1252, Gli anni vuoti – Eleonora Daniel

«Questo è un locale. E questa è una birra.» ripeteva fra sé e sé Aurelio Foschi. Guardava ogni cosa come se dovesse confermarne l’esistenza, il battesimo ragionato di chi in qualche modo si è perso per strada. Normale sera di un normale 2015.
In quella birreria avevano passato così tanto tempo. Gli venne in mente della sua festa di laurea e della volta in cui Alice s’era poggiata al bancone rovesciando tutti i bicchierini di vetro ed era scappata come una ladra. Ora invece stonava.
«A cosa pensi?»
Non voleva rispondere che i pensieri, abbandonata la loro sede, assumono una consistenza del tutto diversa, si gonfiano e si estendono in profondità fra le labbra di chi parla e le orecchie dell’ascoltatore. Era in quel continuo rovesciarsi d’una cosa dentro l’altra che Aurelio adesso capiva di doversi di nuovo abituare a ciò che lo circondava, il che significava, in quella precisa circostanza, che doveva trovare un modo per superare l’impasse della pagina bianca.
Ma Massimo sapeva, e continuò:
«Hai una moglie che scrive, Dio santo. E tu cosa fai? Le lasci scrivere solo i biglietti d’auguri. Che sono dei bei biglietti d’auguri, per l’amor del cielo, Anna tutti gli anni li mette da parte e li conserva in una scatola apposta. Sono dei biglietti di auguri splendidi, ma non era questo, insomma… lei potrebbe aiutarti a vedere meglio le cose. Non deve continuare il tuo maledetto romanzo al posto tuo, deve solo aiutarti a trovare una via d’uscita.»
Teseo e Arianna. Arianna era stata abbandonata su un’isola: non aveva saputo fare i nodi, ai suoi fili.
«Penso sia ora d’andare a casa.»
Come in un collegamento televisivo, la risposta alla prima domanda era finalmente arrivata. Massimo abbassò le spalle.
«Dovresti pensarci.»
Il viaggio di ritorno, Aurelio lo fece riflettendo sul suo lavoro e su quanto fosse stata stupida l’idea di mettersi a scrivere un romanzo storico. Pensava al suo protagonista che era diventato la leggenda di una città intera solo perché per proteggere le figlie e non andare in guerra s’era fatto cieco, e cieco era rimasto anche quando le figlie erano state prese e portate via. Meditava sull’inutilità di una trama del genere e si sorprendeva d’aver potuto scrivere già così tanto.
Forse avrebbe davvero fatto bene a chiedere a sua moglie. Perché Gea aveva gli occhi neri e ascoltava musica islandese e quando scriveva dipingeva tutti quei dettagli che a lui sfuggivano. Leggerla era come sfogliare un album di famiglia di sconosciuti. Amarla era lo stesso.
Tuttavia, nonostante le migliori intenzioni del caso, quando aprì la porta di casa e sentì il profumo della cena ricadde nel suo mutismo meditabondo. Aprì una bottiglia di vino, si sedette, mugolò qualche complimento alla donna dopo il primo boccone, e poi non aprì bocca.
Lei lo fissava, spostando un po’ la verdura nel piatto, bevendo qualche sorso d’acqua.
«È sempre per quel tuo libro?» provò a chiedere, ma subito si corresse: «Certo, certo che è per il tuo libro. È sempre per il tuo libro. Non dovevo neanche chiederlo.»
«Sì.»
«Sì che non dovevo chiedere o sì che sei sempre allo stesso punto? Perché penso di avere il diritto di non cenare con mio marito come se fossimo in castigo, quando l’unica colpa è tua ed è vivere dietro a un anno che è passato ottocento anni fa.»
«Settecentocinquanta.» la corresse a mezza voce, immediatamente pentito. Ma non è il pentimento, nemmeno il più repentino, a far andare avanti il mondo. Osservò la teiera a forma di casetta inglese sulla mensola alle spalle di lei e poi scese di nuovo sugli occhi di Gea, che aveva ripreso a parlare.
«Certo. Hai ragione. Milleduecentocinquantadue. Mille. Duecento. Cinquanta. Due. Se vuoi lo canto! O lo scrivo? Anzi, guarda, guarda adesso…» indossava un tono di voce che faceva paura, troppo freddo per non irrigidirsi.
«Guarda adesso…» riprese, «uno!» e sollevò il piatto, facendo cadere sulla tovaglia la cena che non aveva sfiorato, «e questo, guarda, due!» e si fermò un istante a pensare prima di indicarsi gli occhi che scintillavano di rabbia in quel gioco da bambini diventato da adulti furenti, «cinque, cinque sono le mie dita» disse mostrandole come gli artigli di una tigre allo zoo, che non riesce ad afferrare nessuna preda, «e due, questo è l’ultimo.» e rimase in silenzio, senza fare più nulla, spostando gli occhi dalle sue mani, ora posate sul tavolo, a quelle del marito. Così si guardano i quadri che custodiscono le angosce del mondo.
Aurelio restò in silenzio, ascoltando il respiro affannoso di lei. Avrebbe voluto gridarle che era pazza, perché sarebbe stata una risposta adeguata. E forse dalla pazzia sarebbero potute nascere anche delle scuse e altrettanto ipoteticamente le sue braccia le avrebbero già circondato la vita e le avrebbe premuto gli indici dietro ai polmoni, prendendo il suo dolore e facendogli da gabbia come si fa con le mani agli uccellini caduti dal nido.
Aveva ragione Massimo.
«Aiutami tu.»
Gea si aspettava tutt’altro. «In che senso?»
«Non lo so. Scrivi. Qualsiasi cosa. Ho bisogno di vedere le cose come le vedresti tu.»

per Eleonora D

A Beirut il mercato non era mai stato tanto grande. Questo lo dicevano tutti, che il mercato di Beirut, in quel 1252, era il mercato più bello e grande che la città avesse mai conosciuto.
Le vie sapevano di cannella e tinte di tessuti, non ce n’era una che si salvasse. Dal primo granello di sabbia sfuggito al mare fino alla piazza del centro, da occidente a oriente, il profumo si mangiava ogni cosa. E per quanto il vento soffiasse come spinto in fuga dalle nubi, e i teli porpora e oro gocciolassero incauti come fantasmi colorati fra le corse dei bambini, e lo scenario fosse davvero uno scenario degno di nota, due erano le cose che uno si portava via dalla città: la cannella e poco altro che anche nei sogni non smetteva di tornare, le grida.
Persino a Beirut, nel più bel mercato che la città avesse mai conosciuto, fra le spezie e le stoffe e i sorrisi delle prostitute, aleggiava perenne un urlo gelido e incolore, qualcosa di gettato giù dalle navi veneziane al momento meno opportuno, o quello che i prigionieri non erano riusciti a cacciar fuori prima che le ginocchia cedessero.
La verità, là come in tutto il resto d’Oriente in quegli anni, è che in guerre come queste, guerre in cui nessuno ti ha spiegato bene come fare a non morire e in cui non si sa ancora risparmiare, per i vinti non c’è altra via di fuga se non la morte. Badate: non si sa ancora risparmiare, non chi risparmiare. Non è questione di scelta.
A onor del vero, da una cinquantina d’anni qualcuno riusciva anche a tornare indietro, come sputato fuori da chissà quali fauci. Forse ai cristiani andavano realmente insegnate la pietà e l’utilità di tenersi vivo un prigioniero. Dapprincipio si erano visti restituiti i più ricchi, in cambio di un riscatto dignitoso, successivamente erano arrivate notizie anche dei poveracci, che lavoravano come schiavi e a volte cambiavano anche Dio, sperando che mutando la lingua con cui ne biascicavano il nome mutasse anche la sua clemenza.
A sentir parlare in continuazione di questa nuova abbondanza, uno s’aspetta che la piazza in precedenza fosse solo un mucchio di polvere che ogni tanto si sollevava per fare spazio a due sbilenche baracche. La situazione non era stata invece così spregevole: più che altro, non c’era alcun vanto. Le vie erano normalissime vie, la salsedine incrostata banale salsedine, le bancarelle comunissime bancarelle circondate da mosche. Niente di eccezionale, insomma. Ma è questo che si chiede alle cose. L’eccezionalità, il motivo valido per restare e rendere gloria.
E la trasformazione era davvero stata notevole, perché, al di là di tutto, tanta gente non era nemmeno tornata e quelli che erano sempre rimasti al sicuro erano ora ricchi dieci volte tanto, mentre alle persone come Isma’il tutti i giorni il sudore scivolava lungo la spina dorsale e la goccia diventava rivolo leggero fra i lombi e poi spariva nelle vesti, e le donne bambine sorridevano, ma dentro, attente agli sguardi dei loro mariti uomini. Asiya invece si svegliava di soprassalto ogni notte, e guardandosi intorno si stupiva di ritrovarsi ancora al posto giusto, fra le pareti note. Si spostava i capelli rimasti incollati al collo e fendeva l’oscurità con gli occhi per accertarsi che il bambino sdraiato accanto a lei continuasse tranquillo i suoi sogni. Gli si distendeva intorno come il guscio intorno ad una perla, una corolla di ossa a proteggere dei piedi tanto piccoli e sporchi di terra. S’adattava al suo respiro e si addormentava di nuovo, sulla paglia che puzzava di uomini non suoi.
Potrebbe essere lecito pensare, dunque, che il cambiamento fosse stato anche tragico, almeno nella misura in cui le cose per alcuni non erano cambiate in meglio, per non dire che non erano cambiate affatto. Eppure, anche qui si diceva che era il prezzo da scontare, ormai, e che c’era già da ringraziare il Signore d’essere sopravvissuti. Un Signore diverso in base alla lingua, ovviamente.
Roma.
Innocenzo IV disse allo scriba che poteva fermarsi e lo scriba si fermò.
L’oro e la porpora tremarono per un lungo secondo. Avevano oscillato al vento di Beirut, la nuova grande Beirut, con il suo mercato e il rumore e il profumo di cannella, ma ora nessun rumore si affacciava alla finestra, né il cielo osava respirare. Tutto taceva immobile.
Poi Innocenzo IV ordinò di rileggere, e lo scriba rilesse.
«Ad extirpanda de medio Populi Christiani…», iniziò, ed Innocenzo IV ascoltò soddisfatto.
Dall’indomani la tortura sarebbe stata legittimo strumento dell’inquisitore. Il pontefice muoveva il dito destro sugli intarsi del suo scranno, seguendo il ritmo delle parole. Intanto, ripeteva fra sé e sé che il demonio con il dolore fisico ha uno strano rapporto, si sa, non rende immune l’eretico, che subito confessa. Subito, o dopo aver perso qualche arto. Dall’indomani, si sarebbero liberati anche di questo.
A Beirut il mercato non era mai stato tanto grande.
Eppure, le guerre non finiscono mai.

Per Eleonora

di Eleonora Daniel

disegni di Daniela Reina Cervera e Matteo Mazzucchi 

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese: Agosto viaggiano nel tempo: ogni racconto ruota intorno a una data specifica da cui gli scrittori si sono lasciati ispirare.

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