Virtuale – Eleonora Alimenti & Eleonora Daniel

Andata

Binario 1-7

Amalia si rigira la penna tra le dita, sovrappensiero, passano cinque minuti prima che si accorga che il treno si è fermato. È una di quelle stazioni pettegole che quando le incontri non ti lasciano più andare, oltre la coltre delle finestre, dietro una foresta di spalle, una panchina fa capolino ad intermittenza. Seduto, Otto fuma immerso nel gelo. Sta immobile, sente il tempo scorrergli addosso. Amalia scende, conta i passi intorno a quell’isola d’uomo inesplorata: sembra quasi che aspetti qualcuno, chiunque abbia il coraggio di attraversarlo e capirlo. La viaggiatrice tiene le mani in tasca, si ferma mentre ricomincia a piovere forte sulla sigaretta spenta del viaggiatore, apre l’ombrello. Il cellulare le vibra nelle tasche, si confonde con le mani, «Pronto?», nel suo sguardo passa un’ombra di dolcezza. Dall’altra parte della linea e del mondo una voce d’uomo incespica tra le parole: quindici anni di matrimonio solo per poterlo immaginare strofinarsi il viso invecchiato per noia. Come spieghi ad un uomo che gioca a scacchi con la morte che se non ti tiene, ti perderà? Come lo dici ad un uomo così che il tempo lentamente sta divorando anche voi? Come glielo dici che non sai più come amarlo? Amalia soffoca i pensieri nel cemento della banchina, li annega di nuvole e risale sulla sua vita, un gradino alla volta. Otto apre gli occhi: si chiede come una schiena dalle spalle gracili possa resistere agli urti del mondo. Annusa l’aria, il naso appoggiato al vento, spegne la sigaretta con la punta del piede, tossisce, forse nevicherà.

Binario 2-6

Le tre e trenta. Il tempo sui treni scorre in modo diverso, come se avesse di meglio da fare piuttosto che andare a far visita a qualcosa che corre e s’affretta e ugualmente non gli sfuggirà.
Otto lancia un’occhiata distratta intorno a sé.
Non è che sia poi nemmeno così tanto importante, l’ora, quando si è su un treno: si impara a farsi bastare gli arrivi e le partenze, il che è tutta un’altra cosa.
La viaggiatrice ha cambiato posto all’ultima fermata. Sembra che ogni tanto non possa fare a meno di approfittare dei vuoti, inventando un nuovo e instabile equilibrio: il movimento dipinto nel movimento, un’oscillazione di pendoli e mine antiuomo. Continua da quando l’ha vista montare in carrozza, piccola piccola a confronto della valigia tanto grande. Che fosse vuota, ha pensato, perché è inconcepibile che due mani tanto dolci possano maneggiare un bagaglio di quelle dimensioni, se pieno. In ogni caso, Otto ha voltato lo sguardo, senza fingere nemmeno il gesto di cortesia di alzarsi per aiutarla a sistemarlo.
Ora la donna è seduta nel gruppo di sedili successivo al suo, dal lato opposto del vagone. Le vede poco più che la spalla destra contraria al senso di marcia, il braccio piegato, le mani che con un rituale particolare sfogliano le pagine di un libro. Distende l’indice sotto la pagina successiva, sfrega con il pollice l’angolo superiore al confine con il mondo non-scritto e salta al foglio seguente. A vederla leggere sembra che le cose non possano andare altrimenti, che sia tutto sempre un salto tanto dolce e ovvio, e sempre tutto continui e abbia senso.
Fuori dal finestrino si vedono campi di colori diversi incrociati a mosaico.
Otto si guarda le mani. Sanno essere ancora delle belle mani, nonostante la nebbia, il freddo, il fumo e i suoi 42 anni. Sul mignolo sinistro resta la cicatrice di quando da bambino ha aiutato il padre a raccogliere i pezzi dello specchio infranto sul pavimento.
«Sono sette anni di disgrazie.» gemeva sua nonna, lasciando ragionevole spazio al dubbio che in tutta quell’esasperazione si nascondesse del vero spavento.
Otto si ricorda perfettamente, riflesso prima del disastro. Le iridi nere che colpite dal sole sembravano finalmente distinguersi dalle pupille, i calzoni fino al ginocchio e le calze, poi, a coprire tutti gli stinchi. Pronto per uscire. E in un attimo, senza potersi aggrappare a nulla, lo specchio si era accasciato sul pavimento. Nessuno era mai stato in grado di capire il perché.
La viaggiatrice ha posato il libro sulle gambe. Chissà a cosa starà pensando. Indossa un vestito color malva.
C’è una cosa in realtà, a proposito dello specchio, che Otto ancora non sa spiegarsi. Quello che ricorda del suo riflesso, l’ha in mente anche dal momento successivo al crollo. Per qualche istante, mentre aveva visto sciogliersi il vetro e svelare la nudità della parete, si era visto ancora lì. Con i suoi otto anni, i capelli a spazzola e le calze lunghe. Si era fissato, senza lo specchio di mezzo. Era lì.
Stazione.
Il ricordo deve essersi mangiato molti più minuti di quanti pensasse. Ma si è detto, il tempo sui treni non sa avere pietà.
Sale un uomo distinto, uno di quegli uomini che potrebbero indiscriminatamente essere banchieri o avvocati e che sono sempre sicuri di sé. Individua i posti liberi, si siede di fronte alla donna. Otto sorride. Qualcuno ha distrutto la sua quiete. Un tempo, forse, l’avrebbe fatto anche lui.
Il treno lancia tre sbuffi, è il segnale, la gara fra le rotaie riprende.
Otto guarda i due compagni di viaggio. Lei sta aspettando di essersi allontanata abbastanza dalla terraferma della banchina per poter riprendere a leggere, intanto guarda fuori dal finestrino. Sa che non aspetta altro se non la pace delle sue parole.
All’improvviso sussulta, si porta le mani al viso, il libro cade a terra e si chiude in modo strano, come a volersi proteggere.
«C’è un uomo» sussurra, «un uomo corre accanto al treno.»
L’altro solleva lo sguardo, incrociando di sfuggita il nero confuso degli occhi di Otto:
«Non si preoccupi, presto ci sarà una galleria.»

Disegno Priscilla Buongiorno

Binario 3-5

«Permesso.»
«Scendiamo tutti, giovanotto, è inutile spingere.»
Ad ogni fermata è costretta a distrarsi. È come se il sipario sul mondo fosse ora finalmente pronto a riaprirsi, dopo essere stati spettatori per ore di uno spettacolo privato, sbirciato nell’attesa. Grandi applausi.
Il viaggiatore, sollevando piano le spalle, ha rinunciato a ribattere alla signora anziana, così ha pazientemente preso il suo posto nella processione dietro ad un cappotto imbottito marrone, un po’ sbiadito.
Lei l’ha visto scendere a tutte le fermate principali, quelle dove la pausa consentita è sufficiente a fumare una sigaretta. Ha una sua sacralità, nel modo di muoversi per arrivare alla quiete. Poi, sopra ogni altra cosa questo è l’aspetto affascinante, non appena porta la sigaretta alle labbra chiude gli occhi. Seduto, fisso, davanti al treno, come una statua che sbuffa nel gelo. Nient’altro. Stringe un foglio nella mano sinistra. Sembra un’alga che piano ondeggia fra le grinfie dell’uomo di bronzo, qualcosa del genere, in grado di sconfiggere la staticità da cui emerge senza però giungere a scalfirla. È un gioco di sopravvivenze e stenti, e la carta sembra avere la meglio.
Amalia guarda, attenta. Tutto si muove intorno all’uomo, tutto vortica e s’affretta, eppure questo è quello che si vede: che c’è un tale che fuma immobile e solo il vortice grigio di fumo e un foglio che sventola hanno il coraggio di farlo sembrare vivo. Davvero, è un grande spettacolo, ma non ci sono mani per gli applausi. Ogni cosa, adesso, resta a metà.
Amalia sente che deve esserci qualcosa, in lui, deve esserci di sicuro, si dice, qualche motivo nascosto per cui fumare davanti ad un treno ad occhi chiusi, con una calma tanto liturgica, senza temere una partenza improvvisa. Amalia sente e sa che se il treno dovesse partire senza di lui, o senza di lei, tutto sarebbe perduto. O rovesciato. Inizi e fini si mescolerebbero come in uno di quei giochi dove devi trovare la copia giusta di un’immagine. I viaggiatori girano in continuazione carte, e ogni mossa disegna un futuro e forse tutto è un immenso trucco: qualcuno è sicuro esista il riflesso corretto?
Ripensa alla noia verso cui sta tornando: sua figlia in camera al computer, il marito che torna la sera tardi e mangia troppo in fretta, senza prestare attenzione all’unto che gli resta sul mento. Arriva un momento in cui non ci si preoccupa più di pulirsi la bocca, in un matrimonio. Amalia sospira. Non è sicura sia sempre e del tutto un aspetto negativo. È quello che ha scelto dall’amore, quello che l’amore può dare sulla Terra. L’imperfezione.
Ha freddo. Scosta la tendina blu per provare ad esporsi un po’ di più ai raggi del sole, ma la luce muore fra le nuvole, ed è costretta a vestirsi. «Si muore sempre di freddo su questi affari.» pensa, per poi correggersi: «Quando non si muore di caldo.»
Non deve mancare ormai molto alla partenza, tutti i viaggiatori sono già saliti. Ma là fuori, ancora con calma, il viaggiatore porta ostinatamente la sigaretta alle labbra. Amalia si siede più rigida e nervosa, mette a posto i fogli sparsi che ha sul tavolino davanti a sé, come se quello stia a significare che è pronta a partire di nuovo, che è ora di muoversi. Poi si ricorda che lui tiene gli occhi chiusi. Ogni gesto che ha disegnato è stato inutile, come gridare alle spalle di un sordo di fare attenzione al gradino. E fu così che il sordo cadde.
Quando guarda nuovamente fuori, vede con sollievo che s’è alzato e si avvicina alla scaletta. Cammina scomposto, in fretta, lo immagina mangiarsi i tre gradini con due soli passi, senza simmetria o rispetto alcuno per le cose.
Entra nel vagone, china lievemente il capo, come a salutarla. Amalia ricambia il gesto di cortesia. Puzza di fumo, ma ha delle belle mani, pensa.
E si riparte.

Binario 4

Otto mette la mano nella tasca interna del cappotto, uno di quei gesti tranquilli che dovrebbero limitarsi a risolvere l’ingombro degli arti e nient’altro. Ma non oggi. Oggi il treno corre e nella tasca non c’è riposo, solo qualcosa che al tatto ha la fredda rigidità dei relitti e dei frammenti.
Indugia un po’, estrae la condanna, finge un sospiro di sollievo quando vede che è una bolletta, e le bollette non possono fare alcun male, il mondo crolla quando riconosce ancora una volta la scrittura minuta di lei. Si ferma ad osservare le parole, la sua quiete in frantumi, le unghie che lo graffiano per riportarlo dove non tornerà. Non si può sempre pretendere di prendere un treno senza morire.
La carta si fa macigno. Otto la soppesa. Un po’ sprofonda, a ruoli invertiti: è il foglio la vera bilancia, lui può solo pendere.
Legge.

Tu avresti potuto capirlo, il mondo al di qua,
Dalla parte implorante e sconfitta,
Quella, in definitiva, della sabbia ancorata
Accucciata sui piedi
Che mai sarà salvata.
Avresti potuto comprenderlo, credo,
Ma l’attesa m’è morta sulle ciglia
Come insetto su ragnatela.
E tu, ignaro ragno, impassibile
All’eco dei piatti in terra
Ora ascolta: ogni petalo che cade
Muto grida dolore. Fa spavento.
Ma dico invidiabile l’unicità di quel volo.
E non c’è, oggi, casa alcuna da ritrovare
Seguendo i cocci nostri rotti.
Ribaltiamo le fiabe, a noi senza pubblico
È sacrilegio concesso: gli animali
Non cancelleranno le cicatrici
Né noi le seguiremo verso il rifugio.
Oggi ogni passo con infinita
Calma riscrive un addio.
Se solo tu potessi fermarti a capire…
Chi sta spingendo il treno?

Binario 5-3

La viaggiatrice sta seduta nel vagone ristorante, ha i capelli lunghi ad onde grigie, come se avesse appena sciolto una treccia troppo stretta.
Ha degli occhiali spessi, un vestito malva, un libro aperto e l’aria di chi è sordo al mondo.
I suoi pensieri colmano la carrozza con considerazioni inattuali sui moti oscillatori e la stabilità di tavoli e piatti; forse una volta ci avrebbe riso su: camerieri volanti e quaglie intere che atterrano sui cappellini delle signore di prima classe. Amalia fa un respiro profondo, si aggrappa a pensieri più concreti, solidi e leggeri come boe: il lavoro, le piante da annaffiare, il bucato, la bici di suo marito su cui lui non la porta più.
Il treno dà uno scossone più forte, il libro le scivola di mano, lo prende al volo e solo un foglio oscilla nell’aria. È ingiallito, liso, piegato in quattro, danza come se fosse legato a un filo: una giravolta, si posa, s’addormenta ai piedi del gentiluomo seduto di fronte a lei. È Otto a raccoglierlo e mentre prende quella pagina strappata con crudeltà Amalia risale lungo la figura dello sconosciuto: le mani, il cappotto pesante leggermente gualcito sui bordi, fino alla sciarpa grigia, la barba troppo lunga, gli occhi color cioccolata fondente, i capelli colorati d’argento.
Un osservatore attento avrebbe potuto vedere la viaggiatrice andare alla deriva, perdere la presa sulla sua tiepida quotidianità e percorrere i lineamenti di un viso tracciato a matita ed affetto sul foglio logoro. Percepirne il tremito lieve, la minuscola disfatta, la resa.
Un osservatore attento avrebbe capito che lei non è brutta, ma rotta. È un vaso di coccio caduto in frantumi, vittima della lotta sleale tra un amore disperato ed una paura tiranna. In un angolo, scritta in piccolo, una sola lettera: R. Chiudere gli occhi ora non le servirà, Amalia lo sa bene e resta immobile, non batte nemmeno le palpebre, dentro sta accucciata in un angolo, sente le lacrime scendere al contrario. R. era stato la sintesi di tutto, la direzione lungo la quale far danzare le sue angosce e tutte le debolezze. Dopo R. aveva imparato a piangere all’interno, finendo per affogare.
Aveva vent’anni, lui cinque di più. Si erano vissuti accanto per mesi, riempiendo gli stessi spazi, perfettamente sconosciuti: esiste amore più stupido di questo? Eppure quando vedeva lui, Amalia fioriva. Una metamorfosi straordinaria, come luce liquida in corsa nelle vene: la rendeva felice come un coniglio di pezza stretto tra le braccia. [Felice in un modo che non era pericoloso e tormentato, insomma felice e basta.] Parlava poco, R., ma dentro il suo silenzio Amalia era capace di attraversare oceani di tempo, di ritrovarlo seguendo il profumo del suo tabacco, il suono della risata sommessa in mezzo ai rumori ovattati di una biblioteca.
Giorno dopo giorno la viaggiatrice aveva combattuto una battaglia persa con il suo cuore codardo -domani, domani andrò da lui-, finché, d’un tratto, R. se n’era andato.
Aveva impiegato ogni energia per non pensare alla sua assenza, aveva soffocato la sua vita, schiacciata tra gli impegni e l’affetto di un uomo paziente che aveva imparato a farsi bastare. Otto, seduto al tavolo accanto al suo, d’improvviso le ha ricordato che l’amore può invecchiare: ha gli stessi occhi grandi, l’odore, il naso largo di R., incastonati in un volto che gli somiglia troppo per essere il suo. È come guardarlo attraverso decine di specchi, uno per anno: il suo passato tornato a chiederle dove stia andando così di corsa, sempre in corsa come un treno lanciato sui binari in una direzione obbligata. Sospira, Amalia, rigira in tasca la fede che non porta mai e guarda il viaggiatore: accanto alle sue posate c’è un foglio stampato ricolmo di numeri sterili e di una scritta blu molto più umana. Otto vi posa distrattamente la mano, per poi ritrarla di scatto e guardare fuori dal finestrino con un’espressione tesa. Amalia sorride, un fiore dai petali rosa che non aveva programmato: dopo quindici anni di abitudine a un uomo troppo allegro e luminoso per capirla aveva dimenticato il brivido della spontaneità. L’uomo è pensieroso, le sopracciglia folte si addensano come nuvole prima del temporale sopra a laghi di notte. Il treno frena di colpo e un cameriere ondeggiante porge al passeggero un menù, Amalia guarda le dita lunghe, le unghie corte, qualche macchia di nicotina: chissà se quelle potrebbero essere le mani giuste per i suoi nodi.
«Signora, vuole ordinare?», «Sì, grazie: un caffè lungo, latte freddo a parte.»

Binario 6-2

Otto si schiarisce la voce e il fiato disegna una nuvola davanti a lui.
Il treno è fermo: il rumore degli ingranaggi che galoppano ha qualcosa di magico. Può tenerti sveglio o cullarti nel più dolce dei sonni, ma quando scompare si lascia dietro un silenzio assordante. La viaggiatrice seduta sul sedile di fronte al suo dorme, un ciuffo di capelli grigi le copre la fronte ma la bocca semiaperta la fa somigliare ad una bambina. Otto si sente improvvisamente goffo nel tentativo di far scivolare il suo cappotto pesante giù dalla cappelliera senza svegliarla. I sogni lo mettono a disagio: non ne ha avuti mai, il suo è un riposo buio da guardia giurata. La sua ora è una grande responsabilità, è una sentinella silenziosa, seduta sul limitare del sonno di una sconosciuta a proteggere territori di cui non conosce le strade né la storia.
Un colpo di tosse gli scuote le spalle, un altro, uno ancora, riprende fiato come un annegato e impreca mentalmente. Con le mani che tremano fruga le tasche alla ricerca del suo pacchetto di Nazionali, rigorosamente confezione morbida: uno scontrino, spiccioli, una gomma da masticare ancora incartata. «Merda.», borbotta tra sé, ricorda l’ultimo litigio con la sua donna, le sigarette buttate nel camino, gli insulti, il piatto di pasta scaraventato a terra.
Aveva semplicemente preso il primo borsone che aveva trovato, l’aveva riempito, impermeabile alle sue urla. Era riuscito anche ad ignorare il silenzio ferito quando, poi, gli aveva porto il cappotto, in piedi accanto alla porta. Non c’erano stati baci d’addio da cui tornare e ora ad Otto non resta che guardare fuori e fuori non c’è niente. Un orizzonte piatto di erba troppo congelata per oscillare al vento che soffia timido. Grigie le nuvole, grigia la brina. «Fa troppo freddo anche per nevicare, in questa campagna inutile.» Contro il cielo non si vede che una linea sottile, Otto chiude gli occhi per un minuto o forse mezz’ora, li riapre dentro uno sguardo nocciola che lo fissa dall’altra parte del finestrino. È incastrato in un viso minuto, pallido, incorniciato da una massa di capelli castani; ha braccia magre dentro una pelliccia troppo lunga, le gambe nude. La ragazzina scruta le guance dell’uomo ispide di barba, gli occhi scuri e le rughe che li fanno burberi; il suono della sua risata si scontra contro il vetro, ma Otto riesce ad immaginarne il tintinnio. Le labbra bluastre e sottili formano una O e il vetro si appanna, un dito appuntito traccia con una grazia da fiocco di neve poche lettere in stampatello: oaic. All’esterno l’alba ha solo il suono di un respiro leggero, in attesa; all’interno il viaggiatore sorride, un sorriso silenzioso e giovane.
Con una nuvola di fiato disegna un cerchio di quaderno e con le dita ingiallite dal fumo scrive un tremolante ciao. Una piccola mano su un vetro gelato, una grande mano su un vetro freddo possono quasi sentire il reciproco calore. Può quasi immaginare di parlarle, di capire cosa ci faccia una ragazzina pelle e ossa in mezzo alla campagna.
Uno scossone, il treno manda tre fischi neri, le mani scivolano l’una sull’altra, senza trovare un modo per dirsi addio. Otto chiude gli occhi, resta sul palmo una puntura, nemmeno un dolore, un fastidio da niente, come un granello di ghiaia.
A svegliarlo, d’improvviso, è la voce dura del capotreno che frana dall’altoparlante sopra la sua testa. Di fronte a lui, un paio di occhi nocciola, grandi, familiari: sono più tristi di come li ricordava, separati sulla fronte da due righe profonde, scavate dai polpastrelli del tempo. Col suo primo sogno, ha sognato di lei: è una cosa che, in un mondo clemente, si potrebbe dire. Potrebbe posare la mano su quella di Amalia per scoprire l’effetto che fa, da sveglio. Invece le sue dita riposano inutili su una coscia, solo il suo sguardo percorre avanti e indietro la figura della donna. Sembra legata da catene invisibili, forse vorrebbe davvero correre lungo i binari, disperatamente, fino a sentire bruciare i polmoni e sdraiarsi sull’erba gelata; sotto il vestito leggero indovina le sue gambe, lunghe e snelle. Con gambe così, dopotutto, anche uno come lui potrebbe arrivare ovunque e lasciarsi cadere. Per due gambe così.

Binario 7-1

Il treno fischia e frena. All’apertura delle porte Otto è il primo a posare il piede sulla banchina. Non si guarda nemmeno intorno, tra le labbra ha una sigaretta fatta a mano col tabacco e le cartine prestate da una ragazza con un tatuaggio sul viso. Dieci passi sulla destra e si rifugia sul confortevole gelo di una panchina di ferro: è tutto previsto e calcolato, come le tratte sempre uguali, come il volto che non sembra invecchiare riflesso dentro a un finestrino. La viaggiatrice scende, guarda il cielo plumbeo e una goccia pesante le colpisce una guancia. Una, due, tre, decine di gocce in picchiata sulle spalle dell’uomo che inspira fumo e ricordi ad occhi chiusi. Amalia si strofina le braccia, la tranquillità rassegnata del viaggiatore somiglia a quella con cui lei respira temporali notturni, vegliando una casa vuota: la attira, in trappola, come un satellite lungo sua orbita.
Otto ha chiuso fuori il mondo, mentre a lei pesa nella tasca: un cellulare coi suoi mille fili invisibili la riportano all’universo lasciato indietro, a un uomo dal naso affilato, giudizi impietosi ed abbracci grandi che non riesce a mancarle.
Diluvia, la viaggiatrice si ferma, si siede accanto ad Otto, in mezzo alla nebbia grigia che avvolge la stazione apre un ombrello arancione brillante: il viaggiatore apre gli occhi lentamente, sorpreso dall’improvvisa tregua, osserva il profilo della donna accanto a lui, naso dritto, pallore spettrale, mento appoggiato ad una mano, sguardo fisso sul treno.
«Grazie.», mormora. Ha una voce profonda, calma, «Prego, è un tempo matto.», lo guarda appena, «Parte o torna?» La domanda resta sospesa tra di loro, un filo rosso.
Amalia ride di cuore «Ancora non lo so.»

Ritorno

Disegno Elena Galofaro

di Eleonora Alimenti ed Eleonora Daniel

disegni di Priscilla Buongiorno ed Elena Galofaro 

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Maggio sono stati scritti a quattro mani e due menti, l’una specchiatasi nell’altra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...