Visi noti – Chiara Aquino

Il signor Bonfanti quella mattina si era alzato di malumore. L’aria asciutta che gli seccava le labbra e lo costringeva ad alzarsi più volte durante la notte soltanto per inumidire il cavo orale gli rendeva il sonno meno piacevole, e quasi fastidioso.
Inoltre, proprio quella notte, una mosca maligna non aveva fatto altro che ronzargli attorno, sottoponendolo ad uno stato ancora superiore di stress. Capitavano tutte a lui, maledizione. Si alzò stiracchiandosi ben bene tra le coperte, si strofinò gli occhi e mise lentamente a fuoco la stanza, ancora in penombra. Iniziò a percepire il lieve scroscio della pioggia sui vetri. Aveva deciso di alzarsi presto per recarsi ad una mostra consigliatagli dalla sua capoufficio, Lorena, una donna alta e magra quanto un fusto rinsecchito, dalle gambe bianche e longilinee come spaghetti. Già si stava pentendo, tuttavia, della sua scelta.
Distese la sua fronte ancora corrucciata, e senza pensarci ulteriormente, si diresse verso la sala da pranzo, dalla quale proveniva nitido un forte odore di caffè.

“Serena, quante volte ti ho detto di non lasciare il caffè sul fuoco? Si brucia!”
“Oh, signor Stefano, buongiorno!”
“Sì… buongiorno, buongiorno. È arrivato il giornale?”
“Eccolo a lei, ed ecco il caffè”
Stefano Bonfanti scorse velocemente con gli occhi i titoli in grassetto, sempre sconcertato dalle stranezze della vita, poi lo richiuse, lo arrotolò, e se lo infilò nella tasca della vestaglia.
Dopodiché andò a prepararsi per uscire.

Arrivò, in quella via dei Salici 17/2, con gli scarponcini fradici e i pantaloni puntinati dalle gocce di pioggia che avevano deciso di cadere in diagonale e scansare astutamente l’ombrello di Stefano.
Quel breve tragitto era stato devastante. Sperava che, almeno, ne fosse valsa la pena. D’altronde c’era poco da fare, le domeniche d’ottobre, per un uomo solo come lui. Certo, avrebbe potuto accomodarsi sul suo divano, leggere con tutta calma il suo giornale, sorseggiare il caffè, accendere la televisione, sintonizzarla su un canale regionale su cui trasmettevano sempre un programma di cucina, e osservare passivamente i cuochi affaccendarsi in ricette assurde. Non che si interessasse di cucina, naturalmente, ma quei programmi gli distendevano i nervi come pochi. Spesso si riaddormentava, come un bimbo sotto l’effetto di una fiaba serale, con la coperta sulle gambe e la testa appoggiata alla spalla, mentre in televisione la pentola bolliva e il riso mantecava. Avrebbe potuto, pensò, entrando nella sala. Non appena fu giunto sulla soglia, il signor Bonfanti riconobbe le prime tele dal volantino appeso sulla parete dietro la reception del piano terra, aguzzò la vista e lesse il nome stampato sullla locandina più in grande e appesa in fondo alla sala: Vittorio Salpi.
Pittore contemporaneo. Alquanto sconosciuto a quanto gli era parso di capire dalle espressioni dei malcapitati a cui aveva chiesto indicazioni lungo la strada.

Tela n.1
Primo piano di un volto smunto, come prosciugato della sua vitalità, labbra sottili serrate, naso elegante, ma dalle narici ampie, occhi vitrei, occhiali larghi e squadrati, capelli brizzolati sparsi ai lati del volto.

Un secondo dopo il signor Bonfanti si rese conto di essersi sbagliato, si trattava semplicemente della foto dell’artista. Lesse la breve biografia sottostante, ma si dimenticò le informazioni acquisite nel giro di pochi minuti.

Tela n.1
Larga stanza dalle pareti rosse, scrivania di legno scuro, forse mogano, vuota, finestra da cui entra una luce accecante che invade quasi tutta la parete adiacente; in mezzo a questa luminescenza si riconosce la sagoma di un uomo, i suoi capelli un po’ sparati in aria, la stanghetta degli occhiali appoggiata all’orecchio, sembra quasi di poterne immaginare l’espressione seria, rigida, gli occhi spalancati fermi sul nulla, o su un fantasma invisibile della sua mente.

Stefano ci pensò un attimo su: pareva proprio essere il ritratto dell’artista, che si era voluto inserire nel quadro. Sì, sembrava proprio lui. Che egocentrico.

Tela n.2
Natura morta. Su di una sedia di vimini è appoggiato un vaso vuoto, di una vuotezza incomparabile: non vuoto e basta, piuttosto privato di qualcosa. Ha una mancanza. Sul margine, quasi in bilico su quella sedia, sembra stia per cadere.
Perché l’artista aveva voluto metterlo proprio lì? Il signor Bonfanti ne provava quasi fastidio. E se fosse caduto? E se si fosse rotto in mille e più pezzi? E se qualcuno si fosse tagliato coi cocci? Ferito? Insieme al vaso si sarebbe frantumata anche l’aria contenuta al suo interno, minuscole molecole di fragilità.
Per terra vi era appoggiato un violino, con le corde rotte. Consumato, e poi abbandonato. Di fianco ad esso, un paio di occhiali squadrati, identici a quelli che aveva visto nella foto-tela-ritratto una decina di minuti prima.

Tela n.3
Mare, un po’ mosso, una cupa giornata di pioggia, la sabbia bagnata e grigiastra. Sulla battigia si trova un uomo alto e piuttosto magro, dalla spalle ricurve, piedi e caviglie nude, pantaloni un poco sollevati. Sul collo del piede sinistro si notano anche le ramificazioni bluastre delle vene sottopelle.
L’orizzonte è lineare e tagliente, spezza in due parti uguali la tela, e forma un contrasto netto tra di esse. Il mare burrascoso e nero sembra fare a pugni con il cielo, tutto coperto da nuvole tinte di un bianco perlato e abbagliante.

Stefano riconobbe quell’espressione, quelle sembianze, quel volto. Stava davvero diventando
insopportabile. Eppure la signora al suo fianco sembrava non accorgersi di nulla. Ammirava ogni quadro con una sorpresa nuova. Si avvicinò, registrò un particolare, e sorrise compiaciuta. Si voltò verso Stefano:
“Non è bellissima? Con quei capelli sparsi al vento, l’espressione languida, le mani a voler afferrare l’orizzonte, lieve e sfumato.”
“Bellissima chi?”
La signora assunse un’espressione confusa, rimase un attimo in silenzio, voltò le spalle a Stefano e si diresse verso il quadro successivo.

Tela n.4
Primo piano di un naso, descritto nei particolari. È grosso, ne sono evidenziati i pori e si notano
anche alcune imperfezioni. Si scorge anche un peletto che sbuca da uno di quei pori, sottile, ma buffo.
Stefano per un attimo ne rimase divertito. Poi si allontanò, lo osservò meglio: gli pareva proprio di riconoscerlo. Sul fondo della tela si vedeva il labbro superiore di quella bocca sottile e lineare, il contorno di quel viso pallido.
Capì di aver visto ormai tutto quello che c’era da vedere. Quel pittore era solamente un’immane egocentrico dotato di una tecnica mediocre. Ma che importava? A casa lo aspettava il suo comodo divano e un caldo pranzo. Sempre che non si fosse messa di mezzo quella mosca.

Entrato dalla porta, lo accolse la donna delle pulizie.
“Serena, cosa ha fatto da stamattina? C’è ancora tutto in disordine!”
Serena lo guardò con un volto da cui trapelava limpida una materna e paziente comprensione.
“Signor Bonfanti, i suoi occhiali. Li aveva lasciati sotto il cuscino del divano.”
Il signor Bonfanti se li infilò, e mise a fuoco i contorni del suo viso riflesso nello specchio appeso sulla parete in fondo alla stanza: la spalle magre, il collo lungo, dalla fronte si dipartivano i capelli un po’ grigiastri e ribelli, sulle orecchie si notavano la stanghette degli occhiali a incorniciargli gli occhi stanchi in due riquadri. Sul naso c’erano delle imperfezioni, le narici erano un po’ larghe. Era comunque un bel naso. Gli piaceva osservarsi attentamente ogni mattina, e pomeriggio, e sera. Gli piaceva pensare di avere un volto da ammirare. ll signor Bonfanti si guardò un’ ultima volta, e si sorrise dallo specchio con le sue labbra sottili.
Forse un giorno o l’altro si sarebbe fatto fare un ritratto.

Image and video hosting by TinyPic

di Chiara Aquino
disegno di Martina Ciaramidaro

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Ottobre hanno come tema Sindromi e Ossessioni.

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