assenza e presenza – Davide Paone & Michele Farina

IN ABSENTIA

Per Giano Specolin, illustratore e filosofo della domenica, la stazione ferroviaria non era un luogo come gli altri, o meglio, era più un non-luogo, e come non-luogo rappresentava al contempo nessun luogo e tutti i luoghi possibili.

Va da sè che solo in una stazione ferroviaria Giano Specolin riuscisse ad esprimere la propria arte.

Alle domande riguardanti l’apparente monismo di ambientazione che permea la quasi totalità dei suoi lavori, provocatoriamente formulate dagli intervistatori delle riviste specializzate, Giano rispondeva con la concisione che da sempre lo contraddistingue:

-Disegno solo nelle stazioni perchè non conosco un altro luogo dove le persone siano più spontanee e le emozioni così sorgive. Se lo conoscessi può star certo che disegnerei lì.

Delle felicità e dei dolori quotidiani Giano non sapeva che farne, ma soprattutto non sapeva come disegnarli: egli la vita (e di riflesso l’arte) non la concepiva che in absentia; solo sul torto ferro dei binari la sua matita correva senza freni. Binari e stazioni ai suoi occhi non erano in fondo che linee curve e segni di matita sulla pelle del mondo.

Polpastrelli di amanti che si abbandonano scivolando in opposte direzioni.

La danza magnetica del perdersi e del ritrovarsi.

Miopi occhi socchiusi che setacciano le turbe di pendolari alla ricerca del volto in cui potersi specchiare.

I pensami, i mi mancherai, i chiama quando arrivi: questa era la sola umanità che Giano Specolin riusciva ad immortalare sulla carta, l’unica verità che gli interessava, in quanto vera solo per un istante.

La sua vocazione era quella di tradurre con matite e carboncino quei rari attimi di scintillante rivelazione, sottraendoli all’oblio del tempo che sbiadisce le emozioni, trasformandole in mera routine.

Non esisteva per lui parola più orrenda di routine, come se potesse esserci qualcosa di positivo nella giornaliera ripetizione di un gesto, che inevitabilmente ne comporta la perdita di qualsiasi valore. Non esiste modo più efficace per spogliare una parola di ogni significato che il ripeterla in continuazione.

Perchè proprio le stazioni dei treni? Perchè non gli aeroporti? – si sentiva chiedere ingenuamente durante una delle tante cene alle quali gli toccava presenziare.

Nell’intervallo che separa la scala dell’aereo dalla zona arrivi, in cui dovrei per forza di cose appostarmi, l’emozione vera, quella di un ritorno per esempio, prende il volo! Si immagini poi se al mio ipotetico soggetto toccasse pure di dover aspettare il bagaglio, in Italia poi! Nossignore! Che verità può mai esserci, quale spontaneità posso sperare di catturare in una materia umana già così contaminata? Come artista l’unica chance che ho di cogliere l’attimo, di carpere il diem, personalmente me la gioco in stazione. E non creda che la cosa mi riesca sempre, anzi…basta una distrazione per essere fuori tempo massimo in queste cose. Un attimo può esser perfetto, quello successivo già mi sa di finto, di artificiale. Lo sapeva che Leonardo per esercitare la coordinazione mano/occhio si obbligava a disegnare su un foglio dei solidi fatti cadere da una torre prima che giungessero a terra? Ecco, la coordinazione occhio/cuore/mano che la mia arte richiede somiglia molto a qualcosa del genere. O a quei fotografi specializzati negli scatti che imbrigliano quegli sfuggenti e sublimi fenomeni naturali che sono i fulmini.

Giano proprio non capiva che soddisfazione potesse recare ad un artista l’immortalare la noiosa quotidianità delle presenze. Nelle stazioni anche la noia era noiosa in maniera più sincera (c’era una bella differenza tra la delicata apatia del pendolare e la monolitica sindrome da ingranaggio cittadino). Per contrario non trovava nulla di attraente quanto i soggetti gravati dalla dialettica delle assenze, dalle mancanze.

Giano Specolin era in definitiva un pittore di altrovi e questa sua caratteristica si rifletteva nel suo modus operandi: quando era in vena di disegni raccattava i suoi strumenti da lavoro e se ne andava alla stazione, si sceglieva una panchina sul lato della banchina opposto al binario al quale intendeva lavorare e lì stabiliva la sua postazione. Appoggiato il foglio ad una superficie rigida posizionata sulle sue ginocchia, sistemava il suo specchio sopra un cavalletto che orientava per ottenere poi la visuale che lo aggradasse sul binario alle sue spalle. Solo allora e solamente così iniziava a lavorare.

Se le cose presenti al suo sguardo perdevano ogni attrattiva, il solo modo di ritrarle era attribuirle l’auratico fascino di oggetto riflesso, quindi in qualche modo non presente.

Non molto tempo fa è stata allestita in città una personale sui disegni di Giano Specolin. L’intento del comune era di omaggiare il suo artista esponendone il lavoro di una vita.

Inizialmente appagati dalle decine di ritratti e di disegni a sfondo ferroviario, che negli anni avevano imparato ad amare, i conoscitori e gli estimatori della sua poetica sono rimasti letteralmente basiti alla vista dell’ultima opera esposta all’interno della mostra: si trattava nientemeno che di un autoritratto dell’artista stesso, seduto sulla sua panchina.

Alla tempesta di domande sulla genesi di quest’opera, per lui del tutto inusuale, Giano Specolin ha risposto con la consueta concisione:

-Un giorno posizionando il mio specchio ho intravisto il mio volto riflesso nel vetro di un treno in partenza, se quel giorno avessi visto qualcosa di altrettanto assente…

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 IN PRESENTIA

La stazione dei treni è un posto surreale. Sul reale. La realtà non le appartiene (come la città non appartiene alla realtà). Sospeso un filo solo tiene appesi brandelli della vita, scarti della cena nei lavelli. Sospesi come tesi sopra nulla di treni, sui binari tremens fremiti dalla tensione di congiungersi. Impossibile. Impossibile cogliere un appiglio. Eppure è calma piatta la tensione, si sente sospensione sopra un vuoto che ovatta la fretta, la palpitazione di vivere. Il treno era atteso già da una tasca di minuti riempita d’orologi a catena, orologi a cellulare, orologi a polso che scrutavano inerti, mezzi fuori mezzi incerti se guardare un’altra volta che mancava un quarto d’ora. E tutto questo si osservava, ma non solo. Si palpava come farina, come la coltre bianco-cilestrina sull’orizzonte addormentato.

Quella scarpa (lucida da parer bagnata) inventava ritmi liberi sopra silenzi necessari. Alla musica ballava la stringa un po’ più lunga che usciva dal nodo-tana. Coniglietto ballerino che nascondi nell’assurdo nido? Tàp tàp tip tàp. Decorava l’aria il tippettio, e i tonfi rombanti scarpe-bagagli, treni disfatti in voli semantici. Tàppete tàppete tèpe, tatàppete tàppete pàte. Dall’alto calavan, quando quando, voci ‹‹treno in transito al binario 16›› metallo ‹‹allontanarsi dalla linea gialla›› nell’androne ‹‹il treno 9944 diretto a Crotone non passerà mai››, infernali parole di realtà che venivano fuori chissà da dove. Fiori di plastica nei vasi oscillavano al vento spostato, elisi campi ricordavano al lento boato di morte. Ma il coniglietto testa di plastica danzava felice sulla scarpa lucida. Su-e-giù l’orlo cucito copriva-scopriva il calzino, la pelle. Il pantalone a pieghe grigio si contorce in un dolore ligio, discreto, accavallato; s’alza lui (zaino, bagaglio a mano) verso un treno ancora non chiamato.

L’uomo in stazione è a due teste: una in veste bianco-espiazione guarda spaurito in prostrazione, trema sul vuoto a cui frappone un po’ disinteresse un po’ preoccupazione; l’altra investe bassa poco a poco ogni linea ogni traccia, non le interessa condizione umana, apparenza in vero è paura, convinzione, trema sul vuoto a cui frappone un po’ disinteresse un po’ determinazione. Ma già alla riflessione su qual delle due teste sia meglio usare, l’orario chiamato, il binario, il vagone… lui ha saltato la stazione. Memorando un buco di vuoto. Il treno è un lungo laccio di scarpa che danza sul lucido binario. Libertà è rappresentazione, azione contro volontà. Nulla. Un coniglio che esce dal nulla. Un coniglio che sguscia dal vuoto intorno cui è costruito un treno-stazione-binario. Soggetto oggetto preterintenzione. Dissoluzione del nulla, archetto dalla culla alla bara.

Il paesaggio notte-buio è decorato dai riflessi di visi fessi, sconosciuti intenti alle parole, ai pensieri, ai cellulari fatti occhiali, giochi, amori, anapesti, riflessi sul vetro come specchi. C’è il signore che sistema la giacca sullo zaino. Lo zaino sul bagaglio. Sopra lo stipetto dei bagagli. Lui sta seduto nel vestito grigio-fumo (piccolo tipo, un tipino, un tipetto comune, umano a coscienza e sbagli), scruta non attento, sui cigli di senso (i precipizi di non-senso) della corsa rapidissima, sulle ciglia dissensi-assensi all’umanità compromessa a lui. Sulle frasi masticate, su cui… aposiopesi non volute, non cercate (Sono sul treno…, Torno domani…, …che non può fare…, No, dovrei andare…, ecc.) si spalmano sul ronzio rotativo del treno, sullo smerigliato sibilare della vita. Intanto corre corre, lungo lungo, buio-notte il pungolo del treno avvolto, l’occhio lucido di lepre che vede nelle tenebre.

D’improvviso fortissimo un boato spezza il rumorio, si fa ritmato. Un altro treno sposta (l’aria si fa pietra, pietra d’acqua bomba) la vista di scatto attenta al vetro più lontano. Gli occhi fissi sui riflessi paion cercare una risposta che già c’è, lì davanti – Un treno! Un treno! Un treno! – ed è tornato quel ronzio che a ben sentire è vera musica, scandita vita sul ripido pendio d’una salita. Si rallenta. Rallenta il tamburare. Frena tutto nel frenare.

Inanità. O una parola più grande. Più “difficile”. Da pronunciare con in mano una libertà. Il treno guardava un binario specchiarsi sull’altro, le doghe legnose – rese invisibili dalla velocità – si spatasciavano urlando un lungo AAAAA (come sbadiglio) e un fischio frenato lamentato in gola delle placche metalliche offese dai freni. Lui s’alza (bagaglio a mano, zaino). Vuoto lo stipetto. Vuoto il posto. Passo passo passo passo. Pàssopassòpassopàsso. Stop. Cesura. Passo vuoto banchina stazione. È sul reale a camminare, uomo perso senza più riflessi a render tale. Da un vuoto all’altro (equilibrista del suo tempo) lui ricorda lento, si racconta la sua immagine per non perdersi nel vuoto delle pagine. Piove lucido (fischio stridulo) la scarpa fradicia (riparte tremito il treno). Si volta al suo riflesso, riflesso di luce, riflesso d’occhio della volpe, flesso nell’occhio del coniglio, preda-carnefice sé stesso, trova nello specchio esso. Sul vetro empio di sé, un istante un ronzio ‹‹Riflesso mio!›› dissolve, sparisce lontano. ‹‹Io›› è rimasto ‹‹so››. La stazione è un posto sul reale.

di Michele Farina e Davide Paone

disegno di Matteo Mazzucchi

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Maggio sono stati scritti a quattro mani e due menti, l’una specchiatasi nell’altra.

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