi apparire un omino sulla circonferenza della tesa. Si allentava con la mano sinistra una cravatta azzurra troppo stretta al collo, tenendo nella destra una valigia da lavoro. Grande come una formica, correva. E piano, accanto a lui, sorgevano palazzi e strade e lui continuava ad affannarsi, svicolare, seguire i suoi (di chi?) piani. Non era inseguito, non scappava da nessuno; solo, andava avanti col fiato corto.
Intanto comparivano come lui altri omini ed altre donnine piccole piccole, con le loro giacchette e i loro cappellini: ad una s’incastrava un tacco in un tombino, l’altro perdeva l’autobus per un soffio, una ragazza si nascondeva ai passanti tenendosi le mani sul cuore, un’anziana entrava in un supermercato, un bambino finiva sotto un tram, la bici accartocciata in un angolo, e un altro ancora tornava a casa fischiettando con la cartella sulle spalle.
Dio espirava e una folata di vento scuoteva gli alberelli e le siepi (erano spuntati anche quelli), poi prendeva fra le dita chi era di troppo e con un colpo deciso dell’indice lo rigettava nel buco nero centrale.
Io ammiravo quello zoo, cercando di non perdere di vista il primo uomo, ma erano tutti una stirpe di piccoli Adamo da palcoscenico destinati a restare sdentati, scalfiti, lanciati via quando fosse finita la loro parte.
«Su, non fare quella faccia, sai benissimo cosa stai guardando. Non serve certo che te lo spieghi.»
«Non è questo il punto.»
«Lo so.»
Sollevai solo un attimo lo sguardo verso di lui. Certo che sapeva. Ma avrei dovuto parlare, poiché quello era il mio ruolo. Nient’altro era accaduto a causa o per merito miei, niente si era sviluppato seguendo una mia iniziativa. Io ero stato solo la spalla.
Il senso di ribellione mi causò un conato di vomito.
“Perché a me?”
“Così.”
Solo allora tornò a ridere.

La sveglia echeggiò a casa ancora nera.
Christopher aprì un occhio, si stropicciò le palpebre, zittì il grido acuto sul comodino. Ancora una volta non ricordava nulla di quanto aveva sognato.
Fece colazione e si lavò. Poi si diresse verso l’armadio, infilò i pantaloni, abbottonò la camicia, strinse infine il nodo alla cravatta. Era un po’ troppo stretto, si disse, ma non importava: era di fretta, l’avrebbe sistemato strada facendo.

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di Eleonora Daniel

disegno di Matteo Mazzucchi

N.B.: Tutti i racconti di questa categoria fanno parlare un oggetto: in questo caso si tratta di una bombetta nera.

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