Settantasette trucchi per rompere il ghiaccio – Michele Farina

Sul punto di varcare la soglia del Ten Bells volle essere ben sicura di aver seminato la coppia di sbirri che aveva iniziato a tallonarla all’altezza di Whitechapel street: nessun piedipiatti in vista. Quei pedinamenti erano una scocciatura, specialmente dopo il tramonto, ma da esperta mestierante qual era, Annie riusciva sempre a far perdere le proprie tracce girando attorno alla chiesa di Saint Botolph, infilandosi poi non vista nei vicoli che la avrebbero condotta nuovamente nella zona dei pub tra Spitafields e Whitechapel, sua area prediletta per l’arrembaggio di potenziale clientela. Non era ancora autunno, ma Annie fu ben contenta di poter relegare il gelido abbraccio di Londra fuori dal portone di rovere del Bells. A causa delle continue deviazioni lungo gli umidi ciottolati, rischiava sempre di buscarsi qualche malanno di quelli brutti, complice il succinto abbigliamento che, per motivi meramente professionali, era obbligata a indossare sotto un’umile mantella. Pragmatica donna di mondo, Annie sapeva che arrivata alla sua età doveva sfruttare le carte che ancora possedeva, tra le quali poteva annoverare con tranquillità un florido seno, puntualmente valorizzato dai bustini, e un collo da cigno (merce rara da quelle parti), sfoggiato all’occorrenza con l’eleganza di una sangueblu. Persa la pulsante giovinezza, fregio manifesto di molte sue colleghe, Annie si vantava con le “novizie” di due qualità preziose, poichè acquisibili solo tramite esperienza: una discreta loquela e la capacità di scegliersi i clienti, doti fondamentali per praticare il mestiere nel quartiere di Whitechapel nel 1888, ma soprattutto per poterlo praticare a lungo. Una volta dentro, non servì che una rapida occhiata a sagomare una scarsa prospettiva di guadagno, incarnata alla perfezione da un berciante crocchio di operai seduto intorno a un tavolo. Rozzi, brutali, ma soprattutto poveri in canna: non facevano al caso di Annie. Due gentiluomini discutevano amabilmente appoggiati a una colonna, ma da dalle languide occhiate reciproche si tradirono immediatamente come due omosessuali, quindi per nulla interessati a ciò che Annie aveva da offrire. Un quartetto di anziani giocava a freccette e impregnava le barba nell’ennesima pinta di birra; che non fossero al primo giro di bevute si deduceva dal volume dei loro schiamazzi e, data l’età dei soggetti in questione, nemmeno con un miracolo avrebbe potuto sperare di farglielo rizzare. Escludendo le avventrici e i cani accoccolati sotto i tavoli, la situazione stava velocemente configurandosi come la tipica serata di magra e Annie già accarezzava l’ipotesi di cercare miglior sorte al Britannia, quando allo scostarsi di un cameriere sulla destra, adocchiò un uomo seduto su uno sgabello presso il bancone che leggeva un giornale sorseggiando un bicchiere di porto. Era un tipo prestante sulla quarantina, portava un paio di occhiali tondi da vista e indossava una mantella di feltro sopra il cappotto. Aveva l’aria assorta e imperturbabile degli uomini immersi nella lettura, ma vista la scarsità di offerta, dopo un veloce raffronto di pro e contro, Annie decise che un tentativo andava fatto ad ogni modo. Fuori tirava un ventaccio e non aveva alcuna intenzione di tornare per la strada così presto, non dopo tutta la fatica fatta per seminare quei dannati piedipiatti. Inoltre in quei giorni giravano strane voci in giro, contrabbandate di tasca in tasca, bisbigli riguardo qualcosa di ben peggiore dei poliziotti, che si aggirava la notte da quelle parti. Era prudente rimanere quindi il più possibile in un ambiente illuminato e affollato, riducendo al minimo gli spostamenti non necessari. Dopotutto il destino è un violino pizzicato dal diavolo, non bisognava troppo tirare la corda.

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«Cosa deve fare una donna sola per farsi offrire da bere qui?»

Annie si era portata fino allo sgabello accanto all’uomo dagli occhiali tondi, serpeggiando elegante tra vassoi e boccali di birra sollevati a mezz’aria.

«Non lo so signora, me lo dica lei…» replicò quello con una voce metallica ai limiti dello stridulo, senza mai staccare gli occhi da un trafiletto nelle pagine centrali del Telegraph. Sei parole bastavano a inquadrarlo come un osso duro, ma Annie aveva le capacità per addolcire i tipi più guardinghi e le capacità adatte ad insinuarsi tra le maglie di qualsiasi armatura, letteralmente.

«signorina, prego. L’ ho capito io comunque, abbiamo un indeciso. Vorrà dire che se non le viene in mente niente mi inventerò qualcosa io!»

Annie non doveva escogitare proprio un bel niente, conosceva settantasette trucchi per rompere il ghiaccio con i clienti, sarebbe bastato sceglierne uno. Trovato. Estrasse dalla tasca della mantella un cartoncino e lo piegò nel mezzo per strapparlo in due metà. Imbolò una matita dal retro del bancone approfittando di una disattenzione dell’oste:

«Pensi a una celebrità e scriva il nome sopra il cartoncino. Se indovina le offro da bere, se invece vinco io…beh a quel punto si vedrà…» fece lei accompagnando il tutto con l’occhiata più maliarda che riuscisse a sfoggiare in quel momento. Scrisse il suo nome in sgraziata grafia maiuscola, retaggio della sua giovinezza in convento, sulla propria metà e lo voltò a faccia in giù come per ammaestrare il suo pollo. Giocò sporco perché voleva essere ben sicura che non fosse possibile indovinare, tenendo ben salde tra le mani le redini della situazione.

«Allora? Mica vorrà piantarmi in asso così?»

L’uomo con gli occhiali tondi sospirò e sollevò lo sguardo di fronte a sé. Dopo aver fissato vacuamente per qualche secondo le file di bottiglie schierate dietro il bancone si voltò di scatto:

«Okay, va bene. Ma l’ha voluto lei!»

Prese il suo pezzo di cartoncino, scrisse un nome e avendolo voltato a faccia in giù lo porse ad Annie sorridendo.

«Perfetto! Vedrò che se sta al gioco potrà divertirsi anche lei! Al mio tre lecchiamo il foglietto sul retro e ce lo attacchiamo in fronte. Unooo…dueee…tre!»

Con un gesto entrambi eseguirono.

«Parto io, dal momento che sono una fanciulla. Mhh…sono per caso un uomo?»

«No!»

«Merda! Va bene tocca a lei signor…signor?»

«Se indovina il suo nome le dirò anche il mio signorina. Sono una donna?»

«Sì…»

«Ho più di quarant’anni?»

Annie si morse l’interno del labbro inferiore, vergognandosi della propria età, ma nella menzogna volle essere sincera:

«Sì! Ha più di quarant’anni… è bravo a questo gioco mio bel misterioso!»

L’uomo assunse un’espressione pensosa.

«E mi assicura che sono una persona famosa?»

«Certamente! Sono una donna d’onore io!»

Annie sorrise dentro di sé, dalle parti di Whitechapel era senza dubbio famosa, negli ambienti giusti, si intende. Non stava esplicitamente mentendo, ma ora era sicura di averlo depistato definitivamente. L’uomo abbassò lo sguardo verso le proprie gambe, tamburellando con le dita sul bancone, quando all’improvviso trafisse Annie con un’occhiata penetrante, un ghigno si dipinse sul volto dell’uomo occhialuto:

«Si chiamerà mica Annie la sua celebrità? Annie Chapman magari!»

Merda uno sbirro, pensò Annie cercando di rimanere imperturbabile in viso. Doveva levare il disturbo il prima possibile, quel gioco era durato fin troppo per quanto la riguardava.

«Un patto è un patto, mio bel misterioso…»

Mentre appoggiava un paio di monete sul bancone, cercando di tagliare corto, il foglietto che aveva dimenticato sulla fronte si staccò e planò sul bancone. Le cadde l’occhio sul nome sovrascritto in elegante corsivo: Annie Chapman. L’uomo ora ghignava sonoramente. Annie raccattò la mantella e si affrettò all’uscio. Sentì le risate dell’uomo affievolirsi alle sue spalle. Quel bastardo! In borghese! E meno male che era brava a scegliersi i clienti… non le era sembrato uno sbirro però, il suo fiuto raramente sbagliava. Iniziò a trascinarsi scomposta tra le strade, vicoli e viuzze erano sempre stati la sua casa, ora invece ogni punto di riferimento le era venuto a mancare. Era bastato un pezzo di carta per far crollare miseramente il castello delle sue convinzioni. Il buio stesso sembrava richiudersi su se stesso per ingoiarla. Non era uno sbirro, non poteva… se era uno sbirro perché non l’aveva seguita? Forse l’aveva seguita, ma non per arrestarla. Annie si trascinava come uno sciancato incespicando e cambiando repentinamente direzione nel tentativo di far perdere le proprie tracce, ripetendo alla cieca il rituale che così tante volte l’aveva messa al sicuro dalla legge. Ma era davvero uno sbirro quello sulle sue tracce? No, non poteva essere uno sbirro, lei gli sbirri li sgamava sempre… ma come faceva a sapere il suo nome? Forse, non sarà mica stato….

Non fece in tempo a completare quel nefasto pensiero che qualcosa dall’ombra la abbrancò. Nonostante Annie provasse a urlare, la manica di un cappotto di pelle smorzava completamente il suo grido. Provò a mordere, ma l’interno del cappotto era imbottito in modo che la carne del suo aggressore non ne risentisse. Prima che potesse escogitare qualsiasi contromossa la lama di un coltello le disegnò un solco sulla gola, un ampio sorriso di sangue si aprì gorgogliando e colando lungo il collo fino a terra, impregnando gli abiti. Quando tentava di catturare aria qualche zampillo schizzava picchiettando sonoramente sul terreno. Fece in tempo a cogliere una voce acuta e metallica che le suonava tristemente familiare: «Shhh! Silenzio, silenzio Anima Mia! Shh! Così peggiori la situazione Annina! Annie, Annuccia, Annina mia! Lo capisci? Lo capisci ora Annie? Il nostro gioco è iniziato molto prima che tu entrassi nel pub stasera, prima che tentassi di fottermi! Io stavo già giocando. E avresti perso in ogni caso, anche con la mano migliore del mondo, anche con quattro assi fottuti nella manica! Al nostro gioco! Mio e tuo Annie! Ann Marie Chapman, vero? Nata da madre ignota nel 1842 e vissuta al collegio delle suore di Saint Margaret, dico bene? Ho indovinato Annie? Mi offri da bere adesso? Me lo offri? L’aggressore prese un sorso di sangue direttamente dalla fonte insanguinata alla base del collo di Annie.»

«Da quanto fai la puttana Annina mia? Vent’anni? Venticinque? Acqua? Fuochino? Abiti giù a Spitafields Annie, io lo so, l’ho sempre saputo! Fai la puttana, abiti a Spitafields e fino a stasera ti credevi molto furba! Vero che lo credevi Annie? Shh, silenzio…SI-LEN-ZIO A-NI-MA MIA, SI-LEN-ZIO!»

Ogni sillaba scandita all’oscurità corrispondeva una coltellata nel basso ventre, ma per sua fortuna Annie era già morta da un pezzo.

«Vedi Annie? Io so tutto di te, tutto quello che c’è da sapere… molto poco in realtà, perché sei solo una stupida puttana e a nessuno importava un bel niente di te fino a stanotte. Ma domani… DOMANI VEDRAI! Io e te saremo immortali Annina Mia, tutti a Londra parleranno di noi!» così diceva e sollevava teatralmente un braccio dell’ormai esanime Annie come a mostrare nel cielo le vestigia della gloria futura. Ella pareva un augure, una magnifica sibilla lorda di sangue.

«Immortali mia cara! E non prendertela Anima Mia, io avevo già vinto prima di cominciare, mi prendo solo quello che mi spetta, non potevo perdere! Sulla lama del mio coltello da giorni non leggevo che il tuo nome! AN-NIE CHAP-MAN! A-ENNE-ENNE-I-E CI-ACCA-A-PI-EMME-A-ENNE! La Sua lama rifletteva il tuo viso nella penombra, mi sussurrava il tuo nome! La Sua voce nella mia testa notte e giorno! Il Coltello mi parlava! Potevo io non ascoltare? Come potevo disubbidire al Dio-Coltello? Non potevo! NON POSSO! Ma tu lo capisci, non urli più ora vero? Certo che no, tu sei una brava bambina adesso! Certo, certo che lo sei, ma io con te non ho ancora finito…è tardi ormai per giocare pulito.»

di Michele Farina

disegno di Matteo Mazzucchi

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