Cuoremalatto – Fabio Rivolta

AZIENDA OSPEDALIERA SAN GERARDO
REFERTO MEDICO DEL 24-09
DIAGNOSTICATA FIBRILLAZIONE ATRIALE CONNESSA A FENOMENI DI ARITMIA CARDIACA

Marta fu la prima ad accorgersene. Stavamo sdraiati lì sul letto. La sua testa poggiata sul mio petto. «Perché il tuo cuore mi sta inviando un messaggio in morse?». Questa era una di quelle volte in cui, pur non capendo di cosa stesse parlando, presentivo che avrei riso di lì a poco. Non capivo mai subito il senso delle sue uscite ma intuivo ch’era lì –  il senso – chiaro e potente come il profumo di primavera che si respira in certi giorni di sole invernale. Questo era Marta per me: l’annuncio gioioso e perenne d’un potente vento di primavera. Faccio per baciarla ma lei si scansa. «No, guarda che non è normale questa cosa! Dovresti farti vedere da un cardiologo». Le prometto che prenderò un appuntamento e ricerco le sue labbra, invano. Già si è voltata dall’altra parte e con la testa sprofondata nel cuscino mi dice: «Dovresti impararlo, il morse. Chissà che il tuo cuore stia veramente cercando d’inviarti un messaggio a tua insaputa». Poi si rigira di scatto e mi bacia sulla fronte cogliendomi alla sprovvista: «Buona notte, bellino!». Subito dopo mi rigiro anch’io, con quel sorriso di cui ogni amante disilluso al contempo si vergogna e si compiace: sì, lei non mi amerà mai come io l’amo; ma per questo tristo, funereo lumicino di consapevolezza potrò rinunciare al fuoco adorato che mi divora mentre la guardo? Sì, è forse il caso che faccia uno sforzo per distrarmi – non voglio che il corso dei pensieri mi trasporti. E così, come per gioco, decisi di mettermi all’ascolto del mio cuore per capire che cosa intendesse Marta. Al primo ascolto non ebbi per nulla l’impressione che quel cuore fosse il mio: organo involontario, totalmente privo dell’elegante discrezione di un fegato o di una milza, tuona con impertinenza la propria dislocazione rispetto all’apparato unitario dell’io. Maledetto cuore, per un istante, prima di decidersi ad ascoltarti, ti si vorrebbe punire per quella tua ironica straffottenza che ci ricorda come, in fondo, non è la vita ad appartenere a noi; quanto noi a lei!

Poi un battito continuo, regolare scandisce il tempo fino ad accompagnarmi alle soglie del sonno. Appena prima di sprofondare però, come un fuori-tempo, il ritmo è scardinato da una raffica di palpitazioni con più breve intervallo. Giusto il tempo di abituarmi al nuovo ritmo, e questo ricambia! E poi, eccolo di nuovo: l’intervallo tra i battiti è palesemente irregolare! Mi alzo di scatto, deciso a distrarmi da quell’ascolto angoscioso e, prima di uscire dalla stanza, getto lo sguardo su Marta che intanto gode la pace del sonno dei giusti. E qui, per la prima volta da quando i miei occhi incontrarono il suo sguardo in metropolitana, provo un moto rapido, ma netto, di fastidio. Poi mi trasferisco in soggiorno, munito di un formaggio molto stagionato; acqua e bicarbonato – per riequilibrare il pH dello stomaco. Mangio; guardo un po’ di televisione e, a capo di un paio d’ore, finalmente, mi addormento.

L’indomani, quando mi sveglio, Marta se n’è già andata e io sono già in ritardo: fra tre quarti d’ora inizio la mia lezione di teoria e solfeggio con i marmocchi, figli di chi – premuratosi per tutta la vita di contare soltanto aritmeticamente – vuole che la propria prole finga di farlo, almeno in tenera età, ritmicamente. Corro a scuola quindi e mi riprometto di prenotare un appuntamento dal cardiologo durante la pausa. La lezione è noiosa: i marmocchi riescono a stento a tenere il ritmo da soli; fare un lavoro d’insieme è impossibile; tutto si riduce al mio picchiettare a suon di penna un quattro quarti svogliato e a stento ripetuto da un ragazzino che mentre batte una mano sul banco, si pulisce il moccio al naso con l’altra. Finalmente il pranzo! Mangio di corsa e chiamo la segreteria dell’ospedale: prossima visita mutuabile disponibile, senza codice d’emergenza, tra un mese; visita privata, il giorno dopo. Vada per domani allora – all’ora tale nella sala tale – grazie e riattacco. Nel frattempo Marta mi ha inviato un messaggio: «Ho scoperto che mio nonno durante la guerra era l’addetto alle trasmissioni Morse. Ho riso tanto! Hai preso l’appuntamento? Un bacio, anche se sei brutto!!» Mi ritrovai anch’io a ridere, pensando al suo sorriso, ma non avevo nessuna voglia di risponderle. Poi altra lezione: musica d’insieme. Stessa svogliatezza, da parte mia e degli alunni.

A casa sentii il bisogno di sdraiarmi: sentivo le membra pesare come fossero inghiottite dalla terra; nessun pensiero in particolare mi passava per la testa e il ticchettio dell’orologio a pendolo mi riportò a concentrarmi quasi in automatico sul battito del mio cuore. Le pulsazioni erano ancora irregolari – di questo si sarebbe accorto persino un mio allievo – ma prestando attenzione al ritmo prolungato, mi pareva di poter ravvisare il periodo di una strofa. Sempre ascoltando, arrivai ad enuclearne la sequenza: due pulsazioni identiche; una con intervallo doppio rispetto alle precedenti; sette ad intervallo dimezzato; nove in doppio e di nuovo una in mezzi. E così di nuovo: due; uno; sette; nove; uno. Seguitai a seguire questo ritmo sconnesso, andante che si trasmetteva all’insieme delle membra mie estenuate, sino a sprofondare nel più dolce dei sonni dispensati di memoria.

Fu il vibrato del cellulare sul tavolo del soggiorno a svegliarmi di soprassalto. Marta diceva che avrei anche potuto risponderle e mi chiedeva se ci saremmo visti la sera. Preso dal trasporto di un moto di stizza, avrei voluto scriverle semplicemente che no; ma a ben vedere ero stato io a lasciare quell’odioso telefono in funzione e decisi quindi di scusarmi per non averla avvisata prima ma, dovendo svegliarmi all’alba l’indomani per andare all’ospedale, per quella sera preferivo non vedere nessuno. E così fu: dopo cena mi coricai e l’indomani mi presentai di buon’ora alla visita. E fu così che mi fu altresì diagnosticata, e ufficializzata con tanto di referto, una fibrillazione atriale anomala con fenomeni di aritmia cardiaca. Ma ciò che più mi colpì fu che, pur nella sua irregolarità, il ritmo complessivo che mi era parso di ravvisare nel periodo di una strofa era confermato dal diagramma dell’elettrocardiogramma. Sullo schermo comparivano infatti, a ripresa regolare, due picchi con due intervalli congrui; un picco con intervallo doppio, sette ad intervallo dimezzato; nove in doppio e di nuovo uno in mezzi. Di primo acchito ebbi un soprassalto, anch’esso rilevato dal macchinario, ma il dottore mi disse che non c’era nulla da temere: «Al giorno d’oggi questi casi si risolvono con cure farmacologiche non invasive». Fui grato per una volta alla saccenza degli uomini di scienza, perché avevo tanta poca voglia di raccontare la mia storia, quanto di inventarmi una scusa. Lo ringraziai quindi, e intascata la cospicua serie di prescrizioni fornitemi, mi incamminai verso l’uscita dell’ospedale. Durante il tragitto pensai che con Marta non avrei avuto altrettanta fortuna, e infatti sento vibrarmi il telefono in tasca, guardo lo schermo e trovo un «Buongiorno cuoricino, com’è andata?» Non c’era nessuna ragione apparente per cui dovessi essere stizzito ma non avevo nessuna voglia di rispondere.

Per tutto il resto della giornata mi rimase in testa il ritmo di quella strofa, che andava sempre più diffondendosi attraverso il battito del cuore lungo tutto il resto del corpo. Arrivai persino a batterne il tempo sulla cattedra con le nocche delle dita, mentre facevo svolgere ai marmocchi un compito in classe di teoria musicale. Due; uno; sette; nove; uno: il ritmo diveniva sempre più imperioso e non riuscivo a concentrarmi su un qualsiasi compito motorio senza iscriverlo all’interno di questa sequenza. Persino passeggiando ero costretto ad imprimere una leggera inflessione dell’anca ad ogni due; uno; sette; nove; uno passi. Nel frattempo Marta aveva cominciato a tempestarmi con una raffica di messaggi e chiamate, preoccupata del fatto che la visita avesse potuto mostrare delle complicazioni. Ostinatamente continuavo a non rispondere, continuando forsennatamente a prestare orecchio esclusivamente al ritmo del mio cuore. Finché, rientrando a casa, la trovai fuori dal portone ad aspettarmi.

Da questo momento i miei ricordi si fanno confusi: credo che lei volesse intavolare una discussione ma io potevo risponderle soltanto con frasi di fattura logica elementare perché il senso di quanto dicevo andava anzitutto adattato a quel ritmo che invadeva ormai totalmente ogni mia espressione corporea. La serata mi pareva comunque procedere bene: mi pare di averla portata fuori a cena e forse di averle pure fatto l’amore. Niente di tutto ciò che accadde quella sera era per me prioritario se non il tener dietro al ritmo implacabile che il mio cuore m’imponeva. Non ricordo quindi nemmeno di essermi coricato quella notte. Soltanto la mattina le pulsazioni del mio cuore erano ritornate ad essere un aspetto secondario della realtà, cui si può tranquillamente fare a meno di prestare attenzione. Scesi dunque per via, diretto alla metropolitana. All’incrocio il ragazzo dei giornali mi mette in mano una copia di Leggo; salgo sul convoglio e do un’occhiata alla prima pagina: ‘INGANNI – GIOVANE BRUTALMENTE UCCISA LA NOTTE SCORSA CON VENTI COLPI D’ARMA DA TAGLIO’. Vado all’articolo, come faccio abitualmente quando la cronaca riguarda il mio quartiere: ‘La giovane donna -Marta Degli Innocenti- è stata ritrovata nell’androne delle scale, all’imbocco del sotto-passaggio della metropolitana di Inganni, con due colpi alla gola; due al petto; sette all’addome e nove alla schiena’.

Disegno per Fabio, Cuore Malatto

di Fabio Rivolta

disegno di Daniela Cervera

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