La Gioconda si è bruciata gli occhi – Federico Achini

Quando morì nostra madre io non c’ero, e nemmeno Carlo: l’uno preso in un giro di conferenze a Oxford, l’altro perso nei preparativi del suo imminente vernissage a Osaka. Più tardi me lo sarei immaginato quell’attimo, con tentacoli di bruma ectoplasmatica che salivano serpeggiando dal Piave e s’insinuavano per le vie del borgo alla ricerca di mia madre. Doveva essere morta in silenzio, cullata dalla nebbia. Erano sempre stati luoghi di nebbie e silenzi.
Mi telefonarono che stavo tenendo un discorsetto a un grumo di studenti britannici annoiati, e mi richiamarono in piena notte anche, e la mattina dopo. Quando finalmente risposi, il suo corpo doveva essere già rigido da un pezzo: bianco e consunto, come il mozzicone di una sigaretta.
Presi il primo aereo che trovai per il continente, fui catapultato a Francoforte, un altro volo, Malpensa, taxi, Milano, treno, Padova. Non capivo più nulla. Cominciai a comprendere quello che stavo facendo – quello che il mondo mi stava facendo – quando mi ritrovai in un vagone sferragliante a osservare le acque torbide del Piave scivolare nella gola delle montagne come pensieri dimenticati trascinati dal tempo. Dieci anni che la mia vista non si perdeva su quei pendii scoscesi irti di frasche riarse, scalfiti da quelle spelonche erte e calcinose. Dieci anni, ma alla fine ero tornato a casa.
Feci in tempo a vederla nel suo letto, tutta ben vestita, per un’oretta. Magrolina magrolina, piccolina, pareva fatta di carta velina. Le palpebre pallide e lisce erano chiuse serenamente sopra il naso ricurvo, come fosse tornata in un sogno che faceva da bambina. Solo le labbra tradivano la farsa crudele, quel segreto imbarazzante che è la morte: come distese in un sorriso lubrico dal rigor mortis, pronte a ricevere un bacio sensuale, stonavano con il suo viso pacato, conferendole un’espressione volgare, di puttana per vocazione colta dal fato durante l’amplesso.
Distolsi lo sguardo; e fu l’ultima volta che vidi quel volto: poi se lo mangiò una bara, se lo mangiò quella terra ruvida e brutale che o amavi od odiavi, e tutto ciò che mi rimase di lei fu l’immagine di quel suo insolito sorriso godurioso, come una diapositiva maledetta davanti ai miei occhi. Non parlai con nessuno, nessuno mi parlò; il giorno seguente, fatte le valige, partii per Osaka.
Mio fratello mi attendeva in un hotel poco distante dalla galleria in cui l’indomani avrebbe inaugurato la mostra. Non lo vedevo da tredici anni, da dieci anni non ci facevamo più nemmeno gli auguri per telefono e le sporadiche notizie che possedevo sul suo conto le rubacchiavo dai giornali e dalla televisione. C’era grande attesa, nel mondo dell’arte: tutte le opere passate del grande surrealista esposte alla plebaglia; ma soprattutto l’ultima inedita, da tempo annunciata come il suo capolavoro e che avrebbe visto il suo completamento proprio all’apertura della mostra, davanti a una folla di giornalisti e critici. Era quella che l’avrebbe reso immortale, dicevano alcuni, palesata per la prima volta al popolo ancora incompiuta: e quell’ultimo tocco sarebbe stato quello di un dio che incorona se stesso.
Quando lo vidi lì nella hall, magro come un chiodo, tutto irrigidito, con una barbaccia nera che gli devastava le gote, capii che quell’uomo non era più solo mio fratello: era molto altro oramai, e non m’apparteneva più di quanto mi appartenessero i suoi dipinti e quella città lontana in cui aveva deciso di abitare. Aveva seguito la vita, pensai, e io ero rimasto indietro, sulle tombe, a guardarlo volare.
Mi strinse la mano frettolosamente, sfuggendo il mio sguardo. Sentii morirmi tutti gli abbracci, tutte le parole che avrei voluto dirgli. «Ciao, Carlo» e mi spensi.
Mi condusse nella camera dell’albergo che da settimane era divenuta il suo alloggio ufficiale. Poteva permetterselo, dio del cielo, poteva permettersi tutto l’hotel. Mi chiese del viaggio, dove ero stato ultimamente, mi fece accomodare sul divanetto Luigi XIV. Mentre lo guardavo scivolare al frigobar per recuperare aperitivo e patatine, all’improvviso me lo ricordai quel pomeriggio, là, sul torrente. Quanti anni dovevamo avere? Tredici? Dodici?
Non aveva mai fumato, così aveva detto. Quel pomeriggio io glielo avrei insegnato. Ci eravamo appollaiati su quel bel pietrone nero da cui di solito prendevamo il sole, proprio a fianco dell’acqua. Lui mi guardava affascinato mentre ponevo il filtro nella cartina, e poi il tabacco, quello rubato al nonno, ma non troppo.
«Ma brucia?» mi chiese a un certo punto.
«Sì. Tutto il polmone. La prima volta è pericoloso, rischia di ammazzarti. Come la mamma se ci becca».
«Dai Michele, brucia sì o no?».
Gliela misi davanti al naso, bella bianca e sottile, senza pieghe né bozzi.
«L’hai pigliato il fiammifero?».
Armeggiò con le tasche qualche istante, poi mi mostrò il cerino. «Accendilo» lo esortai, «che il primo tiro lo do io, sennò si spegne». Lui sfregò la capocchia sui calzoni, troppo forte, il bastoncino si spezzò. Mi guardò pieno di vergogna.
«Scemo. Sei proprio scemo. Ne hai un altro?». «No».
Gli diedi la sigaretta. «Ce l’ho io. Reggi qua». E mentre prendevo il fiammifero, lo sentii mormorare: «Sarà sempre così…».
Gli strappai la sigaretta dalle dita, l’accesi e feci un tiro. Poi gliela passai. «Dai finocchio, che sennò si spegne». Lui inspirò. «Non sento nulla». «Devi mandarla giù nei polmoni, no?». Ci riprovò e questa volta ci riuscì: e lo so, perché a momenti mi ci moriva, per quella sigaretta. Ed era bello ridere e sentirlo ridere mentre tossiva. «La terrò» sputacchiò a un certo punto. «Il mozzicone. Perché è come una promessa. Anche le cose piccole…». Ma io non capii: «Sei proprio finocchio».
Quando mi porse il bicchiere di Negroni, quasi fui sul punto di domandarglielo, se ce l’avesse ancora quel mozzicone che era come una promessa; ma non era più quel Carlo, come poteva avere il suo mozzicone?
Mi chiese se fossi andato al funerale: annuii. «E com’era?». Lo guardai negli occhi e dissi: «Morta». Lui abbassò lo sguardo. «Che domanda del cazzo».
Finimmo con il parlare delle sue opere, proprio come una volta parlavamo dei suoi disegni. Allora usava il carboncino, mentre oggi le tempere a olio e lo scalpello; e allora chiacchierava con uno spiccato accento veneto, mentre adesso sembrava un anglofono trapiantato da pochi anni in Italia; ma alla fine era la stessa nenia; e mi piaceva, perché sapeva di quiete, di pomeriggi assolati, di cose antiche mai del tutto assopite. Qualcosa del vecchio Carlo gli era rimasto; ma non il mozzicone. Quello no.
Era emozionato per la sua ultima opera: disse di non aver mai fatto nulla di così vivo. Questo disse: «così vivo».
«E c’è una sorpresa per te» aggiunse con un sorrisetto. «Eh?». «Domani vedrai».
Trascorsi il giorno seguente imbevendomi di caos nipponico e mangiando sushi, finché venne il tramonto e l’ora dell’apertura del vernissage. La galleria era gremita di gente di tutte le nazionalità: dalla folla colorata e vibrante trasudava eccitazione come sudore da un febbricitante. Faceva caldo, in effetti, e io avevo bevuto troppo sake.
Mi ritrovai a pensare a mia madre e a quanto fosse strano che nessuno dei presenti a parte me l’avesse conosciuta, o anche solo sapesse che fosse esistita. Mia madre era mia, mia e di Carlo, lì a Osaka. E presto o tardi non sarebbe stata di nessuno, un nome su una lapide, poi solo una lapide e poi nemmeno il vento avrebbe più sussurrato di lei. Mi vennero in mente due paroline, “stucchevolmente lacrimevole”, e me la immaginai dirle, arricciando le labbra come Marylin Monroe. Mi salì il riso e mi sentii una vera merda.
D’altronde, mi dissi, quella gente non conosceva nemmeno Carlo. Cosa potevano sapere? I titoli delle sue opere? La sua data di nascita? E tutto il resto? Carlo, che a diciannove anni quasi accoppava mamma con un ferro da stiro, gridando «Puttana! Puttana! E papà?»? Carlo, scappato a Parigi in una notte d’inverno come un ladro, senza avvertire, per diventare un pittore di Montmartre e il giocattolo di qualche mecenate pederasta? Carlo, che un pomeriggio d’estate voleva farmi un ritratto con un cappello di paglia, e poi le avevamo prese da mamma, che ci credeva in cucina a studiare?
Finalmente irruppe nella sala, in un tripudio di applausi. Lo accompagnava un ragazzo dai tratti asiatici di non più di vent’anni, un suo apprendista forse, forse il suo compagno. Ci spostammo come una mandria nella sala centrale, capeggiati da un giapponese vecchio e grasso con capocchie di spillo per occhi e setole impeciate per capelli: doveva essere il proprietario della galleria. Lì trovammo un’enorme tela, di almeno tre metri di altezza per due di lunghezza, già appesa al muro, ma coperta da una tenda nera e pesante. Sulla sinistra era stata posta una scaletta, sui cui Carlo montò. In quel mentre, vidi il giovane che gli era appresso mettergli una mano sul culo per sostenerlo e allora non ebbi più dubbi. Ricordai le sue parole della sera prima, «una sorpresa per te». Sai che sorpresa.
Il proprietario della galleria fece un bel discorsetto fluente in inglese: applausi, risolini, assensi. Poi il silenzio. Ed era giusto così, perché Carlo era stato partorito dal silenzio, e nel silenzio la sua opera avrebbe visto la luce. Ci guardò tutti, dall’alto della scaletta, come a sfidarci; poi con uno scatto afferrò il telo e lo levò.
Ci fu un sospiro di stupore collettivo e io mi trovai preda di qualcosa di enorme, di magnifico e mostruoso, e mi sentii come fatto di cristallo. Era la Gioconda di Leonardo, ingigantita alle misure di un titano greco, che ci osservava implacabile. Solo che non era esattamente lei. Aveva solo ossa al posto delle mani, e nelle dita della sinistra stringeva una sigaretta: il sottile filo di fumo che si levava spiraleggiava sinuoso un paio di volte, prima di essere spazzato via come da un’improvvisa raffica di vento. Alle spalle della donna, poi, c’era l’inferno: foreste in fiamme, città distrutte, cavalli imbizzarriti e cadaveri come foglie secche sparsi ovunque.
Era tutto terribile e tutto magnifico, ma quando vidi il volto mi sentii mancare. Non era quello sguardo che ci fissava a uno a uno come quello di una creatura dal profondo dell’abisso; non erano quelle pupille larghe e orribili di squalo: era il sorriso. Quella piega languida, un po’ sorniona, e Cristo santo, era il sorriso di nostra madre, ma nostra madre morta. La Gioconda era morta.
Cominciai a sudare, mentre i flash delle macchine fotografiche scandivano ogni attimo di quel rituale. Vidi Carlo prendere qualcosa da una tasca e poi un accendino. Un flash improvviso illuminò nella sua mano un mozzicone. Sapevo che mozzicone fosse: e allora capii anche la sorpresa. Serio come un sacerdote pagano sull’altare, l’accese, tirò una boccata. Poi si sporse sul quadro e con fredda calma iniziò meticolosamente a bruciare la tela, proprio dove il nero riempiva la pupilla sinistra. Non volava una mosca. Bruciò anche la pupilla destra; poi levò il mozzicone come un santo leva il crocifisso a Satana e gridò: «L’arte è morta! E l’assassino è questo mozzicone! La Gioconda si è bruciata gli occhi!».  GIOCONDA
Fece una pausa e infine disse «L’opera è compiuta» e lasciò cadere quel che restava della sigaretta a terra.
Non so bene quello che accadde poi. Vidi una donna portare una targhetta d’ottone e il giovane compagno di Carlo recuperare il mozzicone e nasconderselo tra le mani come una preziosa reliquia. Fui spinto di qua e di là, avanti e indietro, con voci e luci che si fondevano, e le grida di mio fratello: «Il mozzicone ha distrutto l’inganno! Il mozzicone ha ucciso l’arte! Perché l’arte è una puttana e doveva morire!»; e quelle urla di odio che invasavano la gente mi rimbombavano nella testa come una condanna per l’inferno.
Cercai di farmi spazio, sgomitai, spintonai, ruzzolai come un demente in quel vortice di volti, di grida, di applausi, di luci. Non so come raggiunsi l’uscita. Sentivo il caos dietro di me, sentivo il circo fare festa sul cadavere di mia madre.
«Michele!» udii chiamare. Era il compagno di mio fratello; in mano aveva accendino e mozzicone.
«Carlo dice questo è tuo. Dice che…». Fece una pausa, cercava di ricordare. «…che è una promessa».
E se ne andò. Io guardai quel mozzicone e pensai a tutto ciò che significava; e le stelle e le luci di Osaka mi parvero distanti mille volte l’eternità dal mio borgo sul Piave, dalla tombe silenti, dalle nebbie della mia infanzia.
Del mozzicone non restava che poco più del filtro, ormai: e io avevo l’accendino. Lo accesi con l’idea di distruggerlo, credo: perché non potevo buttarlo a terra e dimenticarlo, così come il passato non si può abbandonare al bordo di una strada o sull’orlo di un tombino. E invece mi fermai a guardarlo, affascinato dalla sua potenza. Si levò un filo di fumo dalla brace: spiraleggiò sinuoso un paio di volte, prima che il mio respiro lo spazzasse via all’improvviso.

di Federico Achini

disegno di Martina Ciaramidaro

N.B.: Tutti i racconti di questa categoria fanno parlare un oggetto: in questo caso si tratta di un mozzicone di sigaretta.

 

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