Casa occupata da me – Andrea Villa

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Ero lì da mesi, in realtà. Abitavo quelle stanze di quell’enorme casa da molto più tempo di quanto Irene e il fratello potessero immaginare.

Non ero solo. Eravamo tanti, nascosti in biblioteca, tra spiriti di scrittori morti, autori di libri vivi. Non sapevo bene perché ci trovassimo in quella casa o forse non ne capivo la ragione profonda. Perché ero lì? Perché osservavo ossessivamente i due fratelli? Che volevo da loro? Io niente. Gli Altri, invece, sembravano trovare in loro il senso della vita, se di vita si poteva parlare.

Di nuovo, perché ero lì? Avevo questioni in sospeso, credo. Ero bloccato in una piazza, grande piazza, da cui si propagavano, come rami, mille strade. Tante vie, con tutte loro vetrine, i loro negozi, le loro possibilità di vita. E io? Come potevo scegliere dove andare senza temere, temere dal più profondo e insignificante atomo di carbonio del mio corpo, di perdere qualcosa di migliore? Migliore nel senso personale del termine. Migliore per me. Come potevo pensare che quella strada mi avrebbe recato felicità a sufficienza per sopravvivere? Forse mi preoccupavo per nulla. Ero bloccato nella grande piazza da troppo tempo; forse era morto. Sì, lo ero.

Noi, io e gli Altri, stavamo lì, giorno e notte, e guardavamo, guardavamo e ancora di più. Ogni gesto dei due fratelli era per noi oggetto di enorme interesse, come se in quel gesto fosse racchiuso il segreto dell’esistenza. Irene, giorno dopo giorno, schiavizzava le sue abili dita, le impegnava sempre più duramente nel lavoro a maglia. Per chi fossero i suoi lavori poi, è sempre stato un mistero per me. Lei non aveva avuto molte relazioni. Qualche volta un uomo, diverso dal fratello, entrava in casa, ma si capiva subito che lo avrebbe rifiutato. La cosa mi piaceva. Dopo tutti quei giorni passati in sua compagnia, più o meno, cominciavo a provare sensazioni bizzarre.

La amavo? Non credo di aver ma saputo cosa voglia dire amore. Era una parola. In passato ne avevo letto la definizione. Tutti ne parlavano di continuo, soprattutto gli Altri. Io non sapevo che dire e quindi non dicevo. Quando notai che questo appariva strano agli occhi altrui, corsi ai ripari e finsi. Fingevo da tempo di provare amore e tutti sembravano apprezzare il mio sforzo.

Con Irene era diverso. Forse quello era amore. L’ho capito quando mi sorpresi a portare, nella nostra zona della casa, i suoi lavori a maglia. Li rubavo. Lei non se ne accorgeva, credo, ma produceva molto più del necessario. Per un po’ mi sono illuso che lei lavorasse per me e che percepisse la mia presenza.

Non so come mi fossi innamorato di lei. A furia di guardarla, di osservarla, di scrutarla, me ne ero innamorato. Era come se ci conoscessimo da sempre. A volte, mi sembrava di ricordare cose di un nostro passato, vacanze passate assieme, giornate di sole trascorse mano nella mano. Un passato, tuttavia, inesistente.

Più la guardavo e più l’amavo. E più l’amavo, più volevo toccarla, averla per me. Desideravo che anche lei provasse quello che provavo io.

«Voglio parlare con lei» dissi una volta al capo degli Altri e mio capo.

«Non ci provare, chiaro?» Non mi aspettavo una reazione diversa.

«Ma perché? Sento che sarebbe un bene per lei e per me. Forse la strada…»

«Tu mostrati a lei, osa fare una cosa del genere e te ne dovrai andare. Ti manderemo via da questa casa».

Il discorso era chiuso. Io volevo infestare quella casa, forse proprio perché c’era Irene, le sue dita e il suo lavoro a maglia. Ma volevo avvicinarmi.

Un giorno mi venne un’idea. Un piano, che facesse sembrare il mio incontro con lei frutto di un banale errore. Io e gli Altri eravamo tutti in biblioteca. Erano le otto di sera. Mi allontanai un po’ da loro: nessuno lo trovò sospetto, perché io non stavo quasi mai in compagnia. Accostai l’orecchio alla porta che dava sul corridoio, quello che univa le stanze più interne alla cucina e al salotto. Non sentivo granché e allora provai a sbirciare dalla serratura. Non vedevo nulla perché la chiave era inserita nella toppa. Aprii la porta, di pochissimo, una lievissima ferita nel legno di rovere. Volevo cogliere il momento giusto per mettere in atto il mio piano: farci scoprire. Un po’ grezzo forse, ma d’impatto. Come si dice, o la va o la spacca! Ero disposto ad abbandonare la casa, cacciato dagli Altri. Irene era lì, sempre oltre quella porta. Lei rappresentava una possibilità di vita per me e perderla era stupido. Anzi no, non perderla, perché perdere contempla prima il possedere. No, soltanto mancarla, mancare Irene e la mia vita con lei era stupido.

Attraverso la ferita nella porta vidi arrivare suo fratello. Mi allontanai, in punta di piedi e tornai in biblioteca. Aspettai qualche secondo. Era il momento. Ora!

Feci cadere una sedia, da sempre compostamente sottomessa alla sua scrivania. La casa era talmente silenziosa che il fratello di Irene avrebbe sicuramente colto qualcosa. Sì, sarebbe venuto a controllare. Già me lo immaginavo, completamente terrorizzato dalla nostra inspiegabile presenza, senza parole sulla lingua e pieno di pensieri in testa. Sarebbe arrivato a momenti. Pochi secondi.

Non venne. No, e al posto suo giunse un rumore. La chiave, con un elegante avvitamento, aveva serrato la porta di rovere. Andai a controllare che il mio sospetto fosse reale. Sì, la porta era chiusa a chiave.

Non ero stato l’unico ad avvertire quel suono. Alcuni degli Altri erano accorsi a controllare. Scoprirono, con terrore, che la porta era stata chiusa e cercarono spiegazioni dall’unica persona sul posto: io.

«Che è successo?» bisbigliò uno.

«Non so, non…». Mai stato bravo a dire le bugie.

«Centri tu con ‘sto casino?» chiese il capo degli Altri.

«No, io sono arrivato qui, con voi».

«Noi eravamo di là tutti assieme, tu qua da solo. Che cazzo hai fatto? Siamo chiusi dentro?»

«Credo di sì» risposi, con un tono preoccupato e indagatore, per distogliere i sospetti da me. Non funzionò. Tutti sapevano che quello che facevamo non mi piaceva, che avrei voluto manifestarmi a Irene.

«Che hai fatto? Volevi andare dalla tua Irene?»

«Già, sei un porco!»

Decisi di non parlare più: mentire a un mare di folla inondata di rabbia era una capacità rara, capitata tra le mani dei peggiori esemplari di essere umano. Il mio destino era segnato: una volta usciti da quelle stanze, me ne sarei dovuto andare.

Be’, il piano era fallito, ma l’obbiettivo, in parte, era raggiunto: ero libero! Libero nell’animo, non ancora nel fisico.

I giorni successivi parlammo a lungo per decidere il da farsi. Gli Altri erano concordi su un solo punto: rimanere rinchiusi in quella zona della casa era impensabile. Su tutto il resto le opinioni erano varie e agguerrite. E lentamente, una dopo l’altra, furono abbattute, come al solito, dall’opinione più rozza e violenta e semplice da attuare. Era facile vivere senza pensare. «Sfondiamo la porta, andiamo di là e chiudiamo ‘sta cosa, porca puttana!» Gli altri approvarono. Era notte.

Violentarono la porta fino a quando, sfinita, decise di lasciarli passare. Ormai non era più necessario fare silenzio. Avevamo finito.

Cercammo Irene e il fratello ovunque. Erano spariti. Io cercai con loro, cercai Irene: scomparsi, non c’era più nessuno. Vidi dei gomitoli, abbandonati a terra e vidi che un filo partiva da lì e usciva di casa, passando sotto la porta-finestra. Anche quella era chiusa. La sfondammo. Dall’altro capo del filo trovai un lavoro a maglia abbandonato a terra, ma di Irene non c’era traccia. L’avevo mancata.

«Va bene ragazzi, tutti a casa. Qui abbiamo finito!» disse il capo deli Altri.

«Ma capo, bastano le riprese che abbiamo fatto?» ribatté uno di loro.

«Cazzo sì, abbiamo ripreso tutto, ogni cosa. Siamo qui da mesi a filmare ‘sti due tizi assurdi che non fanno altro che cucire e leggere. Montiamo e stop, reality finito».

«Ok, capo, a domani allora!»

«E tu, sei licenziato». Parlava con me. Ero senza lavoro, di nuovo al centro della piazza.

 

Irene e il fratello, in onda martedì sera, su Real Time.

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di Andrea Villa

disegni di Priscilla Buongiorno

ispirato al racconto La casa occupata di  J. Cortazar

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del mese: febbraio vogliono far rivivere personaggi secondari, spesso rimasti senza possibilità di parola.

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Davvero complimenti!!! Avrei tante cose da scrivere ma la sostanza è proprio questa: complimenti! Un bel racconto, che si legge agilmente, che sorprende e diverte! Ho riso da solo in metro quando sono arrivato alla fine. Per ringraziarvi dei minuti spesi bene nel viaggio di ritorno da Milano non posso far altro che parlare bene di voi dove e quando mi capita. Sappiate che starò in vostra compagnia appena potrò d’ora in poi!

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    1. Grazie Emanuele!
      Fra poco usciranno i nuovi racconti, non vediamo l’ora di sentire il tuo parere!

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