Doldrums – Federica Cenname

25 ottobre

Per quanto non nutra particolare ammirazione per quello strizzacervelli da quattro soldi, che da quando mi ha in cura non fa altro che propinarmi pillole su pillole, ho deciso data la situazione di seguire la teoria del Sig. D. circa il conservare un diario quotidiano dove esprimere liberamente i vari sentimenti avvertiti durante la giornata.
Sono ormai diversi giorni che il mio stato mentale rasenta la nevrosi. All’inizio avevo associato quell’inquietudine costante, quasi morbosa, agli eccessivi caffè trangugiati durante la giornata, probabile causa diretta anche della mia veglia perenne: trascorrevo numerose nottate ad occhi sbarrati, scrutando fuori dalla finestra o camminando senza sosta nell’appartamento alla vana ricerca di un briciolo di pace. Niente, tutto inutile. Ho provato a diminuire le dosi di caffeina, ho persino azzardato una giornata intera di totale astensione, ma tutti i miei sforzi sono stati sprecati: puntuale come il canto del gallo al mattino, al sorgere della luna il mio corpo si mostrava più vigile che mai. Ero stanco, ma non riuscivo a dormire. Non potevo. In aggiunta all’immotivata ipertensione che m’imponeva la veglia e molestava i miei sogni, il mio animo era divorato da un conflitto interiore, che azzarderei attribuire all’ansia, all’angoscia di non sapere cosa mi stava accadendo. Ero costantemente seccato e irritato e questo mio stato alterato, purtroppo, si ripercuoteva non solo tra le mura domestiche, ma anche sulla mia vita lavorativa.
Per questo mi ritrovo alle 04:43 di un mercoledì mattina a scrivere questo stupido diario nell’illusorio tentativo di aiutare la mia diagnosi o, più semplicemente, di passare il tempo insonne.
Vediamo come si evolveranno le circostanze.

1 – 3 novembre

Non sento niente. Se fossi una persona normale probabilmente mi stupirei della facilità con la quale gli sbalzi d’umore si prendano gioco di me, di come l’apatia sia subentrata in modo così naturale, come l’autunno subentra ciclicamente ed inesorabilmente all’estate, alla tensione nervosa e invadente che fino a poco tempo fa mi teneva prigioniero. Però, ogni cosa in questa vita sembra avere un prezzo: ho pagato amaramente una manciata di ore di sonno con un’insensibilità sfibrante e intollerabilmente gravosa. Non sento niente, non provo niente. Tutto ciò che mi circonda mi è indifferente. Anche prima mi capitava di vivere dei momenti in cui mi sembrava che nulla fosse importante, ma questa volta tutto è così brutalmente reale da farmi paura. Almeno, se m’interessassi di qualcosa probabilmente mi farebbe paura. Mi sento come disteso su di una zattera che viene irrimediabilmente trascinata alla deriva dalla corrente: sono prigioniero di un flusso costante che mi impedisce di approdare, di salvarmi, ma la mia anima non si sente turbata. Potrebbe bearsi del panorama che la circonda, conversare con i rematori che incontra sulla sua strada, anch’essi in balia delle acque, ma nulla di tutto questo la interessa. Potrebbe cercare un modo per mettersi in salvo, ma sente di non esserne capace. Prova solo un eccessivo desiderio di essere lasciata in pace. E di dormire, cullata dal suono delle onde e di null’altro.

8 – 9 novembre

Le cene con i colleghi mi hanno sempre provocato una certa ansia da prestazione e reso immotivatamente vulnerabile. Già dalla mattina covavo un senso di sconforto opprimente: ero triste, terribilmente e immotivatamente triste. La sera stessa, a metà del tragitto che mi separava dal locale, crollai. Si era impossessato di me un senso tale di inadeguatezza ed eccessiva svalutazione rispetto agli altri che mi ritrovai a singhiozzare come una ragazzina, nella mia macchina, imbottigliato nel traffico cittadino. Calò la sera. Non so per quanto tempo rimasi in quella situazione, probabilmente abbastanza da formulare prima l’idea di tornare a casa e darmi malato e successivamente quella di impormi di partecipare ugualmente all’incontro. Alla fine optai per la seconda: dovevo dimostrare a me stesso che potevo farcela. Questo granello di determinazione si dissolse come sabbia al vento, che lascia nel palmo della mano solo un pesante senso di vuoto.
Per tutta la cena, anche se mi trovavo in mezzo a una folla animata e sorridente, mi sentivo terribilmente solo. Seduto in disparte, li osservavo bramosamente, intento a sezionare minuziosamente ogni maschera che prendeva parte allo spettacolo dal sapore tragicomico che la vita mi offriva: i visi lieti, le gote arrossate dal vino, gli occhi lucenti – sguardi fugaci e maliziosi – si mischiavano a chiacchiere amabili e sorrisi spontanei. Erano tutti così fastidiosamente e disgustosamente felici. E nessuno sembrava accorgersi della mia presenza. Avevo la nausea.
Io mi reputo una persona fondamentalmente discreta, gentile e altruista, forse un po’ troppo accomodante, ma di indole buona condannata a vivere all’ombra delle sue crisi e paure: ma esisto. Avrei così tanto da dare e da dimostrare, se solo qualcuno mi desse la possibilità di farlo, e mi chiedo per quale motivo la gente non riesca a vedere oltre le mie insicurezze, anzi, perché spesso ho come l’impressione che non riesca a vedermi e basta.
Se anche morissi probabilmente nessuno se ne accorgerebbe.
Come si fa a non essere tristi in un mondo come questo?

16 novembre

Sono frustrato. Ultimamente fatico a fare cose che prima facevo agevolmente e mi stanco più rapidamente del solito, spesso senza una ragione plausibile. In tutti questi anni, però, non ho mai preteso che la mia dedizione al lavoro venisse premiata, quanto meno riconosciuta. Ho quasi l’impressione che più uno s’impegna, maggiormente i suoi sforzi vengono ripagati con critiche e disapprovazione. Sempre. Ogni santissima volta. Mai un apprezzamento, una lode, un gesto che mi faccia intendere che sono sulla strada giusta, che sto facendo bene
Mi sento come un castello di sabbia, lasciato solo sulla battigia ad affrontare la tempesta. Sferzato dal vento, lambito dalle onde, resisto. Il peggio sembra essere passato quando uno stupido passeggiatore distratto inciampa tra le mie mura: distrutte. Ho resistito alle peggiori avversità, ma sono sempre le piccole banalità ad annientarmi. Perché sono così maledettamente fragile?
Questa notte l’emicrania mi dilania.

17 novembre

La voglia di essere apprezzati e considerati ci spinge ad essere accomodanti e servizievoli, ma mi sono reso conto che dobbiamo smetterla di voler piacere agli altri se alla fine della giornata poi ci ritroviamo ad odiare noi stessi. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco più: quello che si riflette è un volto inespressivo, gonfio di pianto, ma senza lacrime. Prima riuscivo a piangere, ora non ne sono nemmero più capace. Se solo imparassi a comprendere che tutte le mie paranoie circa quello che gli altri possano pensare di me sia indirettamente proporzionale alle loro reali preoccupazioni, certamente mi sentirei un uomo migliore. In realtà non faccio che disprezzarmi.

25 novembre

Mi sento un totale fallimento. Persino vivere la quotidianità mi risulta terribilmente difficile. È sufficiente che qualcuno, seguendo i dettami della circostanza, mi chieda il mio stato di salute per mandarmi in crisi. Cosa dovrei rispondere? Come mi dovrei comportare? Io, davvero, non lo so. Capita raramente di scorgere nella persona che mi sta parlando un salvatore: in questi casi la mia anima che custodisce avidamente un briciolo di speranza – la speranza di essere salvati – sente come il dovere di confessarsi, espiare i propri peccati e liberarsi per sempre di questa maledizione, ma subito l’entusiasmo è sedato dalla paranoia: e se non venissi capito? Se non ci fosse un modo per salvarmi? Se fosse troppo tardi?
Forse è davvero troppo tardi perchè la maggior parte delle volte mi assale l’istinto di mentire spudoratamente, negare l’evidenza. Le mie labbra si schiudono – gesto automatico – per pronunciare il prevedibile: «Bene. Sto bene, grazie.». Perchè, in fondo, è questa l’unica cosa che lepersone inseguono: la beatitudine, terrena e celeste. E non mi sento di biasimarli perché è l’ingrediente che anche io m’illudo di possedere per guarire la mia anima malata e putrefatta, il mantra che ripeto continuamente a me stesso per sentirmi libero.
Ma, in fondo, mi chiedo: che motivo ci sarebbe di mentire? Non vedono da soli la sofferenza che si cela dietro ai miei sorrisi e l’oscurità che si è ormai impossessata del mio cuore? È davvero un crimine implorare di essere salvati?
Menti sempre, menti a tutti, ma soprattutto menti a te stesso.
Va tutto bene.
Sto bene.
Nient’altro.

30 novembre

Ho toccato il fondo. Non ricordo più da quanti giorni non dormo, rifiuto il cibo, mi alzo dal letto malvolentieri e sono sempre, terribilmente e inesorabilmente, solo.
Nessuno che si sia accorto della mia assenza. Non una chiamata, una visita, un biglietto.
Io non riesco a salvarmi da solo, ho bisogno che qualcuno lotti per me. Ma chi lotterebbe mai per uno spirito? Perché io in realtà non esisto: per tutto questo tempo ho vissuto da fantasma – presenza assente in mezzo alla gente – e mi sono sempre sentito indegno di qualsiasi attenzione, inferiore a chiunque, colpevole di nullità. Mi è stata negata qualsiasi forma di redenzione, per me non c’è più speranza.
Sono esausto.
Luci spente.
La pioggia è dentro, il silenzio fuori.
L’acqua mi sommerge, mi sento soffocare.
Desidero soltanto sparire.
Spa r i r e.
S p a r i r e.
S p a r i …

Society, you’re a crazy breed
I hope you’re not lonely
without me

Image and video hosting by TinyPic
di Federica Cenname
disegno di Alessandro Gibogini

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Ottobre hanno come tema Sindromi e Ossessioni.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Mi fa riflettere… Penso che questa sindrome sia più dilagante di quanto crediamo… È un racconto che pochi hanno il coraggio di fare, eppure ora che l’ho letto sono sempre più convinto che dobbiamo prenderci un po a cuore queste situazioni di solitudine… Forse l’ho preso troppo come un ‘liberamente ispirato ad una storia vera’, ma mi ha parlato così oggi 😉

    Mi piace

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