L’iniziazione – Federica Cenname

Il pendolo appeso alla parete orientale infranse il silenzio che aleggiava per la casa emettendo ventiquattro rintocchi sordi e gutturali che echeggiarono per tutte le stanze. Quel concerto inconfondibile costituiva il segnale: era giunto il momento di andare. Il suono ritmato e continuo delle lancette che scorrevano accompagnò la mia preparazione: posi delicatamente il libro – un angolo della pagina era ripiegato per tenervi il segno – sul comodino, scesi dal letto incespicando nel cesto di vimini poggiato ai suoi piedi, mentre sulle spalle mi facevo scivolare con un fruscio la mantella color vermiglio, la mia preferita, quella che mi aveva regalato la nonna e che portavo sempre con me, quasi fosse un portafortuna. L’amuleto protettivo di onice nera riluceva stizzito da sotto il cuscino: sapeva che quella sera avrebbe dovuto aspettarmi a casa.

L’uscio si chiuse con un ‘clank’ metallico mentre mi incamminavo già verso la foresta. Al limitare del bosco mi arrestai: eravamo solo io, piccola fiamma vivida, e la selva che, cupa e malinconica, mi osservava. Inspirai un po’ di coraggio e mi addentrai nel suo abbraccio legnoso.
Il periodo autunnale veniva considerato un momento mistico dove un filo sottile separava l’esuberante mondo dei vivi da quello inesorabile dei morti; un momento di transizione che portava con sé aria di cambiamento: la natura si preparava ad affrontare finalmente il suo momento di riposo. Come una crisalide che, piccola e indifesa, fendeva istintivamente il suo involucro setoso per farsi farfalla, così io mi apprestavo a infrangere l’età dell’infanzia per addentrarmi in quella adulta. Avrei solo dovuto superare la prova. Il rito non prevedeva che mi liberassi del mio guscio protettivo, ma che dimostrassi il mio valore attraversando a piedi, da sola e senza alcun tipo di aiuto magico, la Foresta Incantata insieme alle insidie che in essa dimorano per raggiungere il luogo prestabilito entro l’alba. A destinazione la nonna e tutto il Consiglio mi avrebbero accolta con danze e banchetti prima di procedere con il Sommo Rituale che avrebbe sancito la mia entrata nella comunità come nuovo discepolo.

Non era una notte particolarmente insolita per essere autunno inoltrato: le foglie resistevano sui rami nodosi mantenendo quelle sfumature dorate e scarlatte tipiche della stagione, lasciando così libero il sentiero che serpeggiava tra gli alti tronchi, mentre l’aria era gelida e impregnata di umidità. L’unica entità insolita si trovava nella volta celeste: tra le fitte fronde potevo intravedere distintamente il plenilunio stagliarsi contro il cielo inchiostrato di tenebre, ma sovrastato da una falce di luna rosseggiante e capovolta, – le estremità appuntite minacciavano l’universo. Non era un buon segno. Mi affiorò alla mente una leggenda in particolare che si tramandava da generazioni nel villaggio: nelle notti invernali più buie e oscure, quando gli astri si manifestavano sotto gli auspici di Marte o di Saturno, allora, e solo in questi casi, nel cielo compariva il marchio del Diavolo – un volto con corna di fuoco – che richiamava la sua creatura diabolica e distruttrice direttamente dalla voragine più dannata dell’Inferno. L’opinione generale sosteneva che questa fosse solo una storia inventata, alla quale si appellavano gli adulti per spaventare o incantare i più piccoli, dato che la fiera non aveva sembianze ben definite – ognuno descriveva la propria versione di bestia spaventosa – e che tutti gli epiloghi finivano per decretare: «Cosa fosse capitato a chi incontrava il mostro questo io non lo posso sapere, ma quello che so per certo è che nessuno rimase vivo per raccontarlo!». In ogni modo la notte era tranquilla e prometteva di rimanere tale.

Erano ormai trascorse diverse ore da quando ero in cammino, ma il viaggio non si era dimostrato all’altezza delle mie aspettative. Avevo sempre immaginato quel momento come un qualcosa di, non tanto divertente, quantomeno stimolante. E invece non spirava un alito di vento, nessun tipo di cicaleccio faceva da colonna sonora ai miei pensieri e, nonostante il terreno fosse madido, lungo il cammino non avevo incontrato nemmeno una piccola lumaca che si trascinasse al seguito il suo pesante fardello. Tutto era così tremendamente immobile e noioso.
Per vivacizzare le poche ore che precedevano il sorgere del sole, cominciai a immaginare in quali assurde situazioni avrei potuto imbattermi e quali mirabolanti avventure avrei potuto affrontare: ecco che una leggera nebbia s’innalzava sinuosa, le foglie cominciavano a bisbigliare tra loro, mentre le luci della foresta – il posteriore intermittente di qualche lucciola – si facevano occhi nel buio.

Camminavo, fantasticando sovrappensiero tra la densa boscaglia, quando un rumore s’impose tra i miei pensieri e mentre mi fermavo a chiedermi che cosa lo avesse provocato, mi resi conto che era impossibile stabilire quando avesse avuto inizio perché non era frutto della mia mente, ma era reale. Il silenzio innaturale fu rotto da un movimento alla mia destra che catturò immediatamente la mia attenzione. I bassi cespugli che costeggiavano il sentiero si aprirono e una forma nera e voluminosa mi si parò davanti, impedendomi di avanzare. Non avevo bisogno di molta luce per distinguerne la fisionomia: un muso irsuto e appuntito – le fauci spalancate e ringhianti – si ergeva maestoso sopra un corpo possente e flessuoso, lupesco; lo sguardo di brace era fisso nel mio, le pupille di morte dilatate dall’eccitazione violenta di aver scovato una preda. Riuscivo a percepire l’istinto selvaggio che scorreva in quel corpo, l’adrenalina che ribolliva nelle sue vene, gli artigli affilati che raschiavano il terreno: la bestia si stava preparando per attaccare, per attaccarmi.
Il Marchio del Diavolo fiammeggiava al di sopra del manto di nebbia, osservatore imperscrutabile e giudice imparziale di ciò che stava per compiersi nella foresta.
In quello stesso momento scoprivo con sorpresa di non essere terrorizzata, ma incredibilmente affascinata dalla bellezza di quegli occhi così profondi, così ipnotici che avevo di fronte. Più fissavo lo sguardo in quelle iridi incandescenti e più sentivo le mie emozioni, le passioni e le ambizioni, controllate da una forza indescrivibile, animalesca, cieca. Una fitta di autentico dolore mi colse. Si trattava di una trafittura profonda, interna, frutto di quegli incubi blasfemi – frammenti di un passato nero come la notte – fino ad oggi assopiti che si risvegliavano, contorcendosi e strisciando al di fuori delle loro tane verso la conquista di una nuova vita.
Un ululato terrificante squarciò la foresta e gli arti scattarono come molle – gli artigli protesi – mentre io chiusi gli occhi.
Solo una piccola foglia ingiallita, stropicciata e raggrinzita si staccò impercettibilmente da uno dei rami più alti e si depose dondolando al suolo con fare felpato. Improvvisamente tutto tacque.

Al canto del gallo la cerimonia si era già conclusa e tutti erano ritornati nelle proprie dimore. Poco lontano dalla foresta, in una piccola casa dal chiavistello arrugginito e dal tetto spiovente un’anziana signora era intenta a fare la maglia, cullata dal dondolio della sedia e dal calore crepitante di un fuocherello alimentato nel camino. Nella stanza affianco una ragazzina dormiva nel suo letto, il cappuccio di una mantella rossa che sbucava dalle lenzuola. Il respiro era regolare, un leggero sorriso le incorniciava il volto. I suoi sogni erano quieti: niente poteva turbarla poichè una strega sapeva sempre nel profondo del suo cuore che l’entità più terrificante che potesse mai popolare la foresta più buia, era lei.

Per Federica C.

di Federica Cenname

disegno di Chiara Aquino

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