iel e iul – Miriam Fragomeni & Andrea Villa

Lei.
Leggevo Medea, in quelle sere. Le sere prima della verità.
Erano quelle notti – notte dentro e buio fuori – in cui star sola faceva troppo male e il picchiettare dei pensieri contro le tempie si faceva incessante. Tic tic-tic tic. Credevo di impazzire.
Ne avevo una versione un po’ ingiallita, dei tempi del liceo; con le orecchie in alto e degli strani ghirigori a graffite grigia sui margini. A sinistra, in greco antico, c’era la grafia precisa ed elegante di un Euripide che, concatenando insieme strani aoristi irregolari – ed ellissi del verbo e figure retoriche che tanto non riuscivo a riconoscere – buttava sulla pagina il fallimento, l’inadeguatezza, la follia e il rimorso che un sol corpo poteva sostenere.
C’era tutta quell’iperbolia di sentimenti empatici che l’antica civiltà greca rincorreva. Amava troppo, sentiva troppo, Medea.
E poi, la perdita dell’orizzonte valoriale e la manchevolezza, l’efferatezza: ignobile, disdicevole, squilibrata.
Fino a quando un uomo rimane uomo? Medea, no, non lo era più. Si era alienata dalla sua stessa essenza umana, lei. Amore e follia l’avevano strappata.
Ero Medea in quelle sere. Ero il reietto, ero un grido di abbandono che cadeva nella notte e non riusciva a risalire.
Era buio, in quegli angoli sordi. Solo lo stridio che fa un treno quando arriva nella stazione sbagliata.

Lui.
Ero in macchina ed era sera.
Sapevo di essere in ritardo. Quando il semaforo decise di arrossire, presi la via a destra. Forse così avrei evitato il traffico della via principale.
Non fu così. Poco dopo aver svoltato, mi trovai bloccato in una fila di macchine urlanti. Poco più avanti un motociclista era caduto. Era piovuto e l’asfalto era liscio come l’asfalto dopo la pioggia.
Anche la mia macchina vibrò di suoni: imprecazioni contro il motociclista, insulti al comune che progettava strade così strette e bestemmie rivolte a Dio, per aver creato la pioggia. Sarei arrivato in ritardo, proprio quella sera.
Dopo un intenso match tra piede sinistro e piede destro (il destro calò sul pedale centrale molto più spesso), giunsi sotto il mio condominio. Abbandonai l’auto in un parcheggio riservato ai residenti e corsi verso l’ingresso, senza nemmeno chiudere la macchina.
I citofoni emanavano una fragile luce al neon. Con lo sguardo cercai il mio cognome e premetti il tasto vicino. Lo premetti ancora, dopo qualche secondo, ma mi pentii subito della scelta fatta. Ora, lei, probabilmente già votata al dio della rabbia, avrebbe compiuto un sacrificio in suo onore.
«Chi è?» Il tono era inequivocabile. Impazienza e irritazione erano le sensazioni che la voce mi aveva trasmesso, nonostante il forte effetto robot dato dal mezzo meccanico.
«Sono io, scusami, amore»
La risposta fu il cancelletto che si apriva.
Ora camminavo lentamente; lei sapeva che ero arrivato. Io, però, non volevo arrivare. Non ancora. Non presi l’ascensore. Ogni gradino segnava la formulazione di una serie di frasi sempre più accomodanti, per ammorbidire l’animo spigoloso della donna che mi attendeva nell’appartamento. E il gradino successivo segnava il cestinamento mentale di quelle frasi patetiche.
Arrivai di fronte all’ingresso e bussai. Dall’interno nessuno venne ad aprire. Tirai fuori le sue chiavi e feci tutto da solo. Brutto segno.
Il corridoio dietro la porta era buio. L’unica fonte di luce proveniva dalla cucina; lì si sarebbe compiuta la battaglia.
Una volta entrato, non guardai la donna seduta al tavolo apparecchiato, ma mi concentrai sulla mia svestizione. Appoggiai la valigetta. Mi tolsi le scarpe. Mi sfilai la giacca. Allentai la cravatta. Mi tirai su le maniche della camicia.
Dopo non avevo nient’altro da fare, se non sollevare lo sguardo su di lei.
«Scusam…»
«Non parlare!»
«Non è stata colpa mia, il capo mi ha trattenuto»
«Ti ha trattenuto? Come è possibile che ti trattenga sempre? Senza darti un euro in più?»
«Amore, sai come funziona»
«No, non lo so, è questo che stai pensando? Io non ho mai lavorato, giusto?»
«Non ho detto nulla del genere!»
Lei non rispose. Si limitò a guardarmi, con occhi severi. Mentre parlavamo, me ne stavo in piedi, di fianco al frigorifero. Avevo freddo ai piedi e continuavo a perdere l’equilibrio perché mi strofinavo il destro sul sinistro.
«Dove sono le ciabatte?»
«Ah, non so, non le trovo più»
«A te non importa tirare su tutto lo sporco con quei tuoi piedi bagnati di sudore e poi salire sul divano, no?»
«Amore, forse stai esagerando»
Cercai nella scarpiera qualcosa che potessi usare come ciabatte. Trovai solo delle pattine da mettere sotto le piante dei piedi. Mi mossi per la stanza, strascicando i passi. Cercavo di abituarmi a quella nuova realtà di serpente. Ero goffo nei movimenti, me ne rendevo conto. Forse era l’occasione per strapparle un sorriso e per farmi perdonare. Resi ancora più evidenti le mie movenze maldestre e di tanto in tanto le lanciavo occhiate furtive.
Il suo volto era immobile. Le labbra erano visibilmente serrate, sottili come la linea dell’orizzonte, che non si avvicina mai mentre si allontana sempre.
Mi guardò ancora per qualche istante, poi preferì girarsi verso il muro a cui era accostato il tavolo. Sapevo che era un tentativo sprecato, ma ancora ricordavo quanto lei fosse facile alla risata. C’era stato un tempo in cui bastava chiamarla amore per farla sorridere.
Decisi di abbandonare le pattine (fallimentari) e mi avvicinai ai fornelli. Erano ricoperti di pentole, piene di cibo. Migliori di me, le carote erano state puntuali nella cottura, per celebrare i 10 anni di matrimonio. Il cibo sembrava freddo; aveva atteso a lungo che qualcuno lo ingoiasse e neanche lui, ora, lo credeva possibile. Le pentole sarebbero finite nel frigo, piene marce di cibo marcio.
Percepivo la delusione del cibo. Mi avvicinai al cassetto e ne estrassi una forchetta. Ero affamato. Sollevai un coperchio ed ammirai, per qualche secondo, uno strato croccante e abbrustolito di patate. Impugnai l’arma e la piantai in un pezzo di patata in superficie. Mangiai di gusto, senza pensieri.
«Non ci posso credere! Allora lo fai apposta!» Lei aveva parlato all’improvviso ed ebbe lo stesso effetto del suono molesto di una sveglia che interrompe un sogno meraviglioso.
«Che c’hai ora? Cosa ho fatto?» Ero stordito dal gusto delle patate. Lo amavo.
«Quante volte ti devo dire di non mangiare dal piatto di tutti? Quante volte te l’ho ripetuto?»
«Ma di tutti chi? Tutti chi? Siamo io e te, te e io e basta qua dentro!»
L’ombra stava entrando in cucina, anche se le luci della casa, per niente ecologiche, proseguivano nel loro sporco lavoro.
«Cosa?» Lei aveva cambiato tono.
«Che ho detto?» Non mi rendevo conto.
Le parole sono come sassi: quando li lanci non puoi nascondere la mano e soprattutto non puoi stupirti se frantumano un vetro.
«Lo sai cosa hai detto. Non posso credere che tu mi punisca ancora per questo!»
«Ma cosa stai dicendo? Che cosa ho detto?» Avevo capito. Di colpo immagini di medici e ospedali sostituirono quelle di fornelli e patate.
Essere in due ed essere soli: ecco le premesse. Essere in due e sentire distintamente il verso delle cicale: nessuna risata e nessun litigio, solo due compleanni da festeggiare.
«Ti dà così fastidio essere da solo con me? E’ così brutto per te?»
«Io non capisco…» Avevo deciso di continuare a mangiare dal piatto di tutti. Avevo sete e aprii l’anta dell’armadietto sopra i fornelli. Presi un bicchiere di vetro e lo riempii dal lavandino.
«E’ così brutto stare qui dentro? Che preferisci fare dieci rampe di scale, solo per ritardare il tuo ingresso in questo tempio della morte? Non mi puoi incolpare per questo! Non è colpa mia»
«Perché hai tirato fuori questa storia? Perché? Io non ho detto niente!»
«Non dici niente, niente, mai un cazzo di niente! Mi ami ancora?»
Mi cadde il bicchiere di mano. Si ruppe. Sul pavimento si formò una chiazza d’acqua.
«Cazzo!» Evitando il cadavere del vetro, andai a prendere uno straccio per tamponare. Dovevo impedire che si spargesse troppa acqua. Il pavimento sembrava un campo di battaglia, acqua da tutte le parti. Cocci imbrattati d’acqua.
«Scusami, amore, non l’ho fatto apposta»
«Non chiamarmi amore, se non mi ami»
«Scusami»
Nella casa calò, di nuovo, il silenzio. Raccolsi i cocci e cominciai ad asciugare. Il pavimento non voleva asciugarsi. Continuamente trovavo nuove pozze d’acqua. Era come se l’acqua provenisse dal pavimento stesso, ferito dal vetro del bicchiere. Lei mi guardava durante la mia operazione e rimase in silenzio.
Non avevo più voglia di pulire e mi sedetti al tavolo. Fissai mia moglie negli occhi. Rimanemmo così, fermi, a lungo. Nel ticchettio del tempo, sembravamo gli unici esseri viventi del condominio, ma non proveniva nessun rumore neanche dall’esterno.
Forse eravamo gli unici essere viventi al mondo. Il fatto strano era che non importava a nessuno dei due.
Avevamo sempre visto il mondo negli occhi dell’altro e ora che quegli occhi si riflettevano a vicenda, cosa vedevano? Dov’era finito il mondo? Perché nel vuoto di lei, io vedevo il vuoto di me?
«Dove sono le ciabatte?»
«Non lo so»
«Hai fatto l’amore con un’altra donna?»
Non sapevo cosa rispondere. Pensavo alle patate che stavano, infreddolite, nella pentola.
E poi cosa ho pensato, non lo so. Non potevo sapere che sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei pensato. Avrei dovuto pensare all’odore di un pensiero l’ultima volta che viene pensato – laconico, forse. E poi olezzo di morte, o l’odore della spiaggia in autunno, quando il sole di agosto ha fatto il suo dovere.
Non so cosa pensassi. A un treno, forse. Era su un treno che l’avevo vista. Io ero capostazione di provincia, lei pendolare universitaria.
Era nato tra i fischi, l’amore, e si chiudeva tra i cocci.
Pensavo a un treno che in stazione non si ferma, che prosegue e va avanti; ha altri passeggeri da raccattare, durante il suo giro. E pensavo a un giro che continua, a una circonferenza che non si può rompere, se cambi compasso.
Glielo dissi.

disegno hannah - lui e lei

Lei.
Ricordavo sempre il giorno in cui ho scoperto l’amore, sai.
Non l’avresti detto, ma per me l’amore era stare sdraiati su un prato sotto lo stesso cielo a leggere due libri diversi, pensando di essere nella stessa storia.
Ricordavo sempre il libro che avevo aperto sulle ginocchia in quel giorno.
Non l’avresti detto, ma non è un dettaglio irrilevante. E’ come se una donna ricordasse il colore dell’abito del matrimonio, la data del parto, gli anni del figlio.
Te lo dissi, ricordi? – Che con te ero pronta ad affrontare l’avvenire.
Non l’avresti detto, ma mi sono trovata le guance rigate di lacrime. E’ uno dolore insolito – voler rivivere qualcosa che non ti sei mai data la possibilità di vivere.
Mi sono ritrovata così, a piangere una vita non vissuta, davanti a uno specchio a parete, un lunedì sera come tutti gli altri.
Mi sono seduta e ho iniziato a scriverti.
C’erano parole che sembravano essere da sempre dentro di me, aspettavano solo di essere trascritte.
Mi sono ritrovata a ripercorrere una vita, un lunedì sera come tutti gli altri, davanti a uno specchio a parete. E la luce spenta. Si vedeva solo l’ombra dell’angolo che le mie ginocchia storte stampavano sul muro.
C’erano odori che sembravano essere da sempre dentro di me, aspettavano solo di essere ricordati: quello della crema solare che ti spalmavo sulle spalle nell’estate al mare e del profumo che mi spruzzavo sul collo prima di uscire; quello della gomma della tua bicicletta e quello delle tue lenzuola.
Ti eri spruzzato il profumo che mi piaceva tanto, quella sera, lo ricordo solo ora.
L’avevi messo perché mi piaceva. Adesso ne sono rimaste poche gocce.
Ne sono rimaste poche gocce e non lo trovi più.
Non lo trovi più perché te l’ho rubato, ma non lo sai.
Mentre la mia bocca urlava e le mie orecchie scoppiavano per quelle parole stonate, il mio cuore mi imponeva di prendere con me quella boccetta nera.
Mi disse che ci sarebbero state notti in cui avrei sentito la tua mancanza.
C’erano notti – quella prima della verità – in cui mi alzavo e aprivo il tuo profumo.
Ce n’erano altre, di notti, in cui non riuscivo a capacitarmi di come avrei fatto senza di te, forse non ci sarei mai riuscita. Forse ci sarebbero state tante altre notti trascorse a rigirarsi nel letto, pensando a quello che sarebbe potuto essere, ma non è stato.
A quello che avremmo fatto, ma non faremo.
Avevamo costruito una casa con i nostri mattoni, finché non li vedemmo cadere nello stesso momento. Devastante.
Sembrava non esserci niente che potesse tenere su quella fortezza di ricordi, ma forse ci sarebbe stata, se solo avessimo cercato ancora.
Se quel giorno avessi saputo che quella sarebbe stata l’ultima volta che mi sarei chiusa la porta alle spalle, avrei lasciato lì qualcosa – una forcina, un codino, il lucidalabbra.
Penso che un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte.
E poi in autunno cademmo. Ci tenevamo su da anni, ormai.

La vita avrebbe potuto farmi prendere una via inaspettata da un momento all’altro, e poi un’altra, un’altra ancora, fino a fermarmi, un giorno, e chiedermi come ci fossi arrivata lì.
E quel giorno, se mi fossi fermata a pensare, se non avessi imboccato una strada che mi si parava davanti, sarei diventata vecchia.
Mi sarei seduta a terra, forse, e avrei iniziato a singhiozzare sommessamente. Forse qualcuno in macchina avrebbe strombazzato, qualcun’altro mi avrebbe urlato di levarmi da lì, ma io avrei sentito solo quell’incolmabile rimorso.
Mi sarei presa a schiaffi, forse. Mi sarei odiata per averti lasciato andare via. E poi, rievocandoti, un lunedì sera qualunque, mi sarei meravigliata di come ti avessi custodito gelosamente dentro di me per tutto quel tempo.
Mi sarei ricordata all’improvviso di quei capelli neri con il gel; tu e la tua monocromia nel vestire, le tue fisse mentali e il tuo sorriso; tu e i tuoi occhi che al sole cambiavano colore, la barba odiata che mi grattava il viso, il tuo basso e le tue passioni. La tua camera e il letto a castello; il poster di Einstein alla parete e le chitarre appoggiate alla libreria.
E poi quando ci sedevamo a terra, con le chitarre.
E tu suonavi, e io cantavo.
Poi io suonavo, e tu ridevi.
Sarei diventata vecchia così, con un sorriso bagnato, ingozzandomi di ricordi davanti a uno specchio.

Era a muro, lo specchio in camera. Vi si rifletteva, a figura piena, ogni acredine di solitudine. Era lungo e stretto, dall’andamento un po’ fluttuoso, con gli angoli arrotondati e una scheggiatura in alto a destra. Il vetro era rotto; si allontanava e riavvicinava con crepe irregolari, come una vecchia ballata d’amore di giravolte e casquè.
Sembrava che, da un momento all’altro, potesse rompersi e sfaldarsi, ma continuava a rimanere in piedi. Tagliava tremendamente, però, se mi avvicinavo troppo.

Ero stanca di tutto quel buio, e degli occhi che si appesantiscono e poi lacrimano. Non ero un gatto, io, ero Medea.
Ero la donna abbandonata che compare insieme a un vello d’oro e sparisce tra le efferatezza più disumane.
Se avessi avuto dei figli li avrei amati, io, però; e custoditi e tenuti stretti stretti. Non li avrei fatti tagliare con il vetro.
Li avrei messi davanti ad uno specchio, forse – una volta ogni tanto. Qualche sera in cui in televisione non mandavano film per bambini.
Avrei detto ai miei figli di scoprire chi fossero, davanti ad uno specchio. Di parlarci anche, con lo specchio. E poi, di sapere cosa volessero davvero per Natale, se preferissero la matematica o l’italiano, il libro di lettura o le tabelline, gli amici maschi o le bambine. E poi avrei detto di dire la verità, e anche di conoscerla. Che solo così non sarebbero diventati come Medea, e poi come me.

Disegno Giamblico

Lui.
Ma i figli non li avevamo, e lei covava odio.

Lei.
Ma i figli non li avevamo, e lui covava odio.

Mi avevi lasciata sola, al buio. Imprigionata tra le sbarre senza memoria dei miei pensieri che si guardano riflessi in uno specchio crepato.
Sola come una Medea abbandonata dall’amore.
Dov’eri andato, Giasone? Non lo ricordavo.
Ricordavo solamente urla, e poi lo specchio rotto; il profumo delle gocce rimaste nelle boccetta, e poi stridii di sirene nel traffico cittadino. E la sirena che si fa sempre più vicina – dannazione, cosa può essere successo ancora?
E passi su per le scale, sempre più pesanti; e poi tonfi alla porta, e il rumore metallico del campanello che rompe la notte.
Cosa volete, lasciatemi in pace, sono una povera donna abbandonata che non ha regalato semi al mondo. Sono una donna senza Dio.

Perché era sempre così buia, quella stanza?
Lo specchio mi fissava percorso dalle sue crepe, come a riprodurre una smorfia di dolore.
O forse, era la mia, di smorfia, che lui si limitava a riflettere.
Leggevo Medea in quelle sere prima della verità.
Rifletteva anche adesso, lo specchio. Dritte nei miei occhi le sbarre della cella.

E poi donne fummo: del bene oprare inette ma del male insuperabili artefici.

Io non li avevo i figli da uccidere, per farti male, Giasone. Avevo solo la tua vita: una ballata dell’amore cieco.
Ero Medea, in quelle sere.

di Miriam Fragomeni e Andrea Villa

disegni di Annalisa Castelli e Matteo Mazzucchi 

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del Mese di Maggio sono stati scritti a quattro mani e due menti, l’una specchiatasi nell’altra.

Annunci

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Il riferimento al mondo classico mi ha fatto scendere una lacrimuccia in ricordo dei tempi andati… Mi viene da pensare che questo racconto rifletta più realtà di quanto si immagini… Da ultimo sarei curioso di sapere se il racconto è stato scritto a “punti di vista specchiati”, cioè la parte di lei da lui e viceversa =)
    Ps. Belli anche i disegni!

    Mi piace

  2. Andrea ha detto:

    Grazie mille Emanuele! Hai ragione, il riferimento al mondo classico è stata proprio un’idea di Miriam davvero azzeccata; dà alla vicenda un sapore un po’ più universale.
    No, io ho scritto la parte di Lui e Miriam la parte di Lei. Però poteva essere una buona idea invertire i ruoli. Grazie ancora per i tuoi commenti!

    Mi piace

  3. miriam fragomeni ha detto:

    Grazie Emanuele per il tuo commento, ma, soprattutto, per averci letto!
    Come ha già detto Andrea, io sono Lei e Andrea è Lui, ma, poi, nella parte di lei è entrato un po’ dello zampino di Lui e viceversa. Solo così siamo giunti a metà strada.
    il riferimento a Medea, alla Colchide, a Giasone e al Vello d’Oro mirava proprio a quello: a sospebdere la vicenda in quell’atemporalità che si addicesse ad ogno situazione. Ed è proprio questo, forse, lo scopo dei classici!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...