Per gli amici il “Castelserpio” – Matteo Mazzucchi

Lo chiamavano Diego, Diego il mendicante, nessuno conosceva il suo cognome e anche il nome era incerto. Quanti volevano dimostrare un po’ d’affetto nei suoi confronti l’avevano soprannominato “Il Castelseprio”, ma erano pochi, perversi, si contavano sulla punta delle dita. Era vecchio Diego, molto vecchio, dimostrava una settantina di anni, ma gli anziani del paese dicevano che quando erano bambini il Castelseprio aveva sempre avuto questa stessa età, come se fosse stato eternamente vecchio. Indossava abiti sozzi e una folta barba biancastra copriva la sua bocca sdentata e puzzolente. Lo chiamavano mendicante per il suo aspetto sordido, ma in realtà non mendicava mai. Stava quasi sempre lontano dalla chiesa di San Martino e si avvicinava solo nei giorni di festa, con una predilezione per le cerimonie matrimoniali. Senza che nessuno lo invitasse si infiltrava tra i parenti, faceva grandi sorrisi alla sposa e si comportava come se fosse un vecchio nonno indisposto che tutti facevano finta di non conoscere per non dovergli parlare. Portava sempre grandi regali, ricchi e pregiati, fissava un nuovo sguardo alla sposa e se ne andava. A volte si accostava addirittura alla sacra Comunione. Ma poi correva subito fuori dalla chiesa, e qualcuno giurava di averlo visto sputare il corpo di Gesù Cristo in un vicolo, come se fosse stato un semplice grumo di catarro. Diego viveva nei boschi sotto Castelseprio, nei pressi del torrente Tenore, ma nessuno sapeva esattamente dove. I pastori nei pascoli e le donne nei campi lo vedevano apparire improvvisamente dall’ombra degli alberi, lui stava lontano e li fissava con i suoi occhi vuoti e neri. Non era pericoloso, si limitava a fissare e non dire nulla. Ma tutti comprendevano che foschi pensieri si agitavano sotto quegli occhi neri e impassibili e preferivano andarsene via. Tutti nel Seprio lo odiavano. Ma improvvisamente qualcuno raggiungeva il livello più cupo della disperazione, quando nemmeno il prete o il medico di Gallarate erano capaci di fare qualcosa. Era allora che Diego il mendicante diventava il Castelseprio, e tutti diventavano felici di vederlo. Bambini malati e dati per morti tornavano sani e in forma, donne sterili rimanevano incinta. E anche se pochi ne sono consapevoli, persino l’epidemia di Epizoozia che aveva colpito i bovini nel ’99 venne sconfitta solo grazie alle arti occulte di Diego! Diego era odiato da tutti, ma tutti sapevano di poter contare su di lui quando ne avevano bisogno. E così continuava a vivere negli oscuri recessi dei boschi di Castelseprio, e ogni tanto qualcuno gli portava anche da mangiare…

Giambli 2

Marta Magnoni correva nei boschi ed era quasi sera. Un tramonto di fuoco incendiava le cime degli alberi e lei correva col fiato in gola. Non aveva più l’età per queste cose, sempre che l’avesse mai avuta! Quei boschi erano infestati dai briganti, animali feroci stavano in agguato dietro ogni albero, perché lei correva per quei sentieri? Fosse stato ancora in vita Giacomo, il suo Giacomo! Quattro anni avevano fatto in tempo a portar via persino il suo ricordo. Ogni sera si sforzava di evocare il timbro della sua voce, di ripetere le sue frasi più dolci. Nei primi tempi ci riusciva, poi quella voce era diventata sempre più lontana e sfocata, una eco distorta di un tempo ormai perso. A volte temeva che anche se l’avesse rivisto non l’avrebbe riconosciuto. Ma a cosa serviva conservare il suo aspetto nella memoria? In vita non l’avrebbe più rivisto, e anche dopo la morte… lui era sicuramente stato accolto in cielo, mentre per lei, peccatrice, non ci sarebbe stata possibilità di redenzione, anche se avesse ricevuto venti indulgenze plenarie e trenta preti avessero recitato tutti i giorni messe per la sua anima. Perché lei era solo una misera peccatrice. Non si spiegava altrimenti perché Dio di misericordia avesse punito il suo ventre, permettendole di avere solo un figlio e tardi, e perché ora questo unico suo figlio fosse condannato a tornare in cielo insieme a Dio. Aveva solo vent’anni il giovane Giovanni, doveva essere nel pieno delle sue forze, ma nemmeno il francese Napoleone l’aveva voluto nell’esercito, tanto era debole. E ora vomitava sangue e i preti l’avevano più volte confessato, ora parlavano di estrema unzione, come avevano fatto con Giacomo, come avevano fatto con i suoi genitori e con i suoi fratelli. Mai una volta che questa unzione miracolosa avesse avuto effetto, era stato solo un viatico per l’ascesa al cielo! Ma lei quel cielo non lo voleva, voleva che Giovanni rimanesse sulla terra, e per questo si recava nei boschi e cercava una maledetta salvezza nell’antro di Diego il mendicante, ora divenuto per lei il Castelseprio!

Il rosso della sera si era tinto del blu profondo che preparava al sonno e Marta arrancava sempre più  tra le felci, alte quanto piccoli gelsi.
«Diego! Diego ascoltami, sono qui per te!» urlava Marta nel silenzio della selva, mentre con una fiaccola accesa scrutava ogni recesso. D’improvviso si immobilizzò, il cuore che batteva nella sua gola. Un albero era stato divorato da giganteschi tarli ed era tutto buchi e gallerie, mentre uno strano icore gocciolava dalle vene recise della pianta. E la cosa le sembrò terribile. Non era un normale albero, sembrava che avesse qualcosa di mostruosamente viscido e organico, era simile alle interiora che venivano estratte dal maiale quando veniva sgozzato, era tondo, lucido e viscido. E dai buchi sulla corteccia guizzavano piccoli vermi biancastri e gonfi. Marta cercò di emettere un urlo, ma una mano parò quell’urlo, una mano nera, sozza. Due occhi la fissarono, una voce gutturale uscì fuori da una caverna puzzolente: «Non urrlare, non disturbarre i figlioli! Cossa vuoi dal Casstelsseprio, donna? Perché mi disturbi?»
«Dieg… Castelseprio! Mio figlio! Mio figlio delira, perde sangue, i preti vogliono praticargli l’estrema unzione! Lo salvi signor Castelseprio, la prego!»
«Lo posso ssalvare, possso rriportare gli sspiriti fuggiasschi nel suo corrpo! Ma puoi dare qualcossa al Casstelsseprio?»
«Ho trenta soldi, posso vendere le pertiche di terreno che posseggo! Quello che vuoi, ma salva il mio Giovanni!»
«Casstelsseprio non vuole ssoldi, ti ssembra che abbia bisogno di ssoldi? La sstirpe di Nyarlatotep non ha bissogno dei soldi degli uomini!»
«Cosa posso darti?» Marta trasalì, il mendicante la stava fissando con i suoi occhi neri e spenti e lei rimase colpita dalla lucidità della sua pelle. Sembrava cera e sotto il fuoco della sua fiaccola pareva sul punto di liquefarsi. E i suoi vestiti erano simili a un sacco di tela pieno di chicchi di riso. Non era un uomo il Castelseprio. Era solo un insieme di oggetti!
«Casstelsseprio è vecchio, molto vecchio. Casstelsseprio era qui quando gli uomini dell’Osssola ssono entrati nel casstello e l’hanno disstrutto, era qui quando i Ba-krutt, i grossi animali pelossi col tubo davanti alla bocca venivano cacciati dai tuoi antenati. Ma anche Casstelsseprio deve morire, anche Casstelsseprio ssente la vecchiaia…»
Marta fece inavvertitamente un passo indietro e la sua mano corse al ventre.
«Casstelsseprio vuole un errede, un ffiglio che prossegua la sua stirpe!»
«Ma io sono vecchia! E il mio ventre è sempre stato sterile!»
«Parlerremo in sseguito dei dettagli! Acconssenti?»
Marta accennò un sì con la testa, non poté far altro che accennare un sì con la sua testa piena di lutto. Insieme Diego e Marta camminarono di notte lungo le rive del Tenore, tornarono a Carnago, dove una sola luce era rimasta accesa in tutto il paese. Marta allontanò preti e parenti. E il resto della notte si consumò in oscuri rituali.

Pochi giorni dopo Giovanni guarì dalla malattia e gli abitanti di Carnago lo videro partecipare al raccolto con gli altri uomini, come se non fosse mai stato malato. Poi passò l’Estate che sfibrava i campi, poi accorse l’Autunno, e la vigna venne percorsa dalle grida dei raccoglitori. Giunse allora l’inverno con la sua coperta di brina. Marta Magnoni non si era mai ripresa del tutto dalla malattia del figlio. Usciva di casa, fissava i passanti con occhi spalancati, fuggiva e tornava in casa. Rifiutava di andare in chiesa, rifuggiva quasi il contatto con la luce. Quando giunse Dicembre cominciò a delirare. Il figlio convocò il medico, il medico chiamò un illustre specialista da Gallarate, un ometto basso, coi capelli grigi lunghi e ariosi.
«Male pellagroso!» sentenziò questo con fare deciso ed esperto. «Se continua a delirare vi porteremo gli incartamenti necessari per portarla alla Senavra, giù a Milano!»

Nel frattempo lungo le rive gelate del Tenore erano stati trovati i vestiti di Diego il mendicante e la sua barba. Tutt’intorno e dentro i vestiti c’era solo una matassa gelatinosa e viscida, che si dissolse al Sole prima che l’ufficiale civile potesse venire a vederla.

Marta Magnoni urlava e delirava. Parole confuse seguivano ad altre parole confuse, poi si udiva netta la parola «il verme!» e la donna si premeva la testa come se si potesse strappare con i capelli i suoi neri pensieri. Giunse il dottore e disse «Senavra!», giunse il dottore e portò gli incartamenti. Giovanni firmò con una x e il prete tornò in parrocchia abbastanza tranquillo, il medico gli aveva detto che la signora non era in pericolo immediato di vita. E così quando giunse l’ultimo urlo di Marta non c’era nessuno ad assisterla e la sua anima scomparve senza essere accompagnata dal sacro viatico. Giovanni non aveva lacrime per piangere: quando l’avida morte viene a trovarti troppe volte non si ha più nulla da offrirle in dono. Giovanni poteva solo stare fermo e fissare il medico e il prete che si affaccendavano intorno al corpo della madre tra benedizioni e osservazioni scientifiche. Fu allora che il prete urlò:
«È viva!»
«Come! Se non respira?» rispose il medico inforcandosi gli occhialini.
«La bocca! Non vede che muove la bocca!»
«Cosa!? Oddio, è vero! Muove le guance! Ma non respira! Mi aiuti un po’! Non stia lì a fare i suoi segni della croce…»
«Cosa dovrei fare?»
«La tenga ferma per il petto! Non c’è il battito, provo ad aprirle la bocca per vedere se respira ancora… perché i denti sono così bianc… ah!»
La bocca di Marta era piena di vermi, bianchi, viscidi, guizzanti vermi, e come le labbra violacee si spalancarono, questi schizzarono fuori dal corpo, si gettarono sugli occhiali del medico e sulla stola del prete, sgusciarono per terra e scomparvero tra le fessure del pavimento…

Mille ottocento otto a di’ sei Febbraio

Marta Magnoni vidova del fu Giacomo Saporito abitante della Cassina superiora de’ Cattaneo dopo alcuno tempo di scrupoli nel qual stato si convulsò più volte, cadde in pazzia attribuita dal medico alla Pellagra, ed in pochissimi giorni, mentre era stata appena visitata a lungo dal signor coadjutore, il quale non vi trovò né febre, ne (sic!) pericolo di morte vicina, morì jeri suffocata da vermi, del qual suo incomodo non se n’era avuta notizia alcuna in prima in età di circa sessant’anni. Le furono fate l’esequie da me infrascritto coll’intervento di cinque sacerdoti, e fu sepolto il di lei cadavere nel cemeterio (sic!) di questa Prepositura .
In fede don Vincenzo Mazza Prevosto di Carnago.

Giambli 3Fonte: archivio storico diocesano di Milano, morti di Carnago 1770-1816

di Matteo Mazzucchi

disegno di Matteo Mazzucchi

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