Bistro – Priscilla Buongiorno

«Signori…È tutto pronto?»
«Tutto pronto Madame. Possiamo alzare il sipario!»
Nei giorni precedenti tutto era stato eccitata confusione, tutto un correre e organizzare. Parigi una scatola di coriandoli mossi dal Maestrale, la Senna bruciava del sole primaverile che sembrava volesse benedire quell’insolita impresa. Un ultimo sguardo tra i presenti girò di volto in volto fino a fissarsi sulle imposte; come di un occhio pigro dopo un lungo sonno quelle lignee palpebre si schiusero nella luce. Davanti alla porta, però, nessuno aspettava, non un’anima curiosa di varcare quella soglia, nessuno s’accorse. Boulevard des capucines sembrava un isterico formicaio proprio al di fuori della campana di vetro che pareva circondare lo studio. Trascorse le ore, l’attesa da speranzosa, poi febbrile, divenne rabbia, rassegnazione, e finalmente anche questa lasciò il posto a una patina d’apatia; l’entusiasmo spento da tempo. Soltanto Berthe sembrava ancora percorsa da un flebile brivido:
«Arriverà qualcuno… Arriva sempre qualcuno. Auguste! Almeno tu non perdere la speranza, tu che sei sempre stato fiducioso…»
«La verità, madame, è che a nessuno interessano le tele incrostate da qualche sedicente artista.»
«Ma noi siamo il futuro! Parigi non può rimanere cieca!»
Uscì come una furia in quel 18 aprile 1874. Auguste, che di cognome faceva Renoir, stava seduto vicino alla vetrina, le nocche a disegnargli piccoli cerchi rossi sul mento, girò lo sguardo sulla sala a incrociare quello dei signori suoi compagni. Claude Monet, di sbieco la scena, sgonfio su una sedia, le gambe allungate in avanti; Paul Cezanne, nascosto per metà nella penombra, teneva un bicchiere sospeso a mezz’aria tra il tavolo e la bocca guardandoci dentro forse cercando di ricordarsi perché avesse lasciato tutto per fare “l’imbrattatele”, come amava chiamarlo suo padre e Pissarro in piedi, al centro della stanza, la mano sinistra in tasca e la destra a tormentarsi la nuca.
«Mi dispiace Gaspard…Questa è stata solo un’immane perdita di tempo e denaro.»
«Di questo mi occupo io, Camille, non dev’esser tua preoccupazione. Mio lo studio, mie le regole. E io ho deciso che quest’esposizione era necessaria. Necessaria ti dico. Presto tutti lo capiranno.»
Quando, al crepuscolo, Berthe fece ritorno allo studio, portava alle sue spalle un uomo, anonimo per lo più. Vestito di una maniera semplice, eppure non povera, curato nell’aspetto, senza barba né baffi e uno sguardo palustre fatto di schegge, perfettamente intonato alle tele che lo circondavano: quell’unico visitatore arredava lo studio pieno di riflessi di mondo.
Jacques il suo nome, appresero, e si trovava a Parigi per il più classico e più forte dei motivi, che tuttavia aveva da poco cominciato a deprecare: l’amore. Aveva seguito una trapezista che l’avrebbe presto dimenticato, mai si saprà per quale parte del cielo. Ed ecco che Jacques, ventitré anni, aveva abbandonato la sua dimora di Lione inseguendo una ninfa e ora si trovava sulle rive erbose di un’altra, serpentina e abbondante, intento alla contemplazione ossessiva dei riflessi cangianti delle sue mille facce, dove Berthe l’aveva raccolto come un mansueto randagio. La ragazza lo trovò subito affascinante, sapeva riconoscere uno spirito affine, le sembrò l’uomo giusto per apprezzare un nuovo punto di vista: un disperato, senza più nulla da perdere, ma capace ancora di romanticismo, capace ancora di afferrare con gli occhi la poesia dei colori dell’acqua, l’uomo giusto per loro. Per questo scese lungo il molle pendio e giunse alla riva dove l’anima semplice dell’uomo ancora galleggiava a macchia d’olio dagli occhi all’impalpabile superficie. Berthe già conosceva la sua storia, ma per ore rimase seduta in silenzio ad ascoltare un cuore spezzato a ogni respiro cadere in nuovi frammenti.
La seguì allo studio senza rompere il loro silenzio complice, non sapeva dove andare.
«Signori» disse Berthe «un ospite». Dietro il suo mezzo sorriso di fece spazio Jacques, gli occhi palustri ancora umidi. Gli sguardi di tutti i presenti si volsero in direzione della porta, uscio immobilmente vuoto fino a pochi istanti prima.

Non so nulla di Parigi; non conosco la giovane donna che mi ha portato in questo luogo, anche se lei sembrava conoscere me; non conosco me stesso e non conosco gli uomini che mi guardano; eppure… Eppure tutto questo sembra portare a una soluzione; tutto quanto mi è successo sembra portarmi qui, punto di svolta della mia vita. Impossibile sostenere gli sguardi, muovo le ciglia verso le pareti, incontro un caleidoscopico gioco di riflessi cangianti, facce del mondo, luce sulle cose. È come ricevere un vento gelido sul viso di prima mattina, quando l’inverno è ormai giunto e l’attesa è finita, quando punti dritto verso il sole, il collo teso ad assaporare l’aria tersa e il freddo fino alla gola. Le immagini mi colpiscono così, limpide e cristalline, le mie iridi si riempiono di tutto e si riempiono di niente. Una, mille pennellate mi travolgono come fossi nella boccia di un pesce, le tele ingigantite, lo spazio reale sparisce e ci sono solo i colori, e io centro del turbine li assorbo e li assaporo. Senza accorgermene arrivo a sfiorare una tela: voglio sentire, voglio toccare la sua fisicità, il suo essere corpo concreto e diseguale.

Si muove come sotto ipnosi, lentamente ma con convinzione, allunga il braccio fino a sfiorare con le dita, a metà tese, la superficie ruvida e incrostata di una tela. Nadar si muove d’impulso, vorrebbefermarlo, ma Claude s’intromette, lascia che lo sconosciuto proceda verso il suo lavoro. «Guardate tutti. Egli c’insegna qualcosa».

Arrivai al mio obiettivo e fui travolto dai sensi. Fu come cambiare totalmente prospettiva, da un bassorilievo a un tuttotondo, mi sentii in grado di scorgere ciò che nessuno pensava esistente, aggirando il soggetto in solitudine. Cominciai a piangere, d’un pianto caldo, sensuale, irreprensibile e infine caddi in ginocchio, svuotato. Mi sentii sollevare per le braccia, moderno crocifisso, e trasportare in una stanza al piano di sopra; non distinguevo le voci dei miei improvvisati infermieri, né le lacrime, che ancora mi rendevano cieco, accennavano alla resa.
Durante la mia convalescenza, perché questo mi sembrò, fui trattato con riguardo. Sapevo che al piano di sotto si susseguiva uno scalpiccio costante di estranei venuti, spinti dalla curiosità, a esser partecipi della nuova arte, volendo far parte della rivoluzione, mettendo il loro sgomento, proprio come il mio, dentro quella stanza, arricchendo la mostra dei loro occhi, fissi alle pareti alla guisa di quadri loro stessi, trasportati in un viaggio interiore. Grida, sgomento, risse non mancarono, era, dopotutto, qualcosa di mai tentato; dai più non compreso. Quando mi sentii abbastanza forte scesi da solo le scale di legno levigato per ritrovarmi, al crepuscolo, nello studio. Le impressioni mi colsero nuovamente, nudo e libero, di colori così nuovi e saturi da riempirmi interamente.
«Non abbastanza…»
Quando il luccichio metallico di un tubetto di colore colpì la mia attenzione, la mia mano già si era mossa, quasi di vita propria, ad afferrarlo. Era un blu. Mi sembrò di entrare in mare aperto, di dovermi far coinvolgere interamente. Le mie mani già affondavano nell’acqua, il mio viso voleva raggiungerle, le raggiunse, il colore sgorgava pieno dalla sua sorgente, i miei sensi si liberavano dalla prigione del corpo, socchiusi le labbra, assaggiai quell’acqua, dissetandomi, in una sensazione totale di appagamento. Le dita si mossero in una danza sensuale sul mio viso, sulle mie labbra, disegnando segni tribali sulla pelle. In quell’ebbrezza afferrai un altro colore, un verde, ingoiai anche quello, tingendomi la gola di lago, le lacrime sgorgarono nuovamente dai miei occhi sazi; afferrai un bianco di zinco e disegnai la spuma delle onde sul mio corpo, completamente astratto dal mondo, nella mia estasi personale.

A Montdevergues mi chiamarono pittore, ma pittore non sono. Mi chiamarono pazzo, ma pazzo io non sono. Innamorato, ossessionato dall’amore, ossessionato dalla mia ossessione di diventare parte di ciò che di bello vedo, farlo mio con i sensi. Toccare l’abisso. Toccare l’arte.

Image and video hosting by TinyPic

di Priscilla Buongiorno

disegno di Noemi Oliva

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Ottobre hanno come tema Sindromi e Ossessioni.

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