Lacrime – Ambrogio Arienti

Ogni volta che i suoi occhi si posavano sulla vecchia casa di riposo di Baskerville, si impossessava di lui una strana sensazione. Prima di entrare si soffermava sempre sulla desolata facciata dell’edificio, un tempo di un grigio neutro e semplice, poi lentamente degenerato in un colore cupo e decadente, lordato da lacrime di sporcizia sgorgate dagli scoli delle balconate. Le finestre lo fissavano con occhi sbarrati mentre percorreva lo stretto e dissestato sentiero che portava al cancello d’ingresso. Pioveva, e la cappa plumbea indossata dal cielo ben si abbinava alle tinte della casa, che evocavano in lui un senso di malinconia e tristezza. Spinse l’imponente e cigolante ala del cancello, che si spostò di poco, giusto quanto bastava per far passare la sua esile figura. La madre aveva deciso di spedirlo in quel luogo terribile: da ormai due anni lo costringeva a visitare una volta a settimana gli anziani del posto. Da quando è morta la signora Wilson, diceva, quasi nessuno si prende la briga di aiutare quelle povere anime: si meritano un buon riposo, devono vivere i loro ultimi anni con dignità. Se solo si fosse presa il disturbo di venire una sola volta, avrebbe capito perché lui era tanto riluttante all’idea di prestare quel servizio. Ultimamente lo aveva poi colto un certo senso di paura, giustificato dal comportamento anomalo di alcuni ospiti, che sempre più sembravano rendersi conto di quanto il compito di visitarli fosse da lui odiato. Come d’abitudine, il portiere, unico dipendente di quell’ammasso di pareti lasciate a loro stesse, lo ricevette e gli aprì la porta della sala comune. Una signora avvizzita guardava con scarsa attenzione la televisione, sintonizzata su uno scialbo canale di sit-com e telenovelas. Il suo volto era stravolto dai segni di una vecchiaia inoltrata, percorso da secche rughe e macchie di un orrendo marrone. Stava a pochi passi dall’ingresso, vetusto totem su sedia a rotelle. Ruotò il capo quanto bastava per inquadrare la figura del ragazzo, puntandogli addosso uno sguardo contaminato dalla decadenza del viso e dell’intero corpo.
«Ma guarda, è arrivato il nostro angioletto.» Gli fu impossibile sciogliere nelle sue buone intenzioni la punta ironica con cui la vecchia aveva sillabato quell’improbabile nomignolo. Colse tra le macerie del suo viso un solco, come un sorriso, d’una luce sinistra.
«Buongiorno signora Berenice, come sta oggi?» Tutti quei discorsi avevano un acre sapore artificiale. Era costretto a recitare la solita parte in quello spettacolo rivoltante. Odiava visitare quel posto.
«Come ogni giorno, ragazzo. Aspetto la mia chiamata, anche se comincio a pensare che prima o poi questo rudere crollerà e chiuderà anzitempo la mia esperienza su questo mondo.» Accennò anche a una breve risata, che però prese la forma di un fastidioso e secco colpo di tosse.
Dopotutto la signora Berenice era la sua preferita; era dotata di buono spirito, forse l’unica cosa che la vecchiezza non le avesse ancora portato via, ma purtroppo negli ultimi tempi era caduta vittima di quella generalizzata sensazione di disgusto verso il ragazzo che tutti sembravano manifestare, più o meno velatamente. Lui stesso cominciava a odiarli; trovava ingiusto che si permettessero di manifestare insofferenza… Proprio verso di lui, poi!
Avanzò tra teste canute svogliatamente, distribuendo qualche saluto e dirigendosi verso il cucinotto. Gli ospiti della casa si muovevano come fantasmi. Nessuno cercò il suo sguardo, nessuno volle un bicchiere d’acqua, nessuno gli chiese se poteva rassettare il letto. Il loro comportamento era anomalo. Forse avevano tutti perso il senno.

La casa di riposo ospitava poco meno di una dozzina di anziani, non si trattava di una grande comunità; l’edificio, di matrice tardo – ottocentesca, manteneva nella sua sporcizia e decadenza un aspetto solenne, allo stesso tempo sudicio e orgogliosamente antico, ma le sue condizioni andavano peggiorando di giorno in giorno; sembrava quasi seguire il decorso degli anziani, sempre più permalosi e affaticati. I corridoi interni erano impolverati, si percepiva uno stantio odore di nafta, e l’intonaco delle pareti cominciava a perdere presa, abbandonandosi a un lento distacco, fino a cadere a terra, dimenticato.
Preparò uno scialbo riso bianco con pollo al vapore per il signor Delaney, vecchio agorafobico che aveva portato la sua malattia a livelli nevrotici, tanto da non voler assolutamente uscire dalla sua stanza. Si trattava invero della persona che più odiava in quella casa: era antipatico, mentalmente instabile e inspiegabilmente sembrava avercela sempre con lui. Il suo compito principale – e più scomodo – era proprio cercare di aiutare quel vecchiaccio in preda alle sue follie; al solito, la madre lo invitava a portare i saluti al “caro signor Delaney”, che caro era stato fin quando il suo cervello non aveva deciso di impazzire. Lo fissava sempre con un’aria diffidente, non gli aveva mai allungato qualche centesimo di cortesia – pratica che fortunatamente si era consolidata negli altri ospiti – rispondeva in maniera brusca e scortese. Si avvicinò riluttante alla porta della sua stanza, cercando di farsi forza e simulare un sorriso.
«Signor Delaney, le ho portato la cena. Mi apre?» Dalle labbra gli uscì un invito disgustato.
«Certo ragazzo, arrivo subito…» Per la prima volta il vecchio sembrava dimostrare verso di lui una qualche forma di cortesia, sfoggiando un tono morbido ed educato. La porta si schiuse cigolando, lentamente. Fece un passo avanti, pronto a consegnare il piatto all’uomo, quando all’improvviso sentì un fragore metallico, accompagnato da un dolore acutissimo al viso. Poco dopo non sentì più nulla. Calò il buio.

Aprì gli occhi con fatica e distinse una macchia grigiastra poco lontano da sé, che lentamente si schiarì, presentandogli la fisionomia del volto del signor Delaney. Notò l’agghiacciante contrasto tra la sua pelle rugosa e il malato sorriso euforico che aveva stampato sulle labbra. Il vecchio lo fissava stringendo tra le dita una padella di ghisa: sul dorso dell’utensile scorrevano piccoli torrenti di sangue. Percepiva gli oggetti con fatica, aiutato dalla sola ed esile luce del crepuscolo, che pigra passava oltre la finestra sigillata, fermandosi in parte contro le gelosie accostate.
«Finalmente siamo riusciti a immobilizzare l’intruso!» Disse con tono squillante il suo aguzzino, senza perderlo di vista. Si accorse di essere stato legato agli stipiti del letto mediante dei foulard abilmente intrecciati. Provò invano a divincolarsi, ma ben preso capì di essere caduto in balia del sequestratore, che aveva architettato un perfetto sistema di detenzione improvvisato. L’incombenza della folle espressione dell’anziano non gli permetteva di mettere a fuoco i pensieri, nè tantomeno di urlare o chiedere aiuto. Era pietrificato.
«Per molto tempo ti ho osservato, ragazzo… A me non la fai, lo sai?» Sentiva il lezzo del suo fetido alito addosso. Quel vecchio decrepito gli stava parlando da pochi centimetri di distanza e lui non poteva fare nulla per fuggire.
«M… ma che diavolo dice, co… cosa vuole da me?» Provò a balbettare qualche parola, malgrado il senso di terrore che gli dava quell’immagine non gli permettesse di articolare i suoi pensieri.
«Ogni settimana, ti ho visto… Volevi aspettare la nostra morte per prendere i nostri tesori! … I nostri averi, la nostra eredità! Sporco piccolo ladruncolo… Invece no!» Scoppiò in una risata dissestata, senza mai smettere di fissare il ragazzo. «Sono stato professore anni fa, lo sai? Io… Io ero un buon professore, un fantastico professore. Sai, ho deciso che oggi ti farò scoprire qualche cosa sulla parola ironia. Faremo una lezione improvvisata!» l’ultima frase giunse come uno squillo di trombe. Il suo discorso era sconnesso, interrotto da pause in cui provava a riprendere fiato, colto da un’emozione difficilmente sopportabile a quell’età.
«M… Ma…»
«Stai zitto!» Urlò, scoppiando poi in una sonora risata. «Siamo in una situazione divertente, molto divertente, ironica per l’appunto! Tu volevi rubarci tutto quello che abbiamo raccolto in una vita e io, io invece ora prenderò di te quel poco che posso prendere… Tu volevi rubare tanto a noi che abbiamo poco da vivere, io ruberò a te il poco che hai, anche se avresti potuto avere ancora tanto da vivere! Ma ormai… Ormai è meglio che tu non ci pensi, altrimenti ti verrà da piangere… Pensa alla lezione, piuttosto. È successo esattamente l’opposto di quanto avevi preventivato, capisci?… Non è divertente? Non è ironico?»
Un brivido percorse la sua schiena. «M – ma… Mi lasci stare, io non voglio rubare niente… Aiuto!» Chiese disperatamente aiuto con tutto il fiato che aveva, svuotando i polmoni in un urlo straziante. Nessuno rispose alla sua disperata chiamata, nessuno si mosse nemmeno quando ripeté quella pratica più volte, fino a sentire i polmoni bruciare.
«ssht, ssht… Ho tramato, ho tramato a lungo per organizzare il mio piano… Mi ci sono volute diverse settimane per convincere questi vecchi senza midollo e non hanno voluto nemmeno dare una mano! Pensa, pensa…» S’interruppe per un attimo, provato dagli sforzi che tutte quelle parole gli costavano. «Pensa che mi hanno detto di non fare rumore! Vogliono la coscienza pulita, questi orrendi bastardi… Ma a me non importa, a me bastava acciuffare il ladro e poi…» Il ragazzo sfruttò una pausa di respiro dell’altro per passare lo sguardo sugli oggetti della stanza, alla ricerca di un’improbabile via di salvezza. Gli occhi scivolarono verso la porta: la luce del corridoio era accesa, vedeva delle ombre alternarsi a ottenebrare la luce che trapelava dalle fessure; stavano aspettando. Quindi erano davvero d’accordo, erano diventati ombre e null’altro, fantocci persuasi da un folle a tacere di fronte a un orrendo delitto. Il vecchio trascinò a fatica la padella contro il letto, cercando di adagiarla poco lontano dalla figura del ragazzo. Dovette imbracciarla a due mani per riuscire a muoverla agevolmente. Riprese il suo discorso, con un tono più sottile. «Poi fargliela pagare…»
«Aiuto! Vi prego aiutatemi, non vogl…» La nodosa mano del signor Delaney passo sulla sua bocca, strozzandogli la voce. Sentì quelle dita grigiastre sulle labbra, mentre una discreta pressione trasformava la sua voce in un grumo di bofonchi. Cercò nel volto dell’anziano uno stralcio di pietà, ma le sue speranze annegarono nel pastoso oceano dei suoi occhi color notte, specchio truce della sua malattia.
«Basta, basta… Lo sai che mi hanno detto di non fare rumore…» Gli si avvicinò ancora di più, trascinando l’arma improvvisata, su cui ancora scorrevano lacrime di sangue limpido. Posò il dorso sporco della padella sul suo volto; allora le lacrime salate del ragazzo si unirono a quei piccoli torrenti di sangue, scorrendo copiose su gelido metallo. «La lezione è finita, non ti preoccupare… È una questione di secondi, poi…»

Ambrogio

di Ambrogio Arienti

disegno di Daniela Cervera

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...