1432, Apparizione – Priscilla Buongiorno

Quando nasci in un secolo come quello in cui io vissi t’insegnano a credere a molte cose, ma prima di tutto t’insegnano a credere a Dio Onnipotente, alla Beata Vergine madre Sua e a costruire la vita intera sopra quei principi che la Santa Madre Chiesa si premura d’insegnare. Io, come esponente della mia generazione, non feci eccezione. Nacqui in un paese dimenticato dagli uomini, a essi noto col nome di Caravaggio, non abbastanza vicino alle Alpi per essere un alpigiano, non abbastanza vicino a Milano per essere un cittadino. In questo affaccendato luogo la vita scorreva tranquilla quando mia madre, decisa a liberarsi del fardello per tornare al suo lavoro di cuoca, mi spinse nel mondo e nessuno s’avvide della mia venuta in quel 29 febbraio, tranne la stanca giumenta che mi fece da levatrice e una capra, più interessata a ruminare il sudicio straccio che aveva rubato a un qualche sconosciuto in chissà quale luogo. Era l’anno del Signore 1424, settimo del pontificato di Sua Santità Martino V. Come figlio del lavoro di mia madre crebbi nella sudicia cucina dell’unica locanda in paese, circondato dai fumi unti e maleodoranti che risalivano il piccolo cielo angusto, chiuso da quattro mura strette, su da calderoni più simili a vulcani. Cosi, tra una poppata e l’altra, finché non fui grande abbastanza da masticare cibo più o meno solido. Mia madre era una donna in gamba per il suo secolo, troppo in gamba, senza un marito ma con un figlio, esattamente l’opposto di ciò che ci si aspetterebbe da una donna rispettabile. Nessuno ha mai saputo chi fosse mio padre, nemmeno io, non ha voluto rivelare questo segreto nemmeno in punto di morte e così le fa ora compagnia nella tomba, per farla sentire meno sola. Mamma, il suo segreto e i vermi, quasi abbastanza per fare una festa.

Crescendo imparai a distinguere le erbe, quelle aromatiche da quelle officinali, quelle officinali da quelle velenose, con un labile margine d’incertezza. Mamma guidava i miei occhi su ogni increspatura delle foglie, ogni radice, persone in miniatura con tanti arti bitorzoluti, ogni curva e rotondità di bacche e frutti, i colori del bosco. Forse è per questo che l’hanno presa. Nel mio settimo anno di vita persi mia madre. Fu durante una fresca giornata estiva, io la seguivo nel giardino di casa e degli uomini apparvero sulla soglia, la chiamarono e lessero un documento redatto in lingua, poi la portarono via. Quando tornò a casa era una persona diversa: le avevano rasato il capo e fermata la lingua, gli occhi, prima perle di tenebre vive, ora ciottoli di carbone.

Era passato un anno da quel momento, i capelli erano ricresciuti, ricci e neri come prima, ma mia madre non era tornata. Preso il suo posto come uomo di casa m’incaricai dei mestieri più gravosi e proprio durante una di quelle occupazioni successe l’impossibile: tornavo dal mulino col sacco di farina sulle spalle quando avvertii dentro le orecchie qualcosa di flebile e incantevole. Una voce morbida, soffice e avvolgente che sembrava provenire dal sacco che portavo mi suggeriva un modo per riavere mia madre. E’ possibile che il sole, che batteva sul mio cranio come un martello sull’incudine, è possibile che il peso del mio fagotto, a questo sommato, mi abbia dato allucinazioni, eppure ero sicuro: la farina mi aveva parlato. Come uno zingaro girovagavo tra il grano per metà maturo e il suono delle campane che ormai cantavano al vespro; l’aria accarezzava i miei capelli come quelli dei campi, da un orizzonte all’altro, da un orecchio all’altro, piegandoli morbidamente. Mi lasciai cullare fino al suolo e sdraiato a occhi socchiusi ascoltavo i suoi pensieri, pidocchio sul cuoio capelluto del mondo. Se fossi rimasto lì ancora un po’, magari molto, magari anni, nessuno avrebbe reclamato la mia assenza; nessuno s’interessa di un pidocchio. Allora strinsi gli occhi, più forte che potei, fino a vedere le stelle, barlumi colorati che mi danzavano tra dentro e fuori. Mi alzai e cominciai a correre verso casa, verso una madre senza spirito cui non mancavo, solo per farle sapere che c’ero e che l’avrei avuta indietro.

Nella notte tra giovedì e venerdì m’incamminai, colmo di speranza, con già nelle scarpe le immagini di un lieto ritorno e un lungo abbraccio a cullarmi nel buio, verso i boschi a sud del borgo. Raggiunto l’incrocio che gli alberi formavano a un miglio da casa cominciai ad apparecchiare per bene il mio disperato esperimento: colsi un ramo giovane del grande castagno alle mie spalle e tracciai un simbolo nello scalpo del bosco, poco profondo, ma abbastanza da sollevare, come ferita aperta, lembi di carne alle sue pareti. Versai il sale nei solchi ammirando il mio lavoro, che fosse fatto con cura: lo era. Non potevo, d’altronde, permettermi di sbagliare, e posi il ricciolo corvino spiccato nel sonno dal nido che mia madre portava in testa al centro del mio sterile disegno salmastro. Un minuto dopo volgevo le spalle al castagno e al bosco intero per tornare dalla mia ignara genitrice. La trovai addormentata, nella stessa quieta posizione in cui l’avevo lasciata: stesa sulla schiena, le braccia in una posizione di resa, le mani aperte, vicine al viso, la bocca socchiusa. L’unico segnale di vita il sollevarsi debole del petto. Ripresi il mio posto al suo fianco, la mia testa ai suoi piedi, in un gioco d’incastri più simbolico che mai.

Mi svegliai all’alba, con il canto del gallo, per scoprire di non essere stati il primo a lasciare il sonno: mia madre non era dove mi sarei aspettato di trovarla. Uscito nell’aurora mi sorpresi di vedere i suoi piedi nudi e i suoi polpacci eleganti dondolare da un ramo robusto della nostra quercia. Cantava con un filo di voce una nenia incantevole dal sapore antico e seguiva il sole sorgere con gli occhi, come assoggettato al suo volere, solo per bagnarci della sua prima luce, diradare la nebbia e rivelare la rugiada in un uno spettacolo vergine di riflessi. Mi precipitai nel bosco, verso il grande castagno che custodiva il mio segreto, passo dopo passo m’accorsi che qualcosa non andava, non capivo cosa fosse, ma continuavo a correre. Quando vidi finalmente i rami più bassi del mio traguardo mi svegliai: bussava il chiarore dell’alba sulle imposte dall’unica finestra di casa, il gallo cantava nell’aia, mia madre dormiva supina nella sua posizione di resa, gli occhi stretti e le labbra socchiuse. Dalla finestra che stavo aprendo, le colline mi si presentavano rigogliose, immobili di calma, i seni verdi della terra generosa che ci ospitava. Alle mie spalle mia madre, sempre avvolta nella nuvola di ricci corvini e nel silenzio che li raccoglieva, cominciava la sua giornata vestendosi, semplici panni e calzari, il grembiule sempre immacolato, lavato ogni sera con la cenere e asciugato presso le braci del camino, pronto ogni mattina per una nuova giornata. Una parte di cenere per cinque parti di acqua, bollite per due ore. Lasciava un profumo delicato ma pungente a ogni passo e io sapevo che una giornata nuova si stava schiudendo; quel semplice pezzo quadrato di stoffa lattea dava inizio a tutto. Come ogni giorno le galline vennero sfamate, i panni stesi, il pane cotto, i brevi pasti consumati in silenzio ma non riuscivo a togliermi dalla testa quel sogno… Era davvero stato un sogno? Eppure i miei piedi erano sporchi di terra. Quando l’esile campanile della chiesa suonò le cinque lasciai l’orto e presi la via del bosco. Quel vecchio castagno attirava i miei sensi e non mi dava pace, dovevo sapere, dovevo sapere se il mio rituale aveva avuto qualche effetto. Senza accorgermene cominciai a correre, proprio come nel mio non-sogno, attraverso la vegetazione sempre più fitta. Nel bosco il tramonto arrivava prima, era già quasi buio quando giunsi sul luogo: trovai i segni del mio passaggio, ma qualcosa era cambiato. Le ferite nel terreno erano state come suturate, i solchi erano chiusi, appena s’intuivano i disegni tracciati nella notte e la ciocca di capelli era sparita. Mi sentii così stupido. Improvvisamente il mondo intero mi crollò addosso con la consapevolezza della mia impotenza di fronte a una cosa evidentemente più grande di me. La verità mi colpì come uno schiaffo. Mia madre non sarebbe tornata e non importava quanti stupidi incantesimi avessi provato. Parlare con la farina! Ma che credevo! Stregoneria se non pazzia! In uno slancio di rabbia mi avventai su un bastone e cominciai a colpire il terreno proprio dove avevo disegnato i simboli per il rituale. Volevo distruggere tutto, cancellare le prove della mia stupidità, distruggere il bosco intero, distruggere e basta. Cancellare quell’ultimo anno. Cancellarmi.

E poi qualcuno mi toccò.
Ciò che vidi quando mi girai, ancora in preda alla collera, fu una ragazza, la carnagione scura, gli occhi più dolci che avessi mai visto, due laghi di zucchero fuso, incastonati in un viso perfetto nel suo essere comune. Un viso che conoscevo, visto un milione di volte, disegnato in un milione di icone. La minuta proprietaria di quelle caramelle vestiva di un manto viola, così consumato e sbiadito dal tempo che poteva essere stato di un tono qualunque di blu, alquanto fuori moda, legato in vita da una corda, che segnava la sua elegantissima figura in due porzioni, un velo fatto di luce candida a incorniciarle il volto.
«Ti chiedo scusa, mio piccolo amico, é questa la strada per Caravaggio? Devo incontrare Giannetta ma credo d’essermi perduta in questo bosco…L’ultima cosa che ricordo è questo grande castagno.»
Una forestiera, dunque. Si spiega. Nulla a che vedere con le nostre giovani contadine.
«Sissignora. Dritto per due miglia verso ovest, vi basterà seguire il sole.»
«Grazie, sei buono. Il mio nome è Maria. Piacere di conoscerti, Giovanni.»

Sulla via del ritorno, dopo quell’incontro bizzarro, mi sentii come sollevato. Una sensazione di pace mi pervadeva e mi muoveva fuori dal bosco, verso casa. Quando arrivai in vista della quercia il sole stava lasciando questo mondo, lo spiava appena per un ultimo saluto e la valle bruciava sotto il suo sguardo. Dalla finestra di casa direttamente ai miei sensi arrivò un profumo delizioso di zuppa e un canto vivace. Mi trovai a sbirciare dalla finestra, i miei occhi come i raggi del sole all’orizzonte: mia madre mescolava la zuppa con un grande cucchiaio di legno, cantandole dolcemente, era il suo ingrediente segreto. Quando si accorse di me, aprì il suo grande sorriso invitandomi in casa per la cena. Seppi così che era tornata.

Per Pri

di Priscilla Buongiorno

disegno di Noemi Oliva

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese: Agosto viaggiano nel tempo: ogni racconto ruota intorno a una data specifica da cui gli scrittori si sono lasciati ispirare.

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Credo che nei prossimi pellegrinaggi al santuario di Caravaggio racconterò questa storia a chi verrà con me, merita davvero! E conoscendo i luoghi dove si svolge aumenta il trasporto e l’affetto per i personaggi 🙂

    Mi piace

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