Cinque corone – Fepa

…Pensieri soli e persone che non esistono.

Io non credo che le persone esistano veramente, a volte spariscono infatti e di loro non resta niente, se non un sussurro mentale, immaginario alle volte, di tempi con loro condivisi.
Quando spariscono è come se non fossero mai esistite. Di chi è la colpa? Di chi sparisce? Di chi le fa sparire? Di chi permette loro di andarsene?
Forse le persone si perdono come degli oggetti, come delle monete… la colpa allora è di chi le lascia cadere: mancanza di attenzione, portafoglio chiuso male, si è stati maldestri e distratti e tutte le monete sono precipitate, una alla volta, lentamente, come delle gocce, o tutte insieme in una cascata senza rumore. Non ci si accorge.
Capita che qualcuno, qualcun altro, le ritrovi. Succede così anche con le persone: si ritrovano, poi. Solo che è sempre qualcun altro, che le ritrova.
E ciò che viene recuperato sono solo le essenze di chi, già una volta, ha smesso di esistere, perduto e infinitamente cercato, sempre nel posto sbagliato.

Sentiva Philippe che il vento gli prometteva senza dubbio qualcosa. Ed era sempre così, quando l’aria si muoveva nel cielo, invisibile. Non tanto nello sfrigolio delle foglie, o nel piegarsi dei rami scuri, o ancora nel gonfiarsi come vele delle lenzuola appese oltre le ringhiere degli appartamenti, ma semplicemente in quell’odore chiaro e inconsistente di cui l’atmosfera si impregna, quando il vento soffia. Tutto, in quel trambusto trasparente, si smobilizzava. Philippe si guardava intorno: il cielo, il marciapiede, l’acqua fuori dei tombini, scorrevole, come una piattaforma nuova, di quelle che si trovano negli aeroporti. In quel suo sguardo tentava di cogliere il senso degli oggetti, delle nuvole, dei discorsi fuggitivi dei passanti. Sbirciando oltre le tende scure, cornici di vetri vecchi, opachi di pioggia secolare, di nebbia cristallizzata nel passato di qualche antica mattina, sperava di scorgere l’intimità spettacolare di chi oltre quelle finestre nemmeno si accorgeva di essere ancora in vita.

«Philippe ci sei?»
Ci sono, pensò Philippe, ma non lo disse. Ci sono forse, precisò dentro di sé. Sono l’ostacolo impreciso del vento.
«Dai cerca di stare al nostro passo che altrimenti non facciamo in tempo. Dobbiamo ancora vedere un sacco di cose!»
«Arrivo, arrivo!»
Mai più affidarsi ai viaggi organizzati, si urlò dentro. E allora cominciò la solita battaglia silenziosa, fatta di implosioni incomunicabili. Inseguendo disperatamente la cosa giusta si trovava a fare sempre quella sbagliata. E poi si scusava.
«Perdonatemi. Questa notte non ho dormito benissimo e ora sono un po’ stanco. Poi mi stavo chiedendo: come mai quel lampione è ancora accesso? Lampeggia!»
«Ci siamo quasi alla fermata della metro!»
Philippe si rifiutò di pensare che non era stato ascoltato e guardando la ragazza affianco sorrise gentilmente. Lei, restituendogli quel gesto umano, gli fece cenno di non rimanere indietro, che la guida era già praticamente in fondo alla scala e… Finalmente accettò che non era stato ascoltato. A nessuno importa di come hai dormito, o di come lampeggia un lampione, Philippe, si disse, rassicurandosi nella propria posizione.
«Dunque ora, dopo aver visto l’antico palazzo reale, ci recheremo al parco centrale della città, e lì potrete fare foto, mangiare i vostri panini sui tavoli a disposizione… solo che dobbiamo fare in fretta perché so che altri gruppi hanno programmato il nostro stesso percorso!»
«Allora si poteva cambiare» l’aveva detto ad alta voce.
Quel fuori programma fece immobilizzare tutti. La guida davanti, per prima si voltò, fermando la sua ingiustificata corsa verso il tempo da guadagnare.
«Questo è senza dubbio il percorso migliore, mio caro Philippe, dunque per favore, ci stia dietro. Grazie.»
Vomitò ogni parola sorridendo e Philippe si scoprì divertito. Così senza pensarci rise fuori un veloce «Scusate» e si rimise in fila, tra la coppia in pensione e la donna in carriera appena ritirata dalla carriera; e poi c’era quella ragazza, giusto un po’ più avanti, che unica pareva rispondere ai suoi tentativi di fare l’essere umano, sorridendo.
La conosceva da prima di partire, ma non avevano mai parlato molto, solo qualche cortese saluto nell’incrocio degli uffici. Era stato impossibile per lui andare oltre quella bellezza semplice che tanto si annunciava come un rifiuto. Eppure qualcosa di gentile esisteva oltre le sue ciglia.
«Forza, forza la metro è arrivata, se corriamo riusciamo a prenderla! »
Controcorrente, si scivola dalle scale; I suoni metallici stridono, le porte verdi si spalancano rumorose, il fragore delle voci incastrate rotola fuori, le luci sono forti e la “musica” terrorizza tutti: le porte stanno già per chiudersi; anzi si stanno chiudendo; sono chiuse, con un rumore scioccante a cui, per quanto ci si vergogni ancora ad ammetterlo, nessuno mai si è abituato.
Philippe capì di essere rimasto dalla parte sbagliata del passaggio vedendosi nel riflesso oscuro degli occhi spalancati dei suoi compagni di viaggio. Si sentì, per un istante infinito, abbandonato, come se tutti loro, ma soprattutto Camille, la ragazza da cui si era ripromesso di ricevere amore, l’avessero lasciato lì apposta. In un sussurro gli sembrò di percepire la guida che diceva: «Ci vediamo alla prossima stazione», ma sapendo che molto probabilmente aveva mal interpretato, salutò con la mano e senza nemmeno consultarsi con se stesso, decise di cambiare strada.

Ci mise un tempo molto piccolo, lo spazio di qualche minuto, Philippe, a trovare un nuovo posto: una panchina di un verde morbido, quelle a cui nessuno fa caso lungo i marciapiedi. La solitudine diventa sempre un’abitudine tra le tante, come la noia, l’abitudine stessa e la paura di abituarsi. Cercava ora di trovare una nuova verità tra queste parole e il loro significato, e intanto guardava le persone straniere camminare, il loro universale isolamento messo in mostra senza volerlo. A volte Philippe pensava anche per gli altri, sofferente dell’inespresso, desideroso di spezzarne la distanza.
Di fronte a lui una pozzanghera. Si intravedeva Philippe nel grigio scuro del fondale, tremolante di acqua sporca. Respirò. Poi lo fece ancora. Poi non smetteva più di respirare e non sapeva come fare per evitare di sentirlo come un dovere, quello di restare in vita, felicemente.
Anche lui come i passanti, era rimasto solo e gli sembrò che questa cosa fosse tremendamente triste e ingiusta soprattutto; girare per la città insieme ad altre presenze scostanti sarebbe stato in fondo più divertente. Anche se non era stata meno, in loro compagnia, la solitudine appiccicosa e inquietante. Ogni occhio e ogni mano intorno a lui avevano insistito nell’affermare che “devi imparare a stare solo Philippe, perché tutti lo siamo, perché il mondo è cattivo!”. “Ok” rispondeva Philippe con il silenzio e dentro un buco gli si apriva. “Perché?” ma non lo chiedeva. Ora che solo si era ritrovato davvero sapeva finalmente ammettersi che non era d’accordo. Io non credo nella solitudine! E se lo cantava come una festa dentro. Scoppiò a ridere e gli venne quasi voglia di alzarsi e mettersi a ballare come un pazzo, come in un film. Un’onda di adrenalina gli riempì le ossa e si sentì investito di sole, come se avesse trovato la soluzione all’universo, al suo enigma. Io non credo nella solitudine! E rise davvero e si guardò intorno e aspettò una musica. Solo il vento cantò.
Poi, delicata, fiore di metallo, sul fondo della pozzanghera, nell’angolo-non angolo a destra, si accorse Philippe, che c’era e c’era sempre stata una monetina.

Camille si guardava le scarpe e le trovava molto brutte. Perché le aveva comprate? Avevano avuto l’aria di essere comode, e in effetti per una gita in una storica capitale come quella erano perfette. Erano orrende e ora se ne pentiva. Si pentiva quotidianamente: di come le fosse venuto il caffè, sempre troppo forte quando lo voleva più leggero, sempre leggerissimo, come acqua marrone, quando sapeva di doverlo bere forte, per restare sveglia; di come aveva sbattuto il portone d’ingresso, svegliando certamente l’inquilino del primo piano; di come aveva deciso di prendere l’ascensore invece che le scale per salire in ufficio, cercando di evitare l’imbarazzo di uno sconosciuto che condivide lo stesso infimo spazio, ma quando atterrava ansimante alla sua scrivania e nessuno alzava lo sguardo per salutarla ci rimaneva incredibilmente male, e tutta la giornata poi diventava presagio di tristezza. Ora si stava pentendo di non aver chiesto il numero al ragazzo di qualche ufficio dopo che si era iscritto alla gita con lei, e che ora aveva perduto. Avrebbe potuto mandargli un messaggio, chiedergli dove fosse, perché non li avesse più raggiunti, se poteva andare da lui, stare un po’ insieme, parlare del cielo, sorridergli, fare l’amore. Essere felice. Si pentiva di questo: di fare finta di essere felice nel suo involucro di ragazza bella. Di colpo i palazzi antichi, il parco, il vento azzurro, avevano perso leggerezza e ogni cosa pareva solo una ricostruzione di se stessa dopo un terremoto. Mi manchi Philippe, pensò. Mesi a convincermi che siamo tutti soli, a non rivolgerti la parola, a fingere, e ora mi manchi, come quando si ha la sensazione di essersi dimenticati qualcosa che non si sa cosa sia: un dolore di vuoto, un dolore inesatto. Il gruppo era andato avanti e lei abbandonata, nel verde non più verde del prato centrale aveva voglia di piangere ma non ci riusciva.
Poi, accanto alla scarpa sinistra, che era quella più brutta delle due, vide una monetina.
Chinandosi, senza più pensare a scarpe e pentimenti, Camille la accolse tra le dita.

Cinque corone, la moneta di un altro luogo. La stessa moneta, due istanti diversi, bagnò la pelle delle mani di Philippe, nel contatto freddo, e poi la pelle delle mani di Camille.

Camille sorrise. Sorrideva sempre quando trovava una moneta per terra. Era come un messaggio da qualcuno che la rassicurava: Camille, è al suo posto ogni cosa e tu sola non sei in questo mio pensiero.
Philippe, è al suo posto ogni cosa e tu solo non sei in questo mio pensiero. Non siamo mai abbandonati, nella mente degli altri. Siamo altro, nei pensieri degli altri, ma almeno siamo. Sorrise, pensò a Camille per un istante.
Pensò di nuovo a Philippe per un istante, e forse due. E forse non smise mai. Non era il vero Philippe, era l’amore che voleva da lui, era l’amore di cui aveva bisogno. Era l’amore e basta.
Sentirono che il vento aveva finito di fare promesse.

Capita che qualcuno, qualcun altro, le ritrova, le monete come le persone perdute.
Ciò che viene recuperato sono solo le essenze di chi, già una volta, ha messo di esistere.
E quante volte ancora.

fepa

di Federica Tosadori

disegno di Daniela Cervera

N.B.: Tutti i racconti di questa categoria fanno parlare un oggetto: in questo caso si tratta di una monetina da cinque corone.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...