Da qualche parte nell’incompiuto – Ambrogio Arienti & Fepa

 

disegno per federica ambrogio

Giacomo: capelli disordinati bruni

A pensare troppo viene il mal di testa. E’ questa la frase che lampeggia tra i pensieri di Giacomo mentre caccia i suoi disordinati capelli bruni sotto un cappello di lana nera. Il concetto si perde tra centinaia di altri rovelli mentali di cui non riesce a disfarsi, balugina nei suoi occhi appesantiti da un paio di occhiaie dall’aspetto incancellabile. Raggiunge la porta d’ingresso, la supera e si proietta per la tromba delle scale, dirigendosi verso l’esterno, verso l’aria fredda e tagliente di Milano. L’impatto è piuttosto violento, tant’è che corre a nascondere buona parte del volto tra i lembi della pesante sciarpa che indossa. Cerca di infilare le cuffiette dell’ipod nelle orecchie, ma qualcosa gli impedisce di terminare un’operazione così semplice e intuitiva. Una voce infrange i suoi piani, stridula zoppica fino a raggiungere il suo udito.

«Hey Jack, dove vai di bello?»

La voce del suo coinquilino, Marco, lo raggiunge come una pugnalata nella schiena. Ha fatto di tutto per evitare il contatto con il compagno di stanza, ma non ci è riuscito. La sua voce, traballante e sgradevolmente penetrante, porta il suo colpo e sancisce l’affiancamento dell’obiettivo, ferito e oramai in preda a lui.

«Vado in biblioteca, voglio provare a studiare un po’.»

A questo punto il futuro della giornata di Giacomo è probabilmente segnato: il suo dolce coinquilino si sentirà in dovere di accompagnarlo, da buon amico.

«Ti accompagno! Tanto devo andarci anche io, prima o poi…»

La tentazione è forte. Basterebbe mostrarsi scortese e urlare contro il suo muso che no, non è per niente una buona idea. Sarebbe molto semplice e la giornata potrebbe dimostrarsi persino buona, forse, ma qualcosa lo blocca e ingabbia in una costruzione di comode bugie e silenzi. Non può rispondere in quel modo perché rifiutare quell’autoinvito significherebbe aprire un piccolo contenzioso con una persona che lo aiuta a far quadrare i conti dell’affitto, vive con lui, mangia con lui e tendenzialmente ammorba ogni sua basilare operazione di sopravvivenza o svago. Insultarlo e – perché no – colpirlo sarebbe socialmente scorretto. Ammorbidisce i suoi istinti.

«Va bene.»

I due imbroccano la fermata della metro e percorrono le scale che portano al tunnel sotterraneo. Si confondono poi con scioltezza in un formicaio di persone e all’opportuno segnale scivolano nell’imbuto naturale che porta all’interno del vagone, stracolmo di persone di ogni età, sesso, religione ed etnia. Giacomo osserva con la stessa noncuranza il volto d’ogni presente, raccogliendo diverse reazioni. C’è chi ha un’aria infastidita e non vuole essere fissato, chi è troppo stanco per alzare lo sguardo da terra, chi fugge dalla sua distratta disamina degli esseri umani trasportati dal treno semplicemente abbassando gli occhi. Lo sguardo di Marco si perde invece tra i messaggi che scorrono sullo schermo luminoso del telefono che ha appena estratto dalle tasche.

«Non hai mai avuto paura di prendere la metro?»

E’ stranamente Giacomo a prendere parola, rivolgendo all’amico una singolare domanda.

«No, è una cosa naturale per me. Saranno tre anni che tutte le mattine la uso.»

La risposta è delle più banali e stinte, ma Giacomo sembra voler insistere.

«Prova a pensarci. Stai salendo su di un treno che è stato costruito da una compagnia che non conosci e controllato da tecnici di cui non puoi nemmeno immaginare la provenienza. Come se non bastasse, l’autista è un perfetto sconosciuto e ti trovi in uno spazio di circa trenta metri quadri con davvero troppe persone. Non hai mai conosciuto nessuno di loro, se escludi me. Sono bianchi, neri, donne, uomini, bambini, anziani. Potrebbero essere ladri, truffatori, terroristi, oppure l’autista potrebbe sbagliare o, perché no, impazzire. Potremmo morire per colpa di gente che nemmeno conosciamo. Non hai paura?»

«Mi sa che hai guardato troppi film, Jack. E’ tutta gente apposto, funziona così. Siamo a Milano, è una grande città.»

«Giusto, è una grande città.»

La risposta appare stringata e il tono della voce si smarrisce anzitempo. Le sue parole si disperdono in quell’affollato scompartimento, mentre la sua mente vaga, imperterrita.

 

Passeggero #1: occhi troppo vicini

Come quando rischi di dimenticarti l’ombrello in giro e poi rimani tutto il giorno con quella brutta sensazione come di averlo dimenticato davvero; pensi inevitabilmente a tutto quello che sarebbe potuto succedere e non ti dai pace, anche se l’ombrello è lì accanto a te, anzi sopra, a proteggerti, nelle tue mani che lo tengono saldo anche in mezzo al vento rabbioso. Il tuo ombrello c’è, e tu ora ne hai più attenzione proprio perché hai rischiato di dimenticartene. Eppure non ti abbandona mai, quella terribile sensazione, quello scorrere di brividi quando, appena uscito dal bar, mossi due passi, ti rendi conto che avevi un ombrello… e ora dov’è? Oh no, è rimasto nel portaombrelli del bar! E allora con tutta la velocità che le tue gambe ti consentono, torni indietro a grandi balzi e riacciuffi quella che sarà l’estensione del tuo braccio per tutta la stagione primaverile: il tuo ombrello. Ce l’hai di nuovo con te, ma è diverso e non sarà mai come prima. Fai finta di niente, tiri un sospiro di sollievo ed è un po’ come se non fosse successo niente, no? Il tuo ombrello c’è ancora. Ma è la possibilità che ti uccide. È la possibilità di perdita. L’hai solo assaporata per un istante, ma l’hai vissuta! Hai assaggiato per un millesimo di secondo quel senso di vertigine doloroso di una perdita. Dio mio, si tratta solo di un ombrello! Ma cosa importa? Sarebbe davvero meglio perdere e basta, senza averne la consapevolezza… Insomma esci dal bar, non piove, anzi c’è addirittura il sole, e allora la necessità dell’ombrello, del tuo ombrello si dissolve nel vento leggero. E te ne accorgi, bhé certo che te ne accorgi che non l’hai più, ma solo quando sei a casa, quando è troppo tardi. È l’istante, è solo quel dannato istante in cui qualcosa sta per succedere – perdere l’ombrello – eppure non succede – consapevolezza della possibile perdita – che ti frega per sempre. Oh, che assurdità di pensieri! Mi ci sono perso e non ho sentito cosa ha detto questo tizio spettinato appiccicato davanti a me. Però abbiamo qualcosa in comune, lo avverto; anche lui sembra vivere con questa sensazione perennemente addosso. È come se avesse quasi perso qualcosa, senza averlo perso del tutto. Quasi. Il quasi è la rovina di tutto.

Passeggera #2: brufolo sul naso

Forse di lui potrei farci un racconto. «Non hai mai avuto paura di prendere la metro?» Ascolto solo questo, mi basta. Riaccendo la musica; lui non lo sa che ho messo pausa per origliare i discorsi della gente. Ho sempre la spiacevole sensazione che in fondo si capisca quando mi intrufolo nelle parole di chi mi sta intorno. Resisto alla tentazione di rispondergli al posto dell’amico che non lo guarda. Ma dai, in fondo non lo farei mai davvero, di attaccare bottone così a caso con le persone intorno a me. “Siamo tutti delle monadi”: da quando il prof l’ha detto a lezione non riesco a smettere di pensarci. Sarebbe davvero assurdo se io rispondessi alla sua domanda, però se potessi glielo direi, che io me la faccio addosso tutte le volte che devo salire su una metro! Cerco sempre di stare il più lontana possibile dalla linea gialla quando sento il rumore di tuono, il rumore di rabbia, il rumore di fine del mondo di ogni treno in arrivo. Sono certa poi che ci sia sempre qualcuno pronto a spingermi giù, come fosse lì apposta. Una spinta veloce e decisa. Quando sono vestita di rosso mi sento sempre un po’ Anna Karenina, consapevole del suo destino segnato fin dalle prime parole. Io sono condannata, come lei, alla paura, a quella possibilità, a quel “forse potrebbe succedere”.

 

Passeggero #3: ciuffo ribelle

Non riesco a vedere, a seguire le mosse. Ma sta giocando o sta solo leggendo messaggi? No, sono solo messaggi. Sbircio ancora un po’, tanto non si accorge. Vorrei poterlo usare anche io il mio cellulare, invece ce l’ho qui a marcire in tasca, altrimenti mi sento in colpa! La mamma me lo ha dato solo per avvertirla che sono arrivato a scuola, “e poi spegnilo subito, mi raccomando”. Che palle. Però anche l’amico del tipo dei messaggi fa come me: guarda un po’ la gente e un po’ cade nel vuoto; arriva lontano, come se vedesse oltre, talmente oltre da tornare indietro e rientrare in se stesso. Dice delle cose strane che feriscono la piattezza di questo ambiente: sento tutto anche se parla a bassa voce. Mi piace tanto origliare e osservare senza farmi scoprire, è il mio videogame personale. Mi accorgo chesono tutti azzurri, illuminati dal basso dalla luce dei loro iphone. Sono davvero pochi quelli che non ci passano almeno dieci minuti durante il loro viaggio quotidiano, o che non lo tirano fuori anche solo per controllare qualcosa che a quanto pare non potevano proprio fare a meno di controllare. Può darsi che tutti conservino davvero intimi misteri sotto ai tasti, dentro i piccoli schermi quadrati, eanche io un giorno ne avrò un po’, di segreti necessari, può darsi. Anche se fa un po’ paura.

Passeggera #4: doppie punte, orecchie asimmetriche, trucco sbavato

Come è possibile che il trucco si sia già sbavato? Cavolo, ho comprato questa matita nuova pensando che fosse di qualità! Appena arrivo in biblioteca passo dal bagno e mi sistemo. Non troverò mai la perfezione nel riflesso di me stessa, nemmeno ora, nell’opacità che mi restituisce il vetro della porta della metro. È pure guasta questa… perché mi metto sempre nel posto sbagliato? Forse dovrei smetterla di guardarmi. Dietro di me, oltre ai miei capelli biondi trasparenti, e dietro il mio vestito azzurro, c’è la solita massa di persone. È curioso che le masse di gente siano sempre tutte uguali nel loro insieme e meravigliosamente diverse nel dettaglio. Un aggrovigliato di esseri umani che non si parla e urla silenzio sopra questo chiasso di rotaie e ferro. C’è un uomo con un ombrello in mano, lo stringe come fosse oro, come fosso la mano di suo figlio, che non è quel ragazzino col ciuffo sparato… è solo? Non lascerei mai mio figlio da solo su una metro! Che poi chissà se tutto questo pericolo che ogni giorno respiriamo nell’aria esiste davvero. Vale la pena avere così paura? Ogni tanto me lo chiedo se qualcuno se lo chiede perché abbiamo paura di un sacco di cose senza senso. Che carino quel ragazzo con il cappello, appiccicato di fronte al tizio innamorato del suo ombrello. Mi piacciono quelle ciocche spettinate e i suoi occhi. Chissà cosa sta dicendo all’amico. Anche l’amico è carino in realtà! Ma forse non sono amici, non si guardano nemmeno… muovo un po’ i capelli, magari ne sentono il profumo e si girano a guardarmi. Mi vedrebbero opaca, nel mio riflesso. Ci incontreremmo lì, tra le immagini di noi. Incrocio lo sguardo della ragazza vicino a loro. Non l’ho mai capita questa cosa che ci si può guardare dritto negli occhi attraverso uno specchio, mi fa girare la testa l’idea che è come se fossimo una di fronte all’altra anche se non è così. Mi sta sorridendo? Perché? Forse ho qualcosa appiccicato sulla schiena? Abbasso un po’ lo sguardo, mi dà fastidio, mi sembra che stia frugando tra i miei pensieri, forse è una scrittrice e sta immaginando la mia storia… ecco la mia fermata. Oh no, è vero, questa porta è guasta! Non riuscirò a scendere! Devo farmi largo tra la massa. Probabilmente devo imparare a trovare il mio posto, il mio posto giusto. Ma probabilmente implica anche che potrei non farcela. È l’indefinito, il probabilmente, che mi rovina sempre tutto.


Giacomo: capelli disordinati bruni

Il silenzio apparente della biblioteca è un luogo magnifico in cui stare: proprio lì dentro, nel silenzio, come se avesse delle pareti trasparenti e una porta soltanto, per poter uscire fuori e riascoltare il rumore. Il rumore di fuori e il silenzio di dentro. Giacomo si appoggia nel silenzio apparente di centinaia di teste che studiano e si dondola di mente in mente tra i pensieri di studenti che hanno un libro sotto al naso e universi incredibili sopra. Si sorprende tutte le volte nell’accorgersi di quanto sia impossibile essere un tutt’uno con l’idea del tutto di tutti. Marco è seduto di fianco a lui ed è da quando sono usciti di che non ha ancora smesso di leggere i messaggi dalla schermata lucente del suo cellulare: scorre cinque o sei conversazioni contemporaneamente, ogni tanto sogghigna, sbuffa divertito, trattiene risate fastidiose, ma non scrive mai niente, non risponde, non partecipa.

Giacomo vorrebbe dirglielo che pensa che sia un po’ indifferente, che non sopporta il suo modo di fare finta che tutto sia così naturale e semplice, se non banale e innocuo. Ecco, il problema è che Marco pensa che tutto sia fantasticamente innocuo. Eppure Giacomo lo sente che non è così, che ogni persona sconosciuta può fare male, può scavare sotto la pelle, scorticare, grattare via tutto, scrutando. Sa di essere pericoloso anche lui, estraneo a se stesso, mentre osserva libri e persone intorno, scrutato e scorticato a sua volta, da sguardi imprevedibili. Siamo sempre altro negli occhi degli altri: compariamo, primordiali, nel momento stesso in cui veniamo considerati.

Giacomo sta dipingendo con gli occhi le persone che ha vicino come se venissero da lontano, da un lontano in fondo, dentro di lui; le sta creando, le sta plasmando dal nulla di quel silenzio apparente. Parla senza nemmeno accorgersi di socchiudere le labbra:

«Marco ma ti rendi conto di quanto siamo pericolosi?»

«Chi?»

«Noi, io, te forse un po’ meno, però noi, tutti, ogni essere umano è pericoloso.»

«Cosa stai dicendo Jack!?!»

Il suo tono di voce si è alzato un po’ troppo e le due ragazze davanti a loro fissano lo sguardo come appena colpite dal flash di una macchina fotografica. Giacomo le nota, ma va avanti a parlare, ancora più a bassa voce, sussurrando, come se potesse abbassandola, farla abbassare anche all’amico, abbassare l’intero volume del mondo.

«Sto dicendo che siamo pericolosi perché possiamo vedere le persone come vogliamo vederle e non come sono veramente.»

«Tu sei fuori di testa!»

«Invece ci sono proprio dentro, alla mia testa, fin troppo dentro, a volte vorrei proprio aprirmi il cranio e appoggiare il cervello sul comodino…»

«Cosa stai dicendo? Oggi è la giornata delle domande assurde? Prima la metro che ci vuole ammazzare tutti, poi le persone pericolose che vedono la gente come vogliono vederla…!

Marco ride ad alta voce ora, e si crede divertente e si crede un amico, un complice, di quel “pazzoiode” di Jack. Le due ragazze bionde di fronte a loro sono infastidite. Giacomo distoglie lo sguardo, come a chiedere loro scusa. Si sente di troppo adesso, in quella biblioteca, in quel silenzio rotto. Anche i suoi pensieri cominciano a spezzarsi, come frammenti piccolissimi di uno specchio di cristallo: la realtà si sfalda. Probabilmente i lineamenti del suo viso si stanno contorcendo in qualche smorfia mentre il suo cervello continua a cigolare pensieri, perché la ragazza azzurra di fronte a lui lo sta contemplando incuriosita. Deve averla già vista da qualche parte, forse lì in università, nel silenzio, o prima in metro… sì lei è la ragazza che non si era accorta della porta guasta. Giacomo glielo dice senza dirglielo, che ha capito chi è, e lei capisce che lui ha capito. Sorride. Sorride Giacomo e sorride la ragazza. Sorride il tutto che per un secondo sono diventati. Si sorride sempre, dentro quegli incontri innocui che cancellano la pericolosità del mondo, fatta di pensieri pazzi e di essenze primitive, cangianti, solo possibili e mai effettive.

Lettore #1: palpebra sinistra leggermente più calata della destra.

Rigiro tra le mani il primo tomo facente parte della XIV edizione Garzanti dei racconti di Anton Cechov e mi rendo conto del suo peso e della sua compattezza. Stiamo parlando di seicentotrentotto pagine ben organizzate ed impilate, ergo di una potenziale arma impropria perfetta in ogni sfaccettatura: pratica, inusuale, imprevedibile. Se riuscissi a scattare verso quel cretino che sta ridendo e urlando un paio di posti alla mia sinistra con la giusta velocità e sfruttando l’effetto sorpresa, forse potrei scaraventargli addosso il libro e perlomeno fargli perdere coscienza – ammesso che ne abbia una, il cretino. Lo colpirei poco sotto la tempia, sperando di poterlo osservare mentre le orecchie fischiano e la vista si offusca. La verità è che rompere il silenzio significa uccidere qualcosa di incredibilmente splendido e surreale, significa riportare alla dimensione cittadina e caotica questa biblioteca dolcemente isolata. Leggevo la storia di un vetturino a cui è morto il figlio, che invano cerca di trovare persone da portare a spasso per la città per poter parlare, per poter riempire con la voce altrui il vuoto lasciato dall’insondabile dimensione della morte. Paradossalmente mi sento un verme, ora che bramo il silenzio. Vorrei parlare al vetturino, anche se non saprei cosa dire. Il suo povero figlio è morto e la neve continua a cadere sulla sua carrozza, senza tregua. Il ragazzo, intanto, continua a parlare. Lo ucciderò.

 

 

Lettore #2: barba mal regolata.

Non devo avere una bella cera. Allungo una mano per stringere il nulla, stancamente. Le mie dita si chiudono e trattengono aria sfuggente e stralci di pensieri, null’altro. Vivo nell’assillante certezza di essere una creatura generata per deteriorare e cessare di respirare. Non sono nato dall’amore dei miei genitori, sono nato da un rapporto sessuale, come tutti noi. Vivo su un pianeta di cui sfrutto le risorse, noncurante del fatto che un giorno sarò io a comporre le nuove risorse da cui trarranno profitto altri animali. Diventerò corpo gelido e inerme, carne in decomposizione, cibo per vermi ed infine polvere. I frammenti organici del mio corpo renderanno il terreno in cui verrò sepolto più fertile, dunque alimenterò un ciclo che si ripete da millenni. Le mie conoscenze, i miei studi, tutto verrà disperso. Forse arriverà il giorno in cui si spezzerà la catena, d’altronde è successo ai dinosauri e potrebbe accadere anche a noi. Respiriamo per un certo periodo di tempo, per anni, eppure viviamo molto poco. Viviamo degli istanti che davvero sentiamo come irripetibili, che per un attimo scrollano dalle nostre spalle il peso della malinconia e della problematicità della nostra esistenza. Poi indossiamo di nuovo questo cappotto di domande senza risposta e vicoli ciechi, fingendo di non avere nulla addosso. Ma io lo so, lo so benissimo di avere addosso il mio cappotto. Un altro ragazzo poco lontano sembra saperlo tanto quanto me, lo intuisco dal suo sguardo di nebbia. Prova dolore e frustrazione, anche lui stringe pugni di mosche ed urla al mondo la sua più completa insensatezza. Prima o poi dovremo arrenderci.

 ilvizioesempio1

Lettrice #3: doppie punte, orecchie asimmetriche, trucco sbavato

Sono riuscita a sistemarmi il trucco in tempo record, mi è bastato stare davanti allo specchio del bagno per un paio di minuti. Ora però devo davvero cercare di concentrarmi: se non riesco a studiare nemmeno oggi finirò per perdere l’ennesimo appello. Eppure è piuttosto chiaro che la colpa non è mia, io vorrei davvero applicarmi e passare l’esame. La colpa è tutta di quello stupido cappello di lana, se questo ragazzo non lo avesse indossato forse non lo avrei nemmeno notato. Invece è ancora qui, qualche gioco del destino ha voluto che ci sedessimo praticamente l’uno di fronte all’altra. Forse è sbagliato parlare di destino, contando che l’ho seguito dopo averlo riacciuffato fuori dalla metro. Mi ha sorriso ancora, proprio adesso. Ha visto che ho visto il suo sguardo, quindi non posso fingere di non aver visto. Devo capire cosa fare, ma è tutto così complesso. Gli ho sorriso, comunque. Mentre pensavo a cosa fare, la mia muscolatura facciale si è disposta meccanicamente, permettendomi di scambiare un altro sguardo e riconsegnargli il regalo, con un sorriso. Per un istante vivo qualcosa che probabilmente non esisterà mai nei suoi occhi. Nel quasi niente di una fantasticheria la nostra storia sembra essere la cronaca di un amore sincero. Ci siamo amati sui binari di una stazione invisibile, dove potevamo scambiarci più sguardi e non sentirci imbarazzati. Abbiamo preso mille strade, nell’inconsistenza e nella lasca dimensione di un sogno. Cerco invano di riafferrare ciò che ho immaginato, ma ormai sono tornata di fronte al mio libro, ancora intonso, immacolato. Vorrei ringraziarlo per quello che non è stato, ma sembrerei una matta. Rimarrò in silenzio, gustando gli stralci dell’immaginazione. Vivere in città significa incontrare centinaia di persone al giorno e non conoscerne nessuna, significa non conoscere questo ragazzo. Devo farmi coraggio, forse. Devo anche studiare. Devo, devo, devo.

Esistente #1: Da qualche parte nell’incompiuto, di Vladimir Jankelevitch e Bèatrice Berlowitz. Esattamente due mesi or sono un ragazzo dal basso quoziente intellettivo ha sbagliato scaffale e mi ha sistemato tra gli atlanti geografici. E’ riuscito ad infilare un testo di filosofia tra sterili disegni e stilizzazioni del mondo intero, spiaccicato sulla bidimensionalità della carta stampata. Che idiota. In questo modo non ho più trovato la pace degli scaffali dimenticati da tutti, dove in pochi vengono a cercare. Il silenzio della sezione di filosofia della biblioteca non mi appartiene più, ora sono un atlante, dunque sono stato infilato tra gli scaffali bassi che dividono le tavolate stracolme di pidocchiosi studenti. Così osservo in silenzio, stando ben attento a non farmi notare. Riesco a intravedere quella coppia di ragazze dall’aria ebete che si stupiscono dell’alto tono di voce di due ragazzi che si trovano lì vicino. Non capisco francamente come possa dare loro fastidio quel rumore, contando che hanno passato praticamente tutto il tempo con gli occhi puntati sui rispettivi telefoni, come un perfetto duo di gemelline lobotomizzate. Osservo persino lo sguardo di sordida e sincera rabbia che un ragazzo poco oltre rivolge sempre ai due maleducati. Estasiato esamino i suoi pensieri, o perlomeno ci provo. E’ forse l’unico a provare un sentimento genuino in questo edificio. Il resto degli studenti sembra voler rivolgere solamente un’occhiata alla scenetta, poco più. Altri si perdono nel labirinto dei loro pensieri. Io rimango immobile, dimenticato da tutti e clamorosamente in vista, tra gli atlanti. Forse non voglio essere scoperto. Sarò il mesto custode del tempo sprecato in questo luogo, che tanto potrebbe dare e nulla riesce a trasmettere.

 di Ambrogio Arienti e Federica Tosadori

disegni di Daniela Reina Cervera e Martina Ciaramidaro

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Maggio sono stati scritti a quattro mani e due menti, l’una specchiatasi nell’altra.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Questo mi ha proprio preso! L’ho letto in metro, quindi dopo ogni personaggio mi guardavo intorno e provavo a immaginare le storie di chi incrociavo… Ho molto apprezzato anche la citazione di Cechov che avevo incontrato in un bel libretto che parla del bene che fa il raccontare storie a noi uomini, è un po’ quello che fate qui! Fate del bene =)

    Mi piace

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