La Dragonessa – Michele Farina

«Qui ne va dell’integrità di un nome! Del mio nome!» diceva lei, rimestando panni e pensieri in un’unica torbida matassa. «Dragonessa…sì, Dragonessa! Ma io mi chiedo: che razza di drago non vigila il suo tesoro?». Così procedeva sgrovigliando uno storto filo di pensieri, ora per sussurri, in punta di piedi, ora correndo in tondo per la stanza, rimanendo poi annichilita in un cantuccio, come una pelle di serpente. Eppure le era sembrato di adottare ogni necessaria precauzione: da giorni aveva sbarrato la finestra e gli accessi che dagli altri ambienti conducevano alla sala da pranzo. Da lì niente o nessuno sarebbe potuto entrare o uscire: non un estraneo, non lei, tantomeno un foulard rosa a pallini bianchi. Ormai il suo unico occhio sul mondo fuori era una larga crepa nel soffitto, dalla quale, in una scellerata lotteria, facevano capolino nella stanza barbagli di luce, mosche, scrosci di pioggia. «Il foulard della Zia Nilde! Perduto!» urlò graffiandosi il cranio con rabbia, gesto che aveva silenziosamente deposto lo scerpare dei capelli, almeno da quando ne era rimasta sprovvista. Osservava lacrimando quanto aveva messo insieme negli anni: vasi interi pieni di chiodi e vetri variopinti, fustini di detersivo semivuoti, taniche ricolme di liquidi, giare piene di bottoni e simili chincaglierie, alcuni copertoni, due materassi pulciosi, una cucitrice guasta. E ancora: tutti i numeri di Astra dal ’85 al ’94, una compatta modulistica di cartoni delle uova, i gusci rotti di queste ultime, bottiglie di varia forma e dimensione, pile di elenchi telefonici, scatole di cereali, spazzolini, cotton fioc usati, un portagioie zeppo di unghie tagliate, ma soprattutto La Grotta, la quale altro non era se non un pertugio ricavato da una vera e propria altura di vestiti ammonticchiati. La sezione abitabile di tale locus in loco era delimitata da alcuni grossi cuscini, ora riadattati ad assi portanti, nel cui centro era incastonato un vecchio seggiolino da cinema parzialmente privo di imbottitura, trovato tempo addietro abbandonato al fianco di un cassonetto. La montagna era completamente circondata di oggetti, eccezion fatta per una sorta di camminamento circolare, che ancora permetteva di spostarsi (non senza un certo impaccio) da un punto all’altro della stanza. L’aria era invasa da un puzzo mefitico, in cui si distinguevano l’odore della frutta, lasciata fermentare in cassette di legno, e quello di detersivo, sapientemente miscidati dall’umido delle muffe ectoplasmatiche che abitavano le crepe nell’intonaco. Lei semplicemente non perdeva mai niente, quindi l’unica conclusione plausibile era che la colpa fosse di qualcun altro, motivo per cui si era adoperata nel bucare con un chiodaccio arrugginito gli occhi di tutti le fotografie e i ritratti esposti nella sala, perché non la spiassero oltre per macchinare nuovi furtarelli. Da tale ommicidio non era scampato neppure il poster raffigurante un giovane Gianni Morandi in camicia di flanella rossa, da tempo ormai non più oggetto di moine ammirate, ma ancora polo di dialoghi immaginati. Esausta, indossò una vecchia parrucca bordeaux prelevata dalla nuca del mezzobusto del Duce, collocato in quella che era stata una boccia per i pesci, e iniziò a setacciare per l’ennesima volta la circonferenza del camminamento, smuovendo cumuli di abiti smessi secondo criteri misteriosi, aiutandosi talvolta con un battipanni in vimini per raggiungere i punti inaccessibili alle braccia. 11212751_977877955583747_5514440807906622690_n«Il tutto non è un tutto se qualcosa manca», questo il leitmotiv durante la ricerca, un’ecolalia fluviale e apotropaica nei picchi acuti, subito elevata in anatema nelle sue tonìe più infime. La Dragonessa indossava una stinta vestaglia satinata sopra un reggiseno scollaciato, scheletrica nella sua desquamazione, sublime e spaventosa nei suoi ceroni. Artigliava manciate di ninnoli e monili con le sue dita cruente di smalto, apposto con mano tremolante, palpebrando i suoi roteanti bulbi gialli da gatto malato in maniera aritmica. «Cosa diranno di me dalla strada i mocciosi? Non incuterò loro più alcun timore! La Dragonessa si fa soffiare uno stupido foulard a pois da sotto il becco! Lei che non perde mai nulla! Mi porteranno via anche il resto… magari non oggi, magari non domani, ma presto, sì presto… il mio tesoro è una facile preda per sciacalli e malfidati. Tanto ormai la Dragonessa è cieca, no? I cimeli, i preziosi cimeli della Zia Nilde si fa rubare! Il tutto non è un tutto se qualcosa manca. E un tesoro non è un tesoro! E una Dragonessa…cos’ è una Dragonessa senza il suo tesoro?», quest’ ultimo pensiero le fece emettere uno stridio assordante, simile ad una brusca frenata di treno. «Non osano sfidarmi a viso aperto però i caini!» proruppe imbelvita, e accattata una manciata di rondelle la scagliò contro il lampadario, il suo lampadario, costruito impiccando bicchieri e lampadine ad una gomma di bicicletta; infranse così un paio di flute in un’acciaccatura solo lontanamente musicale. «Agiscono al crepuscolo, quando mi coglie il sonno! Ratti maledetti! Approfittano della mia solitudine, il mio tallone da Chill’e! Escono dalle loro tane quando la Dragonessa è addormentata, tane nascoste e troppo anguste perché Ella possa braccarli, tane che non riesce a vedere. Ella non ha più le forze per vegliare, è sola e stanca… Ella è un’antica Dragonessa! Vecchia come il mondo! Ma il mondo, di lei, si è dimenticato in fretta, la sua tana sbiadisce tra le mappe e il suo tesoro giace indifeso, ghermito dalle mani del tempo… e dai caini!». Accarezzava il passato, scoperchiando un universo come si scosta una tenda: «Solo qualche anno fa, quando la vedevano comparire, i bambini urlavano il suo nome pieni di timore! Puntavano il dito! Dragonessa! Dragonessa! Ecco la donna drago! Ecco colei che nulla perde! La sua storia dominava le leggende del paese ed Ella titaneggiava per le strade orgogliosa e trionfante, perché parlavano di lei, la temevano…perché no l’ammiravano pure!». Stanca per l’eccitazione dei ricordi, si rintanò nella Grotta per non essere udita. Lì pianse a lungo. Zia Nilde la acconciava splendidamente quando era bambina, regalandole coloratissimi nastri da intrecciare fra i capelli, e lei come la ripagava? Perdendo il suo foulard! Quello rosa coi pallini bianchi! Avrebbe incendiato il mondo con un sospiro per salvaguardare l’integrità del suo tesoro, ma visto che questa era stata irrimediabilmente compromessa, con un sospiro, decise di incendiare il suo tesoro, per salvarlo dal mondo. «Il tutto non è tutto se qualcosa manca» e se non poteva aver tutto, tanto valeva non avere più niente che potesse esserle strappato. Si diresse verso il vecchio fornello a gas incassato nel cucinotto e girò tutte le manopole, che iniziarono a sibilare mute invadendo l’aria, poi aggirò la montagna e prelevò una tanica fra le altre piena di liquido: alcool denaturato. Ieratica come una vestale iniziò a versare il roseo contenuto della tanica sopra le pile di vestiti. Bloccò la crepa nel soffitto con uno straccio, tornò dietro nella foresta di fustini e accattò una tanica di benzina. L’aria intorno al fornello iniziava a distorcersi all’occhio nudo, come una fiamma invisibile; con la tanica in mano la Dragonessa si dirigeva verso il suo seggiolino lasciandosi alle spalle una scia di gasolio, conservando quel tanto di combustibile di cui abbisognava. Quando si svuotò la tanica sulla testa, cercò un fiammifero nella tasca, uno di quei Philip Morris che usava per quelle sigarette che non buttava mai una volta fumate. Lo accese e si sedette sul suo seggiolino, pronta ad immolarsi, quando sentì qualcosa di fastidioso sotto il sedere: ravanò con l’unica mano libera, la sinistra, nei tagli del seggiolino ripieno di spugna ocra e cavò fuori un foulard. Rosa, pallini bianchi. «La Dragonessacolei che nulla perde» sussurrò commossa, e come tale volle consegnarsi alla morte, che attendeva da giorni fuori da una porta sprangata, senza mai bussare.

di Michele Farina

disegno di Matteo Mazzucchi

N.B.: Tutti i racconti di questa categoria fanno parlare un oggetto: in questo caso si tratta di un foulard rosa a pois bianchi.

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