Un ricordo tutto per sé – Lucia di Giovanni & Martina Ciaramidaro

“Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo.”

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

C’è stato un tempo in cui alcune cose erano manifeste anche a noi, nel mondo di quelli che camminano sapevamo che l’universo è più antico di quanto la nostra memoria ci permetta di immaginare. Alcune cose erano antiche quando tutto il resto era in formazione, ci sono forze dominate da principi che la ragione, per come è stata creata dagli uomini, non può comprendere. Questa e tante altre cose le abbiamo dimenticate e pensiamo che non siano reali. Questo diario è il racconto di qualcuno che prova a ricordare.

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21 novembre 2014

Dove sei zia Ruth? Non si sparisce così. Neanche una tazza fuori posto in casa, non un indizio nella mia mente quando ripercorro gli ultimi giorni prima che scomparissi. Dove sei?

22 novembre 2014

Mi ha detto di scrivere qualcosa una volta al giorno e lo faccio, non per obbedienza, ma per prendermi il giusto tempo per pensare a te, come una preghiera. Sento che ha un gran valore, pregare, fermare il corpo, raccogliere la propria attenzione e dare forma a un pensiero che vada a congiungersi col mondo – che io lo chiamo mondo ma che poi sarebbe Dio. Ma chi si mette più in ginocchio con le mani giunte davanti a una finestra o di fianco al letto? Nessuno, perché il massimo della spiritualità che può raggiungere è veder fluttuare davanti a sé la faccia del prete che recita la messa, lui con le piccole e grandi beghe quotidiane del mondo non c’entra niente. Allora questa è la mia preghiera, mi siedo al tavolo dopo aver chiuso la porta e acceso una piccola lucina, apro il mio quaderno, il mio diario, prendo dal cassetto la penna coi fiori e scrivo. Faccio contenta la psicologa, ho una buona scusa per non farmi disturbare per un po’ dai miei e sono libera di pensare alla mia cara carissima zia. Posso pensarla senza che mi sia richiesto di far mostra delle mie emozioni, senza che nessuno si aspetti lacrime sul mio viso o una dura espressione che celi un tormento interiore; mia zia la penso come voglio, posso anche pensarla ridendo o dormendo senza che questo sia giusto o sbagliato.

Dove sei zia Ruth? Oggi sei sparita da due mesi.

23 novembre 2014

Dove sei? Oggi avrei bisogno di te. Alexander mi ha baciata stamattina, prima di entrare a scuola. Un bacio appeso tra il chiacchiericcio, prima di voltarsi verso la sua classe. È stato tenero nello sfiorarsi delle labbra e coraggioso e carico di tensione nella presa sul braccio. Stasera usciremo io e lui, l’ho desiderato tanto e infatti sono contenta.

24 novembre 2014

Oggi la psicologa mi ha dato un compito che mi ha gettato nel panico. Vai a casa di tua zia stai un po’ con le sue cose, sbircia, gioca e prendi l’oggetto con cui puoi portartela dietro e lasciarla andare. Vuole aiutarmi a capire che forse non tornerai mai più, e se poi tu non tornassi più davvero? Lei avrebbe ragione io andrò avanti senza di te, senza patetismo. Papà dice che probabilmente sei morta in un modo stupido e i poliziotti che non ti trovano sono ancora più stupidi della tua morte, lui dice che nella morte non c’è nessuna retorica e lui non vuole fingere che ci sia. Io non sono infastidita dalle cose che dice, non penso niente, solo che mi manchi.

25 novembre 2014

Alexander dice che sa cosa vuole nella vita, dice che vuole me. È talentuoso in tutto e ha fiducia in se stesso, lo ammiro per questo. Vorrei imparare a conoscerlo, credo quindi si possa dire che ne sono innamorata. Ostenta un corpo allenato, una mente sveglia, uno sguardo fiero; di tanto in tanto mi passa una mano tra i capelli con un sorriso sghembo, affettuoso e protettivo, forse un po’ accondiscendente o forse solo sovrappensiero. Mi chiedo se ti piacerebbe, mi chiedo se gli piaceresti, mi aspettavo mi offrisse di accompagnarmi a casa tua domani. Meglio così, non voglio che conosca il tuo fantasma, l’ombra della tua assenza, e poi è una cosa che devo fare da sola. Dice che tornerai, che probabilmente vuoi solo stare per i fatti tuoi. La polizia dice che non c’è niente da fare, aspettare.

26 novembre 2014

Dove sei? Non a casa tua, dove invece del bubbolio del caffè nella moka mi ha accolta l’eco dei miagolii di Morgana. Mi ha tenuto compagnia tutto il pomeriggio facendo le fusa, seguiva i miei passi, stava seduta sulle zampe anteriori a osservarmi mentre guardavo nei tuoi cassetti, nei tuoi armadi, nella tua vita, e abbiamo dormito un po’ assieme, appallottolate sul letto.

Ho preso un medaglione.

27 novembre 2014

Tengo il medaglione sotto la maglietta, al riparo dal mondo e a contatto con la mia pelle, col mio sangue. Ogni tanto vado in bagno, lo apro e mi guardo nello specchietto che contiene, vedo il mio labbro, la guancia, l’occhio come il ghiaccio, mi guardo come se lo specchio potesse vedermi. Perché ho preso proprio questo oggetto? Non te l’ho mai visto addosso, ne intuivo la presenza di sfuggita quando venivi in punta di piedi a mettermi una copertina perché mi ero appisolata e poi mi svegliavi cantando nell’altra stanza, commentando ad alta voce la tua lettura, come se ogni stanza fosse un mondo isolato e varcarne la porta era viaggiare nello spaziotempo.

Ho capito che avrei preso il medaglione appena l’ho toccato, in un attimo la mia anima si è estesa a tutta la stanza, tutta la casa e ho sentito che potevo fare qualunque cosa. È stato un attimo ma riportarlo alla mente è come viverlo ancora, e so – in una maniera che non posso spiegare – che se volessi sarei capace di controllare la mia estensione, la mia influenza sugli oggetti, sulle anime e su me stessa.

Questo medaglione mi parla di te, ed è come se tu mi parlassi attraverso di lui.

14 dicembre 2014

Per alcuni giorni ho fissato il quaderno in silenzio, altri giorni ho scritto di quanto Alexander sia il principe azzurro, ma poi ho strappato le pagine. Poi ci sono stati dei giorni strani, al mare con lui, suo fratello, i suoi amici; mi ha portata lì per distrarmi, per non farmi deprimere, ha detto. Ho parlato poco, sorriso tanto e non sento più le spalle da quanto tempo c’è stato appoggiato il suo braccio. Inizio a pensare abbia ragione quando dice che non dovrei più andare dalla psicologa, non sei in grado con la tua ragione di capire che non puoi farci niente se tua zia non c’è più? Che la tua vita non dipende da lei, che hai me, io ci sono e non andrò via? Prendi in mano la tua vita, butta via quello stupido diario, che ti serve solo a essere più depressa e solitaria. Ha fatto male, ma forse si trasformerà in bene, lo schiaffo di cui avevo bisogno. Forse non sono forte come lui crede, ho avuto bisogno di pensarti guardandomi nello specchietto del medaglione, l’ho fatto di nascosto, accarezzandone il bordo con il dito, aprendolo piano e fermandomi a sentire un’energia nuova attraversare il mio corpo.

L’anno prossimo andrò a Londra a studiare, Alexander si iscriverà a medicina e io anche, forse. Sono sicura che sarà un buon medico, affidabile e responsabile, ma anche gentile e affettuoso, non ho dubbi che farà carriera, dice che ci riuscirà solo se starò al suo fianco e io non vorrei stare da nessun’altra parte. Saremo felici a Londra, lo sento. Alexander dice che dovrei studiare arte, non abbandonare la passione per il disegno; oggi mi ha detto che si immagina sempre il suo studio da medico, i mobili di legno, una grande scrivania e alle pareti i miei piccoli quadri, piccole porte per piccoli mondi di tempera. Quanto sarebbe bello!

In effetti ha ragione, non andrò più dalla psicologa, ormai sono felice, non ho bisogno di aiuto, ho capito che tu non tornerai e l’ho accettato. Lui mi accarezza la testa, dice che è felice e tutto passa, è tutto a posto.

Mi manchi zia Ruth.

15 dicembre 2014

Oggi è il mio compleanno e nel medaglione mi è sembrato di vedere il tuo volto, forse è stata un’allucinazione, vorrei tanto festeggiare con te. Ma che strana allucinazione è stata, avevi una veste lunga e dismessa, un’aria tanto triste e i capelli raccolti, come non te li ho visti mai.

21 marzo 2015

Riprendo oggi questo diario per completare una traccia lasciata a metà di un periodo della mia vita e conservarla, perché sia la memoria fisica di quello che era prima che acquisissi consapevolezza di tutto quello che posso fare, della magia che scorre nelle mie vene.

Alexander ha continuato per la sua strada senza che io vi rimanessi intrappolata, non ho potuto spiegare al suo pragmatismo che la relazione più vera e fortunata della mia vita è stata quella con questo diario. Il medaglione è ancora al mio collo e quando sarà il momento lo passerò al collo della bambina che un giorno avrò, un oggetto che viene da lontano, ereditato, che mostra il riflesso di un ricordo, svela l’inganno dell’occhio che vede, ma non guarda.

Se mai un giorno occhi diversi dai miei si poseranno su queste parole vorrei augurar loro che ricordino tutto quello che una volta ognuno di noi sapeva, quello che il mio sangue non ha dimenticato e che è reale, più reale di quanto riusciamo a immaginare.

Un ricordo tutto per sè

Molto tempo prima

Come una docile brezza estiva sentivo il calore delle tue dita attraversarmi la pelle e poi il petto. Il cuore sussultava e tu parevi accorgertene. Ma sussurrando mi dicevi soltanto: «non chiudere gli occhi, guardami». Ed io obbedivo.

Non appena i miei occhi si schiusero, come si schiudono le rose del nostro giardino, il mio sguardo cadde sulle tue labbra. Sentii quasi il tonfo sordo di quella caduta e il desiderio graffiante di possederle ed essere la sposa di quelle labbra sottili, alzai lo sguardo e volevo essere la sposa di quelle guance, di quel naso diritto, di quelle sopracciglia arcuate. Non appena i miei occhi incontrarono le tue iridi ero la sposa della tua anima.

«Mi ami?»

«Sei l’unica cosa in grado di rendermi forte, Anne.»

Chiusi gli occhi ancora e sorrisi. Quando li riaprii vidi la tua schiena allontanarsi, la redingote svolazzare. La porta del tuo atelier si aprì e si richiuse. Ero sola. Mi rigirai il medaglione che avevo al collo tra le dita, nell’attesa.

18 agosto 1817

Carissima Cassandra, so che non risponderai alle mie lettere. E come potresti? Nostra madre le strapperà sicuramente al loro arrivo, senza nemmeno aprirle. È ancora molto arrabbiata con me? Mi strugge sapere che le mie parole non arriveranno al destinatario e non torneranno nemmeno al mittente. Non appena inchiostrate su questa carta diventano tue, non fanno più parte di me, così se non le leggerai andranno a far parte di un luogo che non esiste. Fluttuanti in una loro dimensione, chissà se riesci ancora a sentire i miei pensieri.

Cassandra, mi mancano i balli, le ore passate ad acconciarci i capelli, le lunghe passeggiate per la tenuta, a braccetto sotto la pioggia di novembre. Senti ancora il profumo delle tempeste? Ne avevi così paura da bambina, finché nostra madre non ti insegnò a dominarle. In un attimo i tuoni, i fulmini, le nuvole facevano spazio al più splendido sole. E le paure della signora Stewart riguardo al tempo impazzito facevano nascere in te le più grosse risate. In nostra madre la paura. La capisco adesso, sai? È difficile nascondersi, lo è anche comprendere quanto può essere complesso per un mortale accettare la nostra natura. Essa va al di là di ogni logica razionale e la loro mente è così quadrata, capisci? Gli uomini non accettano di non sapersi spiegare qualcosa. Non appena colgono un fenomeno che non comprendono cominciano subito ad averne timore, a esorcizzarlo. È così anche Arthur, sai? Temo il giorno in cui gli rivelerò che cosa sono. O forse quel giorno non arriverà mai. Credo in lui, credo nella sua capacità di comprensione, è un uomo ragionevole. Ma com’è altrettanto ragionevole è anche tremendamente razionale, tratta anche l’arte come qualcosa di logico e razionale, ed è questo che mi fa paura. In ogni caso, spero che un giorno riusciremo ad abbracciarci di nuovo, allora dimenticherò ogni mia angoscia. Ti saluta, a suo modo, Morgana.

Sempre tua, Anne

La luce flebile di un timido sole mattutino irrompeva dalla finestra semichiusa. E i tuoi occhi erano lì, a rifletterla tutta, a catturarla nella sua leggera consistenza e a renderla densa, sentivo che avrei potuto accarezzarla. Ti osservavo mischiare i colori sulla tavolozza, selezionare i pigmenti che più ti aggradavano. «Ti insegnerò come fare», mi dicesti un giorno, ma io non avrei saputo proprio da dove cominciare. Eppure tu lo facevi con tanta naturalezza da farlo sembrare così semplice, quei gesti che parevano automatici ad un occhio attento rivelavano straordinaria cura e precisione. Ai miei occhi esibivano anche l’amore verso il creare e talvolta, quando l’oggetto del dipinto diventavo io, anche l’amore verso di me.

«Stai ferma, voglio copiare la linea della tua spalla», ti avvicinasti lentamente ed io a quell’ordine rimasi immobile. Mi scostasti una ciocca di capelli dal collo e con le dita, tocco leggero come avessi paura che potessi farmi male, mi alzasti un poco il mento. E rimasi così, immobile, con ancora la fiamma bruciante, l’impronta delle tue dita sulla pelle.

«Non sarai sempre così bella, la bellezza sfiorisce, un giorno non potrò più copiare questa linea perfetta», disse, mordicchiando l’estremità di una matita. Mi sorrise, ma quella sua frase ferì il mio orgoglio. Rimasi qualche minuto in silenzio.

«Quando la mia bellezza sfiorirà rimarrà sempre il nostro affetto», sussurrai.

«Sì, ma quello non posso ritrarlo. Capisci?» Sorrisi.

Dopo qualche ora, poggiò matite e pennelli sul tavolo e mi osservò. Si avvicinò e si inginocchiò di fronte a me, fissando il suo sguardo dritto sul mio. Dritto nel mio. Lo sentivo dentro, dentro me stessa come fosse sempre appartenuto al mio cuore, da prima che nascessi.

«I tuoi occhi, non sai quanto io ami i tuoi occhi», mi disse.

«E le mie labbra?»

«Anche le tue labbra, ma di più quei tuoi occhi chiari.»

«E le mie mani?»

«Amo anche le tue piccole mani, ma in quei tuoi occhi trovo ogni giorno quello che cerco.» Il suo sguardo vagava al di là di me stessa. Osservava qualcosa che solo lui riusciva a vedere.

«E cosa cerchi?»

Non mi rispose, invece si alzò e uscì dall’atelier. Mi chiesi se avrebbe amato, come i miei occhi, la vita che portavo in grembo.

Morgana, la mia vecchia gatta, salì sulle mie ginocchia e strofinò il suo musino sul mio grembo. Le accarezzai la testa, anche lei sapeva.

5 luglio 1817

Carissima Cassandra, ti scrivo senza aver mai avuto tua risposta. Sono riuscita ad avere una piccola visione oggi. Ho visto nostra madre, nella sua vestaglia azzurra, gettare una mia lettera sigillata nel camino. Ma poi l’immagine è svanita nel giro di qualche secondo. Mi sentivo debole oggi.

Sorellina, voglio raccontarti come sto, perché penso che se non lo facessi con te non lo farei con nessun altro. (Il nostro camino mi ascolta.) Tu non hai mai giudicato l’essere mortale di Arthur e te ne sono grata. Dovresti conoscerlo, è quanto di più perfetto io potessi aspettarmi da un uomo. La sua persona fisica non è importante, eppure lo trovo talmente bello da sorridere mentre ne scrivo. Quelle sue iridi mi sorprendono nel mezzo nella notte anche nei miei sogni, come a ricordarmi che è sempre con me, anche quando il buio ci avvolge. È fermo nelle decisioni, saldo nelle sue passioni, semplice e razionale quando disegna. Talvolta penso sia troppo razionale, ma comprendo dalla serietà nel suo sguardo che il suo cuore è pieno di passione. Arthur è un uomo buono, si prende cura di me nella nostra piccola dimora. Ogni giorno, quando torna dalla città, si ferma sempre qualche attimo a guardarmi. Non so spiegarti che cosa ci sia di speciale in quei momenti; i suoi occhi che si tuffano nei miei e tutto si fa silenzio per noi.

Vorrei raccontarti tutto di lui, di fronte ad una tazza di tè fumante, nelle nostre pause tra una lezione e l’altra. Ricordo quanto fosse intransigente nostro padre, ci ripeteva sempre che non ci concentravamo abbastanza e talvolta una tenda prendeva fuoco per rabbia, altre volte ci capitava di allagare qualche stanza. Voleva insegnarci innanzitutto a dominare gli elementi, ma forse ciò che più ci ha insegnato è stato il rispetto per il segreto, la paura di essere rivelate, accentuata ancor di più dai timori di nostra madre. «Sei una strega Anne, vorrei che lo ricordassi a te stessa. Pensi davvero che Arthur ti amerebbe se sapesse?» Le sue parole echeggiano ancora nella mia testa dopo anni. Talvolta mi capita di chiamarla per nome, Elinor, solo per accertarmi di provare ancora affetto per lei e non solo rabbia e malinconia. Sono convita che Arthur, prima o poi, risanerà le mie ferite.

Sempre tua, Anne

«Resterò in città per qualche settimana, due al massimo.»

«Arthur, caro, è stasera?»

«Sì, parto stasera. La carrozza mi attenderà all’ingresso alle otto in punto.»

Il mio sguardo dovette risultare mesto, ancor di più: vacuo. Non lo osservavo, dentro di me già si dipingeva la mancanza. La sua partenza necessaria costituiva un dolore necessario. Sarebbe rimasta Morgana con me, e avrei apprezzato immensamente la sua compagnia.

La sera passò e così la notte e così tre settimane. Del suo ritorno ne desideravo ogni istante. Il momento in cui sarebbe apparso al cancello, che cosa mi avrebbe detto, che cosa avrebbe fatto… Chiudevo gli occhi per imprimere sulle mie palpebre, come una tela, la sua immagine. Riaprendo gli occhi vidi il nostro roseto alla finestra, mi sedetti innanzi ad essa.

Con quanta velocità i petali di una rosa cadono al suolo? Mi chiedevo. È sorprendente, un attimo prima sono legati indissolubilmente al calice, assieme ad altri petali, e poi improvvisamente volano al suolo. Quando tornerà a casa? E se non tornasse affatto? Quel pensiero mi colpì come una freccia nel cuore. «Non sarai sempre così bella, la bellezza sfiorisce, un giorno non potrò più copiare questa linea perfetta». Non vorrei mai che pensasse a me come ad una rosa che perde i petali. Oh, Arthur, torna a casa, dove ti attende la tua sposa.

Che sciocca sono a passare il mio tempo di fronte a questa finestra, ad osservare le rose, con la paura che quando anche l’ultimo petalo dell’ultima rosa si staccherà voi non tornerete più da me. Credevo di impazzire. Sentivo premere agli occhi come se dietro le mie palpebre ci fossero tante piccole manine pronte ad aprirli e a versare lacrime amare sul mio volto. Ed esse apparvero come se le avessi chiamate io stessa. Mi bastò pensarlo e mi trovai di fronte alle mie rose. La pioggia dissetava loro per prosciugare me. Chissà se Arthur avrebbe distinto sul mio viso pioggia e lacrime.

Caddi in ginocchio di fronte al roseto e chiudendo gli occhi iniziai a strappare tutto. Ogni rosa di quel cespuglio doveva essere sradicata, avrebbe forse impedito il mio dolore? Le mani, piccole e dolci le aveva definite, le mie mani insanguinate da quelle spine crudeli strappavano con ira sempre crescente quelle rose morenti. Strappavo e incenerivo quelle rose e un barlume del mio potere tornava a galla. Ad un tratto non sapevo come dovessi fermarmi, aprii gli occhi, piangevo e tanto più piangevo tanto più la mia vista si appannava. Strappavo e strappavo e tanto più strappavo tanto più le mie mani doloranti si tingevano del colore delle rose. Rosse. Rosse come il tramonto. Il tramonto del suo amore. Oh, che pensieri infelici! Le mie mani coprirono il mio volto, sentii il sapore del mio sangue, provavo una profonda vergogna, persino provavo vergogna che quel roseto distrutto mi giudicasse. Attraverso gli occhi chiusi vedevo il barlume delle ultime fiamme rimaste.

«Anne, Anne cosa stai facendo?» Aprii gli occhi mentre la figura di Arthur entrava dal cancello, credetti di aver avuto una visione, ma quando sentii le sue braccia forti sollevarmi da terra allora seppi che non stavo sognando. E il fuoco si spense all’istante.

Il suo sguardo tratteneva una punta d’ira.

Il mio sguardo tratteneva una lacrima.

Sentire il tepore della casa dopo essere stata sotto la gelida pioggia riscaldava lentamente anche il mio cuore. Ero seduta su una delle sedie del soggiorno, Arthur in ginocchio davanti a me puliva le ultime tracce di sangue dal mio viso con un fazzoletto. A mano a mano che il mio volto tornava candido, il candore del fazzoletto si macchiava della mia vergogna.

«Che cosa vi succede, siete forse pazza? Appiccare un incendio al roseto e strapparne i resti, siete impazzita? E le vostre mani, non hanno nemmeno un segno di bruciatura…» Mi raggelò la sua freddezza. Il mio labbro inferiore cominciò a tremare, pensai che si sarebbe addolcito. E invece l’unico risultato fu che si accanì ancora di più con il fazzoletto sul mio volto. Non una volta mi lamentai del dolore.

«Credevo di impazzire, avevate detto due settimane.

La vergogna mi attanagliava la gola, obnubilava la mia vista. Non sentivo più il tocco di Arthur ed egli poteva essersi allontanato od esser ancora dinnanzi a me, non lo avrei visto.

«Eravate gelosa?» Ritornai in me stessa, Arthur era in piedi vicino al camino.

«Oh Arthur, ti prego, dammi del tu» gli chiesi con un tono che risultò supplichevole.

«Eravate gelosa? Pensate forse che io vi appartenga? Ditemi!» gridò.

Cento lance che mi trapassassero il cuore in quell’istante, tutte insieme, non avrebbero potuto eguagliare la ferita che sentii dentro di me, il dolore.

«Di che cosa, di chi avrei dovuto essere gelosa, Arthur? Ero solo in pensiero.»

Contrasse le labbra.

«Il lavoro per la signorina Debray, le ho fatto un ritratto qualche giorno fa. Pensavo foste gelosa di questo.» Immobile. Qualcosa nella mia gola rimase bloccato incapace di risalire. Mi stava mettendo alla prova, ne ero certa. Avrei mantenuto la calma. Deglutii e poi sorrisi.

«Arthur, io non sono gelosa. Come ho detto ero solo in pensiero per voi. Per te.»

«Bene», disse alzando le sopracciglia e facendo un segno d’assenso con la testa. Si lisciò le maniche della redingote che non aveva ancora avuto modo di togliere e sorrise. «Sono felice di sapere che non vi arreca noia che io passi parte del mio tempo con altre donne. In fondo non mi possedete.»

«Altre donne?», uscì involontariamente dalla mia bocca con tono a metà fra il sorpreso e l’amaro. Ma non ottenni risposta, come spesso accadeva vidi solo la sua schiena allontanarsi verso il suo atelier. Chiusa la porta, il silenzio.

13 Agosto 1817

Cara Cassandra, non so che cosa mi stia accadendo. Giorno dopo giorno sento una debolezza insensata attanagliarmi il cuore. Oggi ho appiccato un incendio al roseto del nostro giardino. Posseduta da un tremendo dolore, dalle mie mani sono uscite piccole fiammelle che hanno appiccato l’incendio. Erano deboli, di un colore a metà tra il rosso e il grigio, tremolanti come la fiamma di una candela, eppure le rose sono andate distrutte. Ma che cosa mi sta accadendo? Da qualche tempo sento i poteri scivolarmi via dal corpo. Tanto più amo, tanto più soffro per questo amore, tanto più mi sento mortale. È possibile? Possibile che una strega, sposando un mortale, perda i suoi poteri? Non so davvero che cosa mi stia accadendo Cassandra, e spero con tutto il mio cuore che questa lettera arrivi a destinazione. Nostra madre mi aveva avvertita di tutto ed io non ho voluto darle ascolto. Ma, sorellina, non ricordo di aver mai sentito una storia simile. Una strega che perde i suoi poteri. Talvolta penso che io mi stia annullando, in Arthur. Talvolta penso che tutte le mie forze si impegnino ad amare quell’uomo e non abbiano potere di fare nient’altro. Ora temo persino che Arthur non mi ami. Oggi ha nominato altre donne. Altre modelle? Altro lavoro? Non so. Non voglio credere che possa essere così crudele da amare me e amare altre donne. Come è possibile? Com’è possibile contenere l’amore per tante donne in un sol cuore? Oh, Cassandra, che cosa mi sta accadendo? Provo a fare le cose più semplici, ma non mi riesce più nemmeno di sollevare una piuma da terra. Sento la mia natura strisciare via, furtiva, da me stessa. È possibile cessare di essere una strega?

Rispondimi ti prego, non riesco nemmeno più a sentire i tuoi pensieri da qualche tempo.

Per sempre tua, Anne

Entrai nel suo atelier. Arthur vi aveva passato tutto il resto del pomeriggio, il sole tramontava ormai quando aprii la porta. Mi sedetti su una delle sedie addossate al muro. Era intento a cercare qualcosa fra i suoi mille fogli sparsi. Non si accorse quasi della mia presenza.

«Arthur, devo parlarti.»

«State immobile». Si alzò e si inginocchiò di fronte a me, come faceva spesso. Mise le sue mani sulle mie braccia e mi osservò negli occhi.

«Anne, Anne cara… Non dovete sorprendervi. Io vedo in ognuno dei vostri sguardi qualcosa di diverso.»

«Di chi state parlando?»

«Anne, Anne. Ingenua Anne.» Si alzò e cominciò a camminare per la stanza. Possibile che fossi stata così ingenua come mi stava dicendo?

«Arthur, mi amate?»

«Certo che vi amo. Ma non amo solo voi, amo anche le montagne al crepuscolo, il profumo delle rose del nostro giardino, prima che voi le strappaste ovviamente. E amo sentirmi amato, è chiaro che l’amore di una sola donna non può bastarmi.»

«Arthur, voi mi avete sposata.» La mia voce uscì come un lamento. Stentavo a credere che fosse davvero mia. Arthur non mi era fedele. Come avevo potuto credere ad ogni sua bugia? E quante bugie mi aveva detto? Scuotevo la testa per dire di no a me stessa, per convincermi che no, questo era solo un sogno. Il mio sguardo era offuscato dalle lacrime. Poteva un castello, un enorme cattedrale di marmo, cadere al suolo in qualche secondo, sbriciolandosi sotto la mano di una crudeltà tale?

«Arthur, ma io sono incinta.» Lui spalancò gli occhi, poi si leccò le labbra per un tempo che mi parve infinito. Si mordicchiò il labbro inferiore fissandomi con sguardo indecifrabile. Prese un profondo respiro.

«Bene», disse infine. E quel ‘bene’ cadde con un tonfo sordo, come un albero che cade al suolo, vasellame sul pavimento e si spezza in mille piccoli frammenti. Se nel mio cuore risultava come un colpo, con il tono della sua voce risultò terribilmente indifferente. Chiusi gli occhi.

28 giugno 1818

Carissima Cassandra, ormai so che non mi risponderai. Comprendo benissimo il motivo per cui non sai nulla della mia nuova vita, nostra madre si ostina a cancellare ogni traccia della mia esistenza. Per i primi tempi, quando venni ad abitare qui con Arthur, riuscivo a vedervi attraverso gli specchi, sui riflessi dell’argenteria, sulle increspature dell’acqua. Avevo delle piccole visioni ogni qual volta si liberava di qualche mio oggetto. C’ero quando bruciò le mie prime lettere, ero lì quando strappò in lacrime quell’unico vestito che avevo dimenticato, quanta rabbia nei suoi gesti e quanta tristezza nei suoi occhi.

Da qualche tempo non mi capita più, forse perché la piccola Cassandra sta assorbendo tutte le mie energie. Se fosse stato possibile, avrei desiderato che avesse anche i tuoi occhi. I tuoi occhi grandi e dolci, non i miei, consumati dalle lacrime tanto da essere quasi bianchi. Giurerei, guardandomi allo specchio, che l’azzurro che una volta avrei paragonato al cielo ora è stato sostituito dal colore indefinito delle nuvole.

Ma le mie sofferenze termineranno presto e dei miei occhi rimarrà solo un ricordo lontano. Spero che nel tuo cuore serberai l’immagine degli occhi con cui ti osservai l’ultimo giorno che passai nella nostra casa. Non soffermarti sulla tristezza, concentrati su quanto ti amai con gli occhi, quel giorno. Riesci a vederli?

Cassandra serba una parte di me nel tuo cuore, allora io vivrò.

Sempre e solo tua, Anne

Nell’attimo in cui la mia anima scivolò dal mio corpo, la mia bambina mi parve assumere gli occhi di mia sorella, il sorriso di mia madre, la dolcezza di mio padre. Nell’attimo in cui la mia anima si distaccò dal mio cuore sentii l’eco di un rumore sordo attraversarmi le orecchie. Quasi un sibilo, un bisbiglio. Cassandra mi osservava dalla culla. È così semplice abbandonarsi quando si è mortali. Non avrei mai creduto di dirlo a me stessa. I mortali sanno morire davvero. Prima che i miei pensieri si spegnessero e diventassi solo storia e ricordo, accadde qualcosa di strano. Vidi i miei occhi riflessi sul medaglione che avevo appeso al collo di Cassandra. Vidi i miei occhi con lo sguardo dei residui della mia anima che si stava dissolvendo per abitare in qualche altro posto. Poi vidi il buio. Infine, vidi me stessa riversa sul terreno. Il mio corpo mortale giaceva esattamente come una volta Arthur lo aveva ritratto. Ma i miei occhi chiusi tradivano qualcosa di macabro, che sulla tela non c’era mai stato.

La bambina piangeva nella sua culla di vimini, ma non appena sentì un dolce peso sul medaglione che le carezzò quasi il piccolo corpicino, la sua bocca si allargò in un timido sorriso sdentato.

di Lucia Di Giovanni e Martina Ciaramidaro

disegni di Valeria Desa e Priscilla Buongiorno

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Maggio sono stati scritti a quattro mani e due menti, l’una specchiatasi nell’altra.

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