7200, Il Veltro Ucciso – Davide Paone

SPLANF! E poi, una luce.

‹‹Benvenuto›› una voce che veniva da dietro la luce ‹‹abitante del futuro! Benvenuto››

‹‹Oh… Cosa? Sì, grazie, sono [pausa] felice di essere, [pausa] di essere qui›› un’entrata tutt’altro che spettacolare. Ma come diamine sapevano che venissi dal futuro? Che noi potessimo viaggiare nel tempo?

‹‹Sono giunto›› tentai di riavvolgere la lenza della mia superiorità ‹‹qui››, e avrei continuato mirando a catturare quelle che a ben vedere erano solo quattro persone vestite in modo stranamente buffo, ma una di loro ‹‹nel 7200›› disse. Al che rimasi interdetto – come potete immaginare – poiché a quanto pare non mi trovavo nel 1200 – come credevo – ma un pezzo dopo. Così rimasi muto, con la bocca spalancata a mo’ di pesce.

Dopo avermi fatto riprendere le forze davanti a un buon pasto, servito su degli strani piatti di materiale duro e leggermente concavi, iniziai a dialogare di buon grado con i miei ospiti.

‹‹Avevo programmato›› mi sembrò il caso di riassumere l’accidentalità dei mio viaggio nel futuro ‹‹di viaggiare nel 1200, invece mi ritrovo nel futuro›› i loro sguardi cominciarono a corrucciarsi ‹‹devo aver sbagliato qualcosa nella programmazione della macchina››. Al che uno di loro ‹‹Ma come, non vieni dal futuro? Quindi davvero… anche voi del passato siete capaci di viaggiare nel tempo?›› disse stupito, scambiando uno sguardo di sbieco ai suoi contemporanei; io mi affrettai a metterlo al corrente dell’eccezionalità del mio viaggio. ‹‹Vengo dal lontano 2015. E no, non siamo capaci di viaggiare nel tempo!››. E consumato il pranzo acconsentirono alla mia richiesta di conoscere quel loro strano mondo, anzi furono quasi ansiosi di condurmi a spasso e farmi vedere (così credevo) le meraviglie del loro mondo. Dipartimmo dai due più giovani: credo lavorassero in una di quelle agenzie turistiche che organizzano viaggi estremi per clienti annoiati, perché ci lasciarono parlando di un deserto e un viaggio da organizzare.

I due più anziani mi condussero in un edificio alto e rettangolare sopra cui si stagliavano otto misteriosi segni pressappoco simili a questi V-E-S-T-I-R-S-I, e mentre mi interrogavo sulla strana lingua del futuro, entrammo in una stanza dove mi fu messa tra le mani una scatola di uno strano materiale ruvido e semi-rigido, vagamente marrone e piacevole al tatto. ‹‹Può cambiarsi i vestiti dietro quella tenda, le vecchie stoffe non reggono bene i viaggi nel tempo›› ed effettivamente la mia camicia era sgualcita e i pantaloni logori di strappi; anche le scarpe si erano sbrindellate e sembravano più delle ciabatte.

Usciti all’aperto mi accorsi all’istante, gettando un occhio al cielo, della sua stranezza: riempito tutto di strani rigonfiamenti di forma morbida che ingannavano la vista ipnotizzandomi e rapendo la mia attenzione, tanto che mi dimenticai di guardare dove stavo camminando. ‹‹Domani cadrà›› aveva cominciato a dire uno dei miei due sodali, che io mi feci come chi, non accortosi di un dislivello, perde il passo, e piovvi sull’asfalto. Al dolore della rovinosa caduta risposi con una sonora risata e ‹‹con tutte queste fantastiche stranezze›› sbottai ‹‹tenete ancora l’asfalto per terra!››, e risero di gusto anche le mie guide che mi rimisero in piedi assicurandosi della mia salute fin troppo premurosamente.

Non mi ero ancora messo in piedi che dinnanzi a me un’ombra scura e azzurrata si stagliò imponente. Un enorme uomo immobile mi fissava dall’alto, stava in una posa leggera benché dovesse pesare più di tutti i grattacieli del mondo e la sua chioma era morbida nonostante fosse fatta della stessa durezza del terreno che avevo testé sperimentato. Aveva al fianco tra le mani un tronco degno d’esser pagaia stigia di Flegias e gli occhi grigi, bracieri incandescenti. Solo un drappo copriva parte del suo corpo e la gamba delicata piegava sul cadavere di un mastodontico leone e lo teneva inchiodato al suolo.

Vedendomi così intimorito (il bestione aveva il capo reclinato e fissava giù proprio verso me) l’un dei due mi tentò timidamente e disse ‹‹Quello è il Giovanni Ambrogio›› un po’ guardava me un po’ il gigante ‹‹che uccise il leone liberando la terra dalla foga cieca della fiera,›› poi si volse verso l’altro come a cercare la sua complicità ‹‹ora il suo è… un governo, giusto››, e già avevano ripreso a camminare. Spaurendo all’ombra del gigante mi voltai a riguardarlo e riflettevo intanto sullo strano senso oscuro di quelle parole. Volli chiedere allora maggiori spiegazioni. Ma ora è bene che mi scusi per la noia che al lettore possa provocare questo mio insistente ripetere di cose che furono strane nel futuro: lo sbigottimento un poco, e un po’ la mancanza dei pensieri e le parole adeguate a descrivere quel mondo inaspettato mi portano, ahimè, spesso a ripetermi e mio malgrado ad apparire più noioso di quanto non sia. Come altro potrei definire gli imponenti cumuli di terra che si staglieranno all’orizzonte oltre i confini a nord della città, con la cima ghiacciata di bianco che perforerà il cielo; quei prodigi di tecnologia che sfrecceranno luminosi micro-mondi nel buio e dormiranno come mostri giganti fermi, acquistano senso solo nel divorare il nulla che hanno davanti; i modi infiniti con cui le persone inventano ad arte come portare i capelli sul capo (il colore, la forma, gli accessori), simbolo certo di un’intelligenza superiore; le stesse persone tutte diverse ma che avranno, per esempio, tutte l’ombelico, e basterà affinché tutte si vedano uguali. Come altro parlare di queste strabilianti stranezze se non in questi termini? E ancora tante, tante altre cose che una vita non basterebbe. E di quando in quando ancora quel rumore circolare, quando chiudevo gli occhi, mi faceva pensare a una coccinella zampettare sulla schiena tentando invano di raddrizzarsi per far vedere al mondo fiera il suo manto fiammante, riuscire solo ad apparir patetica in quello sforzo inutile.

Al termine di questa giornata fantastica si appressava sempre più il momento della mia dipartita da quel futuro. Diretti verso la periferia della città i miei ciceroni mi condussero a una porta sulle antiche mura, e sotto di essa ‹‹Ecco,›› iniziò uno ‹‹praticamente hai visto come sarà il futuro››, e l’altro ‹‹Tu non lo vivrai ma certo contribuirai a costruirlo, con dedizione e sacrificio››. Mi dissero che camminando sempre dritto, lasciandomi la porta alle spalle, sarei tornato al mio tempo, ‹‹dirti come non lo capiresti››. Io risposi: ‹‹Capisco!››, e mi incamminai dopo aver abbracciato un’ultima volta i miei compagni.

Non ho idea di quanta strada avessi percorso quando ‹‹Se vai ancora un po’ ci cadi giù›› udii allato dei miei passi. Seduto sul bordo di un pozzo un ragazzetto ciondolava le gambe. ‹‹Che?›› risposi io senza intendere. ‹‹L’abbiamo riscoperta piatta, la terra; magari un ciccione ci si è seduto su. A me piacerebbe raccontarla così, un giorno. Sei del 2015, giusto? Sono bravo in storia, c’avete i computer e i satelliti, e la gente muore di fame. Poi, che ne sai, per tutta l’acqua che avevate magari è morta idropisica la terra e adesso abbiamo solo un cadavere steso qui sotto›› picchiò un piede sul pozzo. Ciondolando gli ultimi passi per avvicinarmi sull’immagine della terra che si sgonfia al suono che fa un palloncino quando spernacchia, cominciai: ‹‹Tu sai dov’è la porta per tornare al mio tempo?›› ma subito mi aggrottai ‹‹Ma come sai che vengo dal 2015? Chi sei tu?››. Mi disse che dalla città lo avevano avvertito del mio arrivo (mi fece i nomi dei due più giovani che mi avevano accolto), al ché fui sollevato: probabilmente il pozzo era il modo per tornare indietro. Ma ripensai alle parole delle mie guide: avrei potuto ben capire di dover entrare dentro un pozzo per tornare a casa, invece erano state più criptiche, dicendomi solamente “Devi camminare di là!”. Pensai un istante. Forse la strada che si allontanava dalla porta ripercorreva all’indietro le epoche: a ogni passo scorrevano alle mie spalle e il futuro si faceva ricordo. E talmente assorto in questo pensiero, al ragazzetto che mi guardava chiesi: ‹‹Ma scusa, ma in che anno siamo?››. E quello fu molto sorpreso, tanto che ‹‹Ma come,›› rispose ‹‹è un pezzo che stiamo nel 7200!››.

‹‹Eh?!››

‹‹Non ti hanno raccontato nulla?››

‹‹Di che? Che stai dicendo?››

‹‹Va bene, ci penso io. Ma facciamo in fretta che non c’è molto tempo››

(Il racconto che segue non ha utilità ai fini della storia, se non avete tempo, passate al paragrafo successivo senza troppi convenevoli.)

‹‹Devi sapere che nel 3000 il tempo fu affidato all’ultimo leone esistente, reso immortale appositamente per questo compito. Era un leone enorme, fiero, aggressivo e molto saggio, che amministrò lo scorrere degli anni impeccabilmente. 130 anni fa Giovanni Ambrogio colse di sorpresa la bestia e la uccise per impadronirsi del potere sul tempo e di conseguenza del governo sul mondo. La profezia vuole che il capro giunga dal passato remoto del tempo, quello stesso che è fermo da decenni, e che la morte ne riscatti la libertà.›› ‹‹Che sia un ragazzo a compiere il sacrificio›› aggiunse poi.

Capì solo quand’era troppo tardi che le mie guide laggiù in città avevano agito in buona fede; che Giovanni Ambrogio era uno di quegli uomini che, se tu stai per cadere in un burrone, si mette a posto i capelli e si riallaccia i bottoni della camicia prima di allungarti una mano; che essermi lasciato convincere a gettarmi in un pozzo aveva solo condannato il futuro; poteva essere vera o meno la profezia, come potevamo essere grandi o meno noi tutti, a patto che ci dicessimo quelle cose, che non avessimo paura del tempo, che non fosse stato un sotterfugio a portarmi sul patibolo. Quanto grandi potevamo essere in cinque, in tre, o io da solo!

‹‹Giovanni Ambrogio è il gigante di prima!››

Perché a dircele quelle cose magari lui non avrebbe potuto farci nulla.

‹‹Mmh…››

‹‹E io dovrei finire in fondo al pozzo?››

‹‹Mmh…››

‹‹E cosa mi impedisce di ucciderti e salvarmi la vita?››

‹‹Oh… io… io non posso morire, io. E poi che varrebbe? Sei solo in mezzo a un deserto e in città ti lincerebbero comunque››

‹‹Mmh…››

Fu convincente in effetti. Mentre ci avvicinavamo al pozzo mi rivolse ancora la parola: ‹‹Toglimi una curiosità: perché non sei ritornato a casa con la macchina del tempo?››. Effettivamente era una bella domanda. ‹‹Non ci ho pensato, in realtà››; preso com’ero da tutte queste stranezze mica mi è passato per la testa che vagare alla cieca nel deserto forse non è il modo migliore per tornare a casa. ‹‹Tant’è,›› dissi ‹‹ormai è andata, no?››.

‹‹Mmh…››

Non vi sembri il mio un gesto eroico. Non è rassegnazione. O forse sì. Ma non avevo scelta, d’altro canto. Il linciaggio gratuito per non aver portato a termine la profezia – certo che avrebbero potuto dirmelo prima – non avrebbe cambiato nulla per me. Forse è stato un bene non saperlo prima, nei loro panni… era la cosa giusta da fare. A scapito di quello che avremmo potuto essere, certo. Ma vai a sapere come vanno queste cose, poi. Hai un’occasione così, inaspettata, di fare qualcosa di grande per il mondo, e invece il mondo pensa solo a sé, e non ti dice niente.

Mi indirizzai verso il pozzo in silenzio e mi misi a cavalcioni di fianco a lui. ‹‹Posso farti una domanda, prima?››, annuì. ‹‹Tu chi sei? Vorrei saperlo, così, per portarmi giù qualcos’altro di questo tempo››.

‹‹Giovanni Ambrogio››

‹‹Certo, lo siamo un po’ tutti›› mi spinse giù, ma feci in tempo ancora a sgranare gli occhi esterrefatto. Quanto sembrava grande lassù, mentre precipitavo.

Davide  - Il veltro ucciso

di Davide Paone

disegno di Valeria Desa

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese: Agosto viaggiano nel tempo: ogni racconto ruota intorno a una data specifica da cui gli scrittori si sono lasciati ispirare.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. vagoneidiota ha detto:

    Bellissimo.
    No Tenshun – Soul Music

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  2. Emanuele ha detto:

    Una bella storia e con una favella d’altri tempi: si parla di futuro come si parlava nel passato… Non è forse uno dei paradossi temporali più affascinanti?? =)

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