410, Lare – Matteo Mazzucchi

per Giamblico

-Maledizione! Le fiamme sono dappertutto! Dovevo dare retta al prete, dovevo…

Una trave crollò davanti al volto di Renato, bloccando il flusso dei suoi pensieri meglio di una diga. Si voltò a destra. Si volto a sinistra. Vide solo fiamme e mobili preziosi che si disgregavano in montagnette di cenere. Allora si copri col mantello si gettò sulla destra, passando al fianco di un affresco rosso quasi più del fuoco, che si gonfiava ed esplodeva ribollendo.
-L’atrio, se raggiungo l’atrio sono salvo, se raggiungo l’atrio sono salvo, ecco, vedo la luce del sole in fondo, al di là della porta socchiusa, son fuori, son fuori, se solo questo fumo non mi riempisse i polmoni, Dio, abbi pietà di me, Dio…
La porta era vicina, la salvezza anche. Quand’ecco che tutto si ferma. Dalla strada si sentono grida gutturali, rumori di ubriachi, cozzare di armi.
-I goti! I goti sono sulla via!
I goccioloni di sudore sul volto rosso e sfatto dell’uomo presero a diventare sempre più grandi fin quasi a inglobare tutta la sua faccia, il fumo riempì del tutto lo stanzino dell’anticamera. Poi uno strano soffio di vento cacciò la fuliggine dai suoi occhi e come per incanto comparvero i busti in cera dei suoi antenati. Uno stuolo di volti torvi, di nasi aguzzi e severi, messi un tempo in anticamera per mostrare il potere della famiglia e intimorire i clienti. In quella schiera glaciale c’erano tribuni militari, pretori, consoli, duchi, conti della guardia privata dell’imperatore. Molti di loro avevano vinto i germani in cruente battaglie, ridendo del pericolo. E ora lui, Renato Cornelio Corucano, sangue del loro sangue, doveva temere per quattro goti ubriachi? Lo sguardo nero, gli occhi assenti delle maschere, quanto sembravano molto più terribili di quella folla disordinata di barbari!
Il fuoco si fece improvvisamente più vicino, il calore divenne insopportabile. Renato vide il naso delle maschere gocciolare in lunghi e scintillanti rivoli rosa, gli occhi vuoti vomitare fiammelle che scioglievano altra cera e cancellavano le antiche rughe in una matassa di bolle e di fiumi gorgoglianti. Stava finendo tutto. La sua casa stava per essere distrutta. E lui non aveva altre possibilità di scampo.
-Maledetto Prete, perché non ho seguito il tuo consiglio? Rimanere chiuso in chiesa con gli altri, per Dio, I goti rispettano il diritto d’asilo, ora…
Non ebbe più il tempo di pensare, il suo mantello stava cominciando a bruciare. Renato estrasse la corta spada che portava al fianco e urlando come un ossesso si gettò fuori dalla porta ridotta a una lastra di fuoco. Trovò i barbari che ridevano e stupravano. Ne uccise un paio e fece addirittura in tempo a mettersi sulla via della fuga prima che gli altri potessero tirarsi su le brache e porsi al suo inseguimento.

Ora correva per i vicoli di Roma, i Goti apparivano a ogni incrocio, uscivano da ogni casa portando con sé sacchi pieni di oro e preziosi, un tesoro accumulato in secoli di impero. Le fiamme ardevano ovunque e a volte un attento ascoltatore avrebbe potuto udire il rimbombo delle mura che crollavano. Ma Renato sentiva solo il rumore del proprio fiato e delle grida gutturali dei barbari.

-Maledetto me! Se penso che rischio tutto questo per una statua! Una maledetta statua! E pensare che i preti me l’avevano detto di sbarazzarmene, che era piena di demoni! Ma quella statua era l’emblema della mia famiglia! Come potevo liberarmene allora? Come potevo lasciarla in mano ai goti ora? Ora che… i goti! Ombre! Altri goti!

Li aveva davanti, erano ombre goffe e ragnimorfe, simili a demoni delle fiamme.

E li aveva anche dietro, erano rumori confusi e grida distorte.

Renato era in trappola, la fine si avvicinava. Non poteva fare nulla, se non stringere con più forza il manico della spada insanguinata.

Seguirono dei colpi, Renato si difendeva con le unghie e con i denti. Ma i goti erano così tanti! Uno di loro, irsuto e barbuto, lo colpì alla testa con l’umbone dello scudo verde. Il romano fece un balzo indietro, dalla mano sinistra gli cadde la preziosa statuetta per cui stava immolando la propria vita, una piccola divinità nera e togata, così nera e così togata che si perse nel selciato scuro della strada e scomparve dalla vista. Preso dalla furia Renato afferrò lo scudo del nemico e lo spinse indietro con così tanta violenza che lo fece andare a sbattere contro due compagni. Solo che insieme ai barbari ruzzolò lo stesso Renato e tutti e quattro, come un’orrenda palla umana, scivolarono lungo la strada. Andarono a sbattere contro un muro, poi a Renato sembrò di essere afferrato da alcuni rami secchi e sottili. E tutto divenne buio.

Si risvegliò in una strana cisterna, l’acqua, leggermente chiazzata del rosso del suo sangue, gli giungeva fino alle caviglie.
-Non muoverti! Non fare rumori avventati! Questo posto è pieno di strani echi, ci possono sentire!
Renato spostò un po’ di acqua con i piedi e voltò la testa nella ricerca della voce esile e sottile come una ragnatela che lo stava svegliando dal sonno. Ma non vide nulla.
-Dove sei? Chi sei?
-Un amico! Ma ora rimani fermo, non muoverti! Ti ho salvato ma devo riposarmi… ho sonno! Ho così tanto sonno!
Questa volta Renato riuscì a capire da dove veniva il suono, ma vide solo un rigonfiamento pieno di stracci e un volto rugoso e secco, coperto da sottili e lunghissimi fili bianchi. Le palpebre quasi trasparenti si erano chiuse e un respiro lento rimase per lungo tempo l’unico rumore udibile.

-I barbari… i barbari sono ancora fuori! Non se ne andranno dalla città finché non l’avranno svuotata da ogni bene! – disse il salvatore di Renato dopo essersi svegliato.
-Devi aver vissuto a lungo vecchio! Ma scommetto che non hai mai visto una calamità simile!
-Puoi dirlo forte, giovane! Quando ero giovane… quando ero giovane i nostri eserciti marciavano lontani dalla patria e non c’erano minacce vicine!
-Quanti imperatori hai visto?
-Molti… troppi…- e tacque.
-Non vuoi rispondere? Non ti farò altre domande. Tu mi hai salvato la vita, ti sono debitore. Cosa posso fare per te?
-Nulla giovane. Tu non mi devi nulla. La tua vita è il mio premio. La tua vita…- e tacque ancora.

Due giorni. Dovevano essere passati almeno due giorni. E Renato non si era più mosso da quella strana cisterna. Quando aveva fame il vecchio tirava fuori del cibo, e non si capiva nemmeno da dove questo cibo venisse. Quando aveva sete beveva col palmo delle mani quell’acqua fresca e sempre corrente. Ma Renato non voleva vivere di solo cibo. Renato voleva rivedere la luce del sole, voleva rivedere le stelle e le antiche compagnie del senato.
-Vecchio, devo uscire da questo posto! Oramai i goti se ne saranno andati! Il consiglio della città aveva concesso la città al saccheggio per soli tre giorni!
-Ci sono… ci sono ancora, sono tutti intorno a noi, nemici terribili quali nessun altro ha mai visti! Resta qui, quando se ne saranno andati potrai uscire fuori…

Un mese. Un mese era passato. E Renato non era ancora riuscito a liberarsi dalle grinfie del vecchio. Oramai i suoi occhi si erano abituati al buio e riuscivano a notare bene le dita secche, lo sguardo giallognolo e il volto rugoso del suo liberatore. Oramai aveva imparato a memoria quel volto, sapeva orientarsi in quelle rughe come se fossero state le strade del suo quartiere. E ogni volta che lo vedeva, ogni volta che toccava con mano la sua fragilità, Renato si chiedeva come quel vecchio tanto sottile potesse essere ancora vivo. E intanto continuava a rimanere dentro la cisterna. Eppure, lo sapeva, i goti dovevano essersene andati da un pezzo…

-Vecchio, da dove viene il grano con cui mi nutri?
-Chiedevi forse all’imperatore da dove veniva il cibo che generosamente offriva con l’annona? Lo mangiavi con gusto, e non dicevi nulla…
-Sì, ma…
-Il grande Augusto fece per primo venire il grano dall’Egitto e da terre ancora più lontane… eppure nessun posto è tanto lontano come quello da cui viene il cibo con cui ti sto nutrendo…- e tacque di nuovo. Renato lo guardò di nuovo. C’era qualcosa di sempre più inquietante nella sua persona. Qualcosa che Renato proprio non si sapeva spiegare…
-Non ti preoccupare. Ti ho salvato la vita. Ed è proprio la tua vita il mio premio… non rischi proprio nulla…

-Pater noster qui es in coelis…
Quella mattina (ma era veramente una mattina?) Renato si era svegliato con lo strano desiderio di pregare. Da quanto tempo non ristorava più il suo spirito colloquiando col Signore! Ma alle sue prime parole il vecchio cacciò un urlo orrendamente simile allo stridio di un pipistrello.
-Tuuuuu… tu segui la nuova religione?
-Mio padre… si convertì dopo la sconfitta del fiume Frigido…
-Non dovevi… non dovevate! La tua vita è il mio premio, la tua vita non può seguire l’asino Cristiano… quando sono nato non c’erano queste diavolerie!
-Intendi dire che sei nato prima dell’imperatore Costantino?
-Prima di Cristo, non prima di Costantino, giovane Renato!
-Come!?
-Io sono nato al tempo del grande Cesare e ho vissuto la giovinezza sotto il buon Augusto!
-Ma… ma non è possibile!
-È possibile invece! La morte si è scordata di me, giovincello! E io ho continuato a solcare i secoli, ho continuato a vivere fino al punto di provare noia per la vita stessa. Oggi spero ogni giorno che Mercurio venga a trovarmi con la sua verga e mi porti con sé, lontano da tutto e da tutti! Ma tutto questo non avviene e io passo le giornate a macerarmi in questa cisterna, provando noia e ricordandomi il glorioso passato! Lo sai giovane? Io ho combattuto nelle legioni di Germanico, ho pacificato il Norico, portato guerra ai Parti! Insieme ai miei compagni abbiamo dato leggi ai popoli, abbiamo insegnato il costume della civiltà, abbiamo risparmiato i supplici e debellato i superbi! Ma ora… ora provo così tanta noia per tutto questo! Vorrei lasciare questa vita debole e sfibrata, provare il dolce oblio dell’Ade! Ma devo stare qui, in questa cisterna, abbandonato nella sentina di questa città che ho aiutato a crescere e svilupparsi!
-Ma io… io devo andare! Devo vedere i miei compagni, ora che i goti sono andati possiamo portar via le macerie, fondare una nuova civiltà! Creare un mondo nuovo dalle ceneri del vecchio!
-No… perché ti ho dato la vita salvandoti, e ora la tua vita è mia! Tu starai con me, mi terrai compagnia! Fino a quando la morte non si ricorderà della mia esistenza!
-No! Io voglio la luce!
Con uno scatto disperato Renato si volse verso le mura della cisterna, cercò di afferrarsi alle pietre scivolose e tentò una scalata. Ma il vecchio lo afferrò alle caviglie con le sue dita di ramo.
-La tua vita è la mia vita! Tu starai con me!
A causa del tocco freddo del vecchio Renato si sentì immobilizzato, le mani lasciarono andare la presa e lo lasciarono cadere a peso morto nella cisterna, proprio addosso al vecchio. Ora Renato era tanto vicino al suo volto che poteva sentire il suo alito freddo e mortale.
-Mio! Mio! Mio!- il vecchio urlava e si dibatteva, gettava acqua tutt’intorno a loro. Il giovane afferrò le braccia stecchite e cercò di strapparle.
-Non mi puoi uccidere! Non mi puoi uccidere! La morte si è dimenticata di me! Starai qui, qui per sempre!
-No! Tu mi hai dato la vita, giusto?
-No! Tu non lo puoi fare!
Renato sorrise con il coltello in mano, sorrise levandosi sopra al corpo sottile del vecchio, sorrise anche quando si conficcò il pugnale nel cuore, sorrise pure quando il suo bianco sorriso si sporcò di rosso in uno sbocco di sangue.
Il vecchio urlò e urlò e urlò. E la luce cadde gocciolando nella cisterna.

Quattro soldati stavano rovistando tra le rovine. Era incredibile il contrasto tra il cielo azzurro di Roma e il colore scuro di quelle rovine! La città sembrava la pelle incartapecorita di un cadavere. Eppure la vita era tornata a scorrere nella sue vie e la gente tutta indaffarata pensava solo a rimediare ai guasti subiti. Erano sopravvissuti ai Galli di Brenno, sarebbero sopravvissuti anche ai goti di Alarico! Improvvisamente uno dei soldati in pattuglia fece un cenno con la spada.
-Venite! Ne ho trovato un altro!

Era uno strano cadavere quello di Renato. Innanzitutto si era suicidato con un pugnale, cosa ben strana per un cristiano che viveva in un’epoca di vigliacchi. In secondo luogo era pallido, terribilmente più pallido di come un cadavere sarebbe dovuto essere. Sembrava che fosse rimasto chiuso in una stanza chiusa per molti mesi. Eppure erano passate solo poche ore da quando i goti se ne erano andati via! Spostando il cadavere trovarono inoltre una statuetta in bronzo, rotta in due parti in maniera estremamente precisa, come se fosse stata sottoposta al lavoro di un fabbro molto abile. Si trattava di un vecchio Lare, una divinità protettrice della famiglia. C’erano ancora molti pagani che conservavano alcune di quelle statuette in casa, dimentichi del pericolo di avere a che fare con i demoni venerati dai padri.
Attratto dalle chiacchiere dei sottoposti il tribuno che era a capo della pattuglia giunse correndo e fissò il cadavere rimanendo per un momento a bocca aperta.
-Quello… quello era Renato!
-Era un suo amico, signore?
-Sì… era un grand’uomo! Trattate il suo corpo con riverenza!
-A chi lo portiamo? Ha ancora in vita il padre o la madre?
-No… e non aveva neanche moglie o figli. Era l’ultimo esponente di una antica famiglia…

Giunto nella sua tenda il tribuno prese un foglio di pergamena e redasse un atto per informare il senato della morte di Renato. Intinse la penna nel calamaio, solo che prese una quantità di inchiostro eccessiva, che scivolò lungo il palmo della sua mano e andò a formare una grande macchia nera che coprì tutto quello che aveva scritto, tranne il nome di Renato. Scuotendo la testa il tribuno tracciò una grande riga sopra a quella scritta.
-È finito – penso. Poi stracciò il foglio e se ne andò a dormire.

di Matteo Mazzucchi

disegno di Alessandro Gibogini

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese: Agosto viaggiano nel tempo: ogni racconto ruota intorno a una data specifica da cui gli scrittori si sono lasciati ispirare.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Chiusura del mese con fuoco e fiamme! Molto ben scritto e mi fa fantasticare sulla morale di questa storia… Sembra una favola o una parabola che racconta del desiderio dell’uomo di restare attaccato alle cose di questa terra, ma ne rimane vinto, ci azzarderei anche un vero insegnamento religioso (forse per deformazione professionale), ma ho già osato troppo in questo commento 😉 Complimenti per tutto il mese!!

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