Fantasma, Sindrome dell’arto – Michele Minà

Devo raccontarti una cosa davvero buffa, eppure seria, amore, riguardo un amico, un mio amico che di recente ha perso un braccio. No, non ti racconterò di come lo ha perso: il solo ricordo, sai, mi fa salire le lacrime agli occhi, eccole, non hai un fazzoletto? Ti prego, no, aspetta… l’ho io.
Si chiama Franco, l’amico, dicevo, e viveva a Roma, ma ora sta qui, a Milano, più a nord di noi, però, vicino a viale Sondrio. Ad ogni modo, e questo è il punto, esiste una malattia, no, non una malattia, è più uno stato mentale alterato, credo, o qualcosa di simile: si chiama “Sindrome dell’Arto Fantasma” e si manifesta solo presso chi ha perduto un arto, una mano, un piede, tutta una gamba, insomma, una parte di sé.

Passa l’altra verde sui binari di fianco ai nostri, tuona nel sotterraneo e divora ogni rumore. Ti guardo, i tuoi capelli ricci perfettamente scolpiti di biondo, il sorriso e i tuoi occhi castani, tanto limpidi e fragranti da far apparire inutili tutti gli occhi verdi e azzurri di questo mondo e i falsi poeti che li decantano. Muovi le labbra e mi interrompi per dire qualcosa e sorridi, sorridi ancora, ma il treno parallelo al nostro, diretto verso il centro e, da lì, più a nord, si porta via le tue parole.

Certo – fingo di aver sentito – anche Franco, devi sapere, era affetto dalla sindrome, ma quali le conseguenze? Beh, tanto per cominciare a lui piaceva molto gesticolare e questa bella abitudine non l’ha certo persa, sai? Ora fa ampi gesti con entrambe le braccia, con il sinistro, sano, e con il destro, diciamo, dimezzato: all’inizio faceva tristezza, suscitava imbarazzo, ma poi divenne quasi comico e, infine, come sempre, semplicemente abitudine.
Qui sta la particolarità di questa sindrome: ad anni di distanza dalla perdita il corpo e la mente si abituano, sì, all’assenza dell’arto, ma ogni tanto, può capitare che si crei l’illusione della presenza di questa parte scomparsa e che Franco – o chi per lui – s’illuda, no, sia profondamente convinto che il braccio perso sia ancora intatto e attaccato a lui.

Famagosta, dobbiamo scendere. Afferro l’ombrello e lo uso come bastone perché oggi proprio non piove, nonostante le nuvole cariche. Arriviamo ai tornelli, sono ad accesso libero, spingo la leva e procedo oltre.
“E questo evento buffo di cui mi parlavi?” sento la tua voce, mi volto, ti sorrido, ti aspetto. Mi fermo, ancora dentro la stazione, per raccontare meglio.

Ecco la buffa storia dell’arto fantasma, si svolge proprio in metropolitana. Ora, Franco, che non è mai stato mancino, convintissimo di avere ancora il braccio destro, vola deciso verso il tornello ad accesso libero e – sicuro come è sicuro di saper distinguere il tre dal quattro – manda avanti il braccio fantasma, sente – lo giura ancora oggi – il sapore dell’acciaio sotto la mano inesistente e… sbadabam! Inciampa sul tornello e si ribalta dall’altra parte!

“Anche tu sei sempre stato goffo”
Amore, sì, ma la particolarità di questa storia sta nel fatto che Franco ci ha messo una mezz’ora buona a capire cosa fosse realmente accaduto, convinto com’era di avere ancora un braccio.
“Scherzi sempre sulle disgrazie degli altri”
Ma dimmi la verità: tu non mi hai mai perdonato davvero, sei ancora arrabbiata con me.
“Non sono arrabbiata. Alla fine tutto va sempre come deve andare”

Vallo a dire a Franco, vaglielo a dire: “Franco, niente, perderai un braccio sul lavoro, è inevitabile”. No, se avessero preso le dovute misure… ma, dirai tu, impossibile che le prendessero, no? Quelli fanno profitti, mica beneficenza. Inevitabile, tutto inevitabile, guardare avanti, ecco cosa dobbiamo fare: prendere quel che c’è e dimenticare tutte le cose che non esistono più, uscire dalla nostra sindrome delle piccole cose fantasma. Dai, prendiamo la scala mobile e usciamo da qui.

Mentre usciamo il tramonto si spande su tutta la periferia ed io, con te al fianco, mi sento, nonostante tutto, inquieto e solo. Ho passato ventisette anni a non saper far nulla e a fare tutto comunque: non è mai il futuro a spaventarmi, ma il presente, come deve far sempre paura il presente a Franco.
Prima o poi si abituerà, è vero: ma ora si guarda al fianco e lo vede vuoto. Non lo pensi anche tu, amore?

Parlando mi volto, mi sorridi con la stessa intensità con cui, credo, si sorridono la galassia e l’universo intero e sei bella e sei tu, soltanto tu, che stai dentro la mia testa alterandomi le zone del linguaggio, dell’equilibrio, e mi rendi goffo e distratto e mi fai inciampare ogni volta alla fine delle scale mobili.
E così anche stavolta sbatto la punta delle scarpe sul metallo, come sempre, quando guardo te e non la strada davanti a me, e incespico sui miei stessi passi e tu mi afferri tutto il braccio e la mano e stringi entrambi e stringi forte, lo sento, perché ci sei e per non farmi cadere.
“Sei sempre stato goffo”, sento la tua voce, la sento, e rialzandomi sono disposto a giurare che mi hai salvato ancora, perché sei al mio fianco, sei sempre al mio fianco, anche oggi, davvero lo sei e che la tua presenza non sarà mai una menzogna.

La sindrome dell’arto fantasma, mi ripeto, si manifesta presso chi ha perduto un arto, una mano, una parte di sé: si manifesta, si crea, a volte, l’illusione di avere ancora con sé quella parte e, in questi casi, si è profondamente convinti che il braccio (o la mano, o l’arto) ci sia ancora, intatto, e sempre di fianco al corpo.

Dev’essere per questo che, mentre il vento mi sferza gli occhi, rendendoli arrossati e umidi, ma senza una goccia di pioggia a bagnarli davvero, sento per davvero il tuo odore e il tuo sorriso e la tua voce nell’aria, sebbene io, pur avendo sbattuto le palpebre più e più volte, davanti a me trovi soltanto acciaio, qualche manifesto, degli autobus e il tramonto sulla città.

Image and video hosting by TinyPic
di Michele Minà
disegno di Martina Ciaramidaro

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Ottobre hanno come tema Sindromi e Ossessioni.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Wow… Avete avuto la capacità di indurmi questa sindrome, che probabilmente in molti vivono nella forma del protagonista… Per fidanzati/e e parenti… Penso che le parole dei racconti siano magia… Questo fa degli scrittori dei maghi!!! E noi siamo vittime dei vostri sortilegi, oppure complici, devo ancora decidere 🙂

    Mi piace

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