Solo i più forti – Priscilla Buongiorno

“Nell’assalto di un’aspra e tenacemente difesa posizione nemica, alla testa del proprio plotone, ferito una prima volta al braccio sinistro, proseguiva nella lotta incitando i suoi soldati con la parola e con il valoroso esempio.”

Ciò che accadde lo ricordo bene. Tutti pensavano che avrei perso la memoria, ma io non ero disposto a lasciare un altro singolo, minimo pezzo di me a quella dannata guerra e così me la sono tenuta stretta, la mia memoria. Disturbo post-traumatico lo chiamano. È quello che ti succede quando non riesci più a tornare, tornare alla tua vita, quella di prima, una vita “normale”, una vita senza guerra. La verità è che avrebbero preferito vedermi ammattire; magari smettere di lavarmi, di dormire, stare di guardia alle finestre con l’orecchio teso… diventare uno di quei morti che camminano, perfettamente sufficienti a se stessi, inadeguati alla società. Così avrebbero avuto una scusa per rinchiudermi in uno di quegli istituti per ex-soldati tutti allo stesso modo inadeguati, giocattoli mal funzionanti raccolti nel baule in soffitta dove nessuno guarda più, fino a quella pesca di falsa beneficenza quando, rispolverato il baule, caricato nella monovolume, lo si porta fino in chiesa. Ci hanno provato a farmi sentire così, a farmi sentire rotto. Mi manca un pezzo, è così, ma la mia ferita non è così diversa da quelle di chiunque, solo, è visibile con gli occhi. Ho ancora la mia storia, dopotutto e quella nessuno può metterla in una scatola. Voglio condividerla con te che ascolti, con gli occhi grandi, pieni delle scintille bianche che piovono dal lampadario anni Settanta sul soffitto, il tuo naso sottile che fa capolino dal bracciolo del divano. Questa è una storia terribile e come tutte le storie terribili è anche vera.

Sono passati quarant’anni da quel giorno; quando la notizia di una possibile rivolta cominciò a serpeggiare tra le file delle nostre scatole di latta, case ben poco accoglienti devo ammettere, in tutti i giovani, tutti quelli prodotti nel 1976, un’idea nacque luminosa: la libertà. La libertà è sempre la chimera che spinge tutti a compiere atti incredibilmente stupidi… coraggiosi, ma stupidi. E’ così che cominciò. Non ti mentirò, noi quella guerra l’abbiamo voluta, l’abbiamo voluta eccome! Con tutta la convinzione che può racchiudere un nobile ideale come quello che noi spingeva. Naturalmente i sopravvissuti sono pentiti, non so quanti ammetterebbero, ora, di aver tanto desiderato la battaglia, d’aver gridato d’eccitazione all’alba della vigilia, d’aver respirato di gioia a pieni polmoni la polvere dei compagni distrutti. Ma la cosa che abbiamo imparato è che la guerra è proprio uno schifo. Non c’è differenza se conosci il viso di chi stai combattendo, se ne conosci il motivo: non sarà mai valido abbastanza. Ma quella notte no, noi non sapevamo, noi bruciavamo d’impazienza. Quella notte tutto era pronto: avremmo attaccato sul fianco sud della collina, invisibili ai raggi della luna artificiale inserita nella presa della corrente, col favore delle tenebre sarebbe stata una vittoria facile, nessuno si aspettava di trovarci lì, il sonno dei nemici si sarebbe trasformato in un buio vortice oltremare che tutto e tutti avrebbe ingoiato; e infatti la vittoria fu schiacciante. Riuscimmo a contare il numero delle vittime: quarantasette. Senza cadere in facili patetismi voltammo le spalle ai cadaveri, quelli che ormai non erano più i nostri compagni, e tornammo alle nostre scatole. Nessuno parlava, nessuno alzava lo sguardo, ma si percepiva la folle euforia di quella notte dal rumore dei passi. Ci era piaciuto. Remy-la-sveglia segnava le tre del mattino da quel suo punto privilegiato di vedetta, sul mobile sopra il televisore, quando stupidamente ebbri di vittoria varcammo i confini del bosco di formica, legno e acciaio, la strada più veloce per tornare agli alloggi, dal lato opposto del salotto. Ormai a portata d’occhiata il riposo, non ci accorgemmo che proprio al di sopra delle nostre teste qualcosa si muoveva, ma non c’era vento in quell’alba artificiale e in un attimo ci furono addosso. Un terribile boato diede inizio all’Apocalisse: lampi di led ci accecarono, bianchi e rossi, folate umide di vento cominciarono a sferzare i nostri volti; molti di noi furono sollevati da terra, vittime di un’enorme volontà superiore e Jimmy atterrò proprio addosso a Remy, che cadde e si frantumò: perdemmo due dei nostri migliori elementi in un attimo. La battaglia infuriava attorno alle mie orecchie ancora ovattate ma riuscii a rialzarmi e mi misi al comando di un piccolo drappello per tentare di contrastare quella furia. Senza più poter contare sul prezioso lavoro di Remy, dovetti affidarmi al mio istinto, certamente non al mio buonsenso, poiché lanciammo un’offensiva dritta nelle fauci del nemico: attaccai per primo, un buon capitano dà sempre l’esempio, così ci insegnano, e dietro di me i coraggiosi soldati pronti a dare la loro vita. Riuscimmo a ferire la Bestia a un occhio e batté in ritirata uggiolando con la coda tra le gambe. Vittoria! Vittoria! Esultai, quasi saltai, quella lunga notte giungeva finalmente al termine, la battaglia era stata vinta! Solo dopo qualche istante mi resi conto degli sguardi mortificati e preoccupati dei miei soldati: uno di loro, Ronnie (ricordo ancora tutti i loro nomi, per la miseria!), mi indicò la zampa. Era invisibile. Al suo posto una superficie bianca, perfettamente liscia disegnava la fine del mio arto il quale, abbandonato, giaceva poco distante con la stessa estremità perfettamente bianca e perfettamente liscia a delimitarne la fine. Vedere la mia zampa staccata dal corpo mi ha lasciato come stordito, anestetizzato, rotto. Non provavo dolore, i giocattoli non provano dolore, nemmeno quelli vintage, nemmeno quelli vintage alle pesche di finta beneficenza, eppure questa è la mia storia, lettore, decidi tu che farne. Forse sarò così fortunato da diventare parte di una nuova collezione, io che non sono che un cane di porcellana impolverato.

Per Priscilla

di Priscilla Buongiorno

disegno di Alessandro Gibogini

N.B.: Tutti i racconti di questa categoria fanno parlare un oggetto: in questo caso si tratta di un giocattolo di porcellana.

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