Poche paillettes in casa Malfrassi – Eleonora Daniel

Era una palazzina al numero 8 di via Fraternità Umana, incorniciata da una farmacia e un alimentari sempre poco fornito. I residenti si conoscevano tutti.
Al primo piano si trovavano l’appartamento della famiglia Gesti, con i suoi due figli adorabili, e quello dei Taciti, che invece di figli ne avevano tre sempre pronti a scorrazzare per il quartiere e citofonare alla gente indaffarata; al secondo piano si trovavano un locale sfitto e uno in mano ad alcuni studenti; ed infine, al terzo e ultimo piano, abitava la vedova Malfrassi, che si era trasferita lì nel 1934 e, grazie al patrimonio del marito all’epoca commerciante di tessuti pregiati, aveva rilevato entrambi gli appartamenti, ricavandone un’abitazione degna di nota. Persino dalla strada, senza conoscere i 230 metri quadrati interni, se ne vedeva lo splendore: i passanti si fermavano a nasi insù ad osservare la terrazza d’oleandri e rampicanti che tingevano i muri mattone. Unica pecca, la vita, insieme alle piante, era rimasta fuori. Non c’era mai stata una corsa di bambini sulle mattonelle decorate dei pavimenti, né alcuna tacca aveva segnato le altezze sullo stipite di una porta. La casa era sempre stata vuota. Niente figli per i due, troppa paura delle guerre. Ernesto, in un primo momento, aveva anche provato a convincere la moglie, ma non c’era stato nulla da fare: come lo dici ad un bambino che la sua casa gli sta crollando addosso ma che non deve avere paura e andrà tutto bene? Non si può dire. Nessuno le aveva mai spiegato che i bambini a volte sono il motivo per cui ricostruire le case crollate, così Ludovica scuoteva la testa, abbiamo le piante, diceva, è in questo modo che si prendono cura delle fragilità i paesi distrutti dalle guerre, con i fiori, non con i figli, perché la gente muore e muore a bocca aperta e i figli non devono vederlo. Ernesto si masticava le parole e le ricacciava in gola. Dunque perché si sopravvive? Per chi? I non-pianti sono morti invano? Nessuno gli aveva mai insegnato a domandare a voce alta.
Ad ogni modo, da quando il signor Malfrassi era morto, la donna aveva assunto uno stile di vita silenzioso da fantasma. Scendeva tutte le mattine a comprare quanto bastava per il suo pasto giornaliero, e rientrava in casa dopo lunghe passeggiate, con qualche sacchetto ricolmo ma leggero, almeno all’apparenza. Chi si fermava a guardarla rincasare si chiedeva cosa potesse esserci dentro, ma subito una di quelle pesti dei Taciti si metteva a corrergli intorno e la vedova era già svanita nell’androne con il suo mistero.
Ma non ci si aspettava che ci fosse sotto una cosa simile. La notizia era stata riportata da numerosi giornali locali, ogni condomino era finito nell’obiettivo dei fotografi o al microfono di un giornalista curioso.

Alberto Gesti:
– La signora Malfrassi era una donna silenziosa. Sempre sveglia presto per pulire i vetri, anche d’inverno. Sa come sono le persone anziane… Io esco tutte le mattine alle sette e mezzo per andare a lavorare, e lei a quell’ora tutte le mattine era sempre lì, in vestaglia, a pulire. I primi anni guardava in basso, mi vedeva passare, sorrideva. Poi ha smesso. Aveva lo sguardo fisso davanti a sé, come se cercasse qualcosa non al di fuori, ma fra lei ed il vetro e intanto, passivamente – muove la mano circolarmente, in senso orario – andava avanti. –

Matilde Termoli in Taciti (che casualmente rincasava mentre intervistavano il dirimpettaio):
– Sì, servirebbe anche a me una donna di casa con la dedizione alla pulizia che aveva la signora Ludovica. I vetri da noi sono sempre sporchi. Se tutto va bene, riportano solo dieci impronte digitali, ma non va mai tutto bene qui. D’altronde non si può fare tutto: o si lavora, o si lava. La signora Ludovica non ha mai avuto bisogno di andare a fare la cassiera. Non mi fraintenda, era una donna buonissima e sempre cortese. Quando c’era ancora suo marito si fermava a parlare ore ed ore e offriva sempre caramelle ai bambini. Sorrideva sempre ai bambini, a Matteo soprattutto. A volte ho avuto l’impressione che fosse esattamente così che si doveva immaginare suo figlio. Però di figli non ne ha mai avuti, quindi non sapeva che i bambini non sono sempre adorabili. – Si ferma, sta per rientrare, ci pensa un attimo, poi aggiunge: – Penso sentisse la mancanza di tutto. –

L’avevano trovata una settimana dopo la morte. L’allarme era stato lanciato dal droghiere, che iniziava a trovare sospetta quell’assenza prolungata. Morte naturale, comunque. Quello che nessuno si aspettava era lo spettacolo che un fatto altrimenti normale era stato in grado di regalare.
I soccorritori erano arrivati che il sole stava tramontando e non c’era una sola finestra attraverso la quale i suoi raggi non penetrassero in casa, tingendo d’arancione il pulviscolo in controluce. Il tramonto era sempre stato uno spettacolo stupefacente in casa Malfrassi, tanto che fino ad una ventina d’anni prima c’era sempre qualche ospite che trovava scuse per restare a godersi la meraviglia. Perché questo va detto: non avevano avuto figli, ma di amici si erano sempre circondati. Ed è con gli amici che si devono condividere i momenti in cui il sole si può guardare senza troppo timore, dal momento che non capita spesso di poter guardare qualcosa distraendosi dall’averne paura o senza che faccia male. I coniugi appartenevano, infatti, a quel genere di persone che non sono disposte a condividere il dolore. Si fermavano sull’orlo, finché qualcun altro era accanto a loro, e poi saltavano con le ginocchia al petto una volta rimasti soli. Non allungavano mani per chiedere aiuto, ma tendevano rose scintillanti, ridevano sui terrazzi, fingevano di non sentire il sussulto atroce che ha la sofferenza mentre di soppiatto ti divora.
Quello del 19 maggio 2014, però, nella lunga lista dei tramonti in casa Malfrassi, era stato un tramonto inaspettato e doloroso: gli uomini avevano dovuto strizzare gli occhi per la luce improvvisa e accecante. Da qualsiasi angolo giungevano bagliori inattesi, riflessi all’infinito.
Ci misero un po’ a capire.
Miliardi di paillettes rosa ricoprivano ogni oggetto. Alcune erano state cucite con dedizione ai tessuti, altre semplicemente gettate a coprire il pavimento, come paglia in una stalla fatata. E la donna, Ludovica Malfrassi, giaceva immobile, sul divano scintillante, morta come deve morire una regina.

Stefania Moscato in Gesti:
– Sinceramente no, non saprei dire da quanto tempo non la vedessi. Quando uno è di corsa e lavora, una settimana vola come il vento. Comunque non ce lo aspettavamo. Certo, ci siamo sempre chiesti cosa potesse esserci dentro quei sacchetti con cui la si vedeva tornare. Non ve l’ha detto nessuno? Sì, la vedevamo sempre tornare con dei sacchetti gonfi gonfi che portava senza fatica. Tutti ci domandavamo cosa contenessero, ma, insomma, non è una cosa che uno riesce ad immaginare. Bisognerebbe essere un narratore, probabilmente nemmeno dei più fantasiosi, o comunque non dei migliori. Ci sono altre cose da raccontare anche per chi fa quello di mestiere, si figuri per noi. Lo dico con franchezza: io non avevo tempo di occuparmi di lei. Brava donna. Non so se si sentisse sola, ma non è mai scesa nemmeno per offrire una tazza di tè. Chi è solo cerca compagnia, o sbaglio? La morte è normale, ha solo voluto essere scenica. O forse lo è stata e basta. –

Così c’era voluta una settimana prima che la ritrovassero. Nessuno l’aveva pianta, tutti troppo stupiti e bramosi d’entrare in una casa di brillanti. Chi era riuscito a metterci piede diceva che probabilmente camminare sulla sabbia lunare era un’emozione simile. Lo scintillio attutiva i rumori e li restituiva luce.
Solo Sofia, la piccola Taciti, trascinata dai due fratelli sulla soglia, s’era fermata all’improvviso e non aveva avuto il coraggio di entrare. La sera, poi, aveva alzato lo sguardo dalla minestra, fulminata:
«Mamma, ma come mai nessuno sapeva nulla?»
La madre la guardò con occhi interrogativi, senza capire. Abbozzò un sorriso.

Image and video hosting by TinyPic

di Eleonora Daniel

disegno di Elena Galofaro

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Ottobre hanno come tema Sindromi e Ossessioni.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Bello e metanarrativo! I narratori qui sono stati bravi, era una cosa che occorreva raccontare 🙂

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    1. È sempre un piacere trovarti qui e trovarti tanto attento. Grazie, ancora una volta!

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