Bill – Ambrogio Arienti

Bill è un uomo corpulento, sfiora i novanta chilogrammi di peso ed è alto un metro e ottantasette centimetri. E’ diventato calvo attorno ai trent’anni e la sua pelle ha perso prematuramente elasticità e morbidezza, con ogni probabilità per colpa del suo smodato amore per la birra e per la discreta passione che nutre per le sigarette. Vive in una piccola e sperduta località del Michigan e non ha mai sentito la necessità di varcare le soglie della sua città. Ha sviluppato il suo unico reale interesse fin dall’età della adolescenza, tempestando la sua butterata ed ingiallita cute di quelle che adora definire piccole opere d’arte. Per essere precisi, ha lavorato in un cantiere edile per un paio d’anni, guadagnando così quanto gli serviva per finanziare l’acquisto di una macchinetta per tatuaggi. Ha svolto poi diversi esperimenti sul proprio corpo, utilizzando quella striminzita pelle come una preziosa tela, da buon pittore, marchiando ogni centimetro del suo essere con inchiostro indelebile. Il tratto con cui ha delineato il suo primo tatuaggio, un piccolo teschio che ha impresso sul proprio quadricipite destro, era incerto e tremolante, ma non se ne vergogna assolutamente. E’ sicuro del fatto che il sentimento che ha animato la sua mano allora inesperta era puro e cristallino, non lo nasconde perchè è ben cosciente del fatto che la sua abilità non è poi così migliorata, malgrado un ventennio d’esperienza. Riconosce d’avere una attrezzatura discutibile, sa di avere una tecnica terribile e dovrebbe essersi reso conto del fatto che il suo modesto emporio è sporco, fatiscente, orrendamente piccolo. Tuttavia è sinceramente felice e sembra che a Bad Axe, nello stato del Michigan, diverse persone riescano ad apprezzare la sua arte. Ha tatuato ogni membro della sua famiglia, dal più giovane dei nipoti al vecchio nonno. Il particolare che più lo ha emozionato nel corso della sua esistenza è stato il sorriso un pizzico forzato che la madre gli ha dispensato dopo essere stata artisticamente marchiata. Le ha tatuato una dolce farfallina sulla spalla sinistra e lei sembrava così felice, così riconoscente. Bill non ha bisogno di molto denaro, riesce a farsi bastare quel poco che guadagna in negozio. Non ha mai pensato di svolgere un lavoro, è sicuro d’essere un artista e lo crede nella maniera più genuina possibile, senza alcuna pretesa di successo e mostrando la felicità che sgorga in lui ogni volta che riesce ad accontentare i propri clienti, sorridendo ad ognuno, puntualmente. La sua grezza pratica è sempre carica d’una solennità sacrale. Una volta è riuscito a commuoversi dopo aver tatuato una L sull’avanbraccio sinistro di una ragazza. Le lacrime hanno demolito la sua corpulenta e massiccia figura, smascherando la sua parvenza di burbero energumeno. Ha pianto perchè persino in una banalissima lettera ha ritrovato il suo stile, per lui inconfondibile, per quanto mediocre.
Ma qualcosa questa sera ha turbato la sua esistenza, qualcuno ha scompaginato il semplice andamento del suo flusso vitale. Ha incontrato un uomo davvero curioso in un pub, mentre si apprestava a divorare un doppio cheeseburger con patatine. Il forestiero indossava una sorta di felpa nera piuttosto sfatta, aveva dei capelli corvini mossi e disordinati. Inoltre era truccato, pur essendo un uomo, tra l’altro un uomo piuttosto avanti con l’età – avrà avuto suppergiù una cinquantina d’anni. E’ stato lui a rompere il ghiaccio, il vecchio Bill. Hanno parlato per pochi minuti, ma qualcosa lo ha letteralmente fulminato e non gli sta permettendo di dormire. Lo sconosciuto parlava con un tono basso e vacillante, le sue parole si rincorrevano irregolarmente, lasciando spazio a pause non giustificate. Esprimeva sinteticamente ogni sua idea, cercando di centellinare le parole. Hanno parlato di tatuaggi, s’intende. E’ impossibile non farlo, vista anche soltanto la tarantola enorme e stinta che abbellisce la calva nuca di Bill, con tanto di ragnatela annessa e dislocata lungo tutta la zona del cranio. Ma è accaduto qualcosa di nuovo, forse irripetibile. Qualche parola nel discorso di quel forestiero truccato deve averlo colpito in profondità e la sua vita, solo all’apparenza schematica e noiosa, ne ha profondamente risentito.
– Ti piacciono i tatuaggi?
– E’ la domanda che mi sono fatto prima quando ti ho visto, non lo so. Non mi sono fatto una idea precisa.
– Io nella vita faccio tatuaggi.
– Dev’essere un bel lavoro.
– Non è un lavoro, è un’arte.
– Ci hai fatto caso che ormai nessuno più lavora e che tutti quanti invece fanno qualcosa di artistico?
Bill non fa tatuaggi per denaro, né lo fa per compiacersi. Segue un viscerale istinto che lo ha sempre spinto a disegnare, disegnare irripetibili linee incancellabili sul corpo dei suoi clienti. Non è stato ferito nell’istante in cui ha sentito quelle parole, ma ha pensato d’essere stato collocato in un universo di cui non vuole far parte e di cui non fa parte. Il suo non è un lavoro, è un’arte. La sua arte non ha bisogno d’essere pienamente riconosciuta. Il suo desiderio è quello di poter posare l’ago su morbida pelle, dando sfogo ad un vero e proprio bisogno. Vuole solamente sentire la riconoscenza, il valore che reputa più importante. Deve essere riconoscente a sé stesso e per questo continua con il suo lavoro, fregandosene pienamente dei possibili problemi economici ed eliminando qualsivoglia bisogno che non sia fondamentale ed inoltre deve avvertire la riconoscenza delle persone che gli stanno intorno e che chiedono d’essere affrescate. Il più timido dei sorrisi può bastare, il minimo accenno di complimento lo gratifica. E’ un uomo semplice, per certi versi. Eppure quella velata insinuazione lo ha colpito.
Attualmente decine di pensieri abitano la sua mente. Forse si sta sbagliando. Forse si sta illudendo, pensa d’essere un artista ed è solo un mediocre, rozzo e fastidioso cretino assorto nelle sue sciocchezze, nelle sue ottuse sicurezze. Imbratta la pelle delle persone, estorce denaro e finge persino d’essere buono, lui che chiama arte pura quella roba. Non riesce a dormire. Ha completamente sfatto la branda, non si è nemmeno accorto della soffice caduta del cuscino durante uno dei suoi movimenti, tant’è che ora quell’ammasso di gommapiuma giace a terra, dimenticato. Poi ha deciso di alzarsi, raggiungere la cucina e concedersi un goccio. Gli ci è voluto davvero molto tempo per ricostruire il mosaico del suo equilibrio interiore, complice forse la sua intelligenza non brillantissima. Il suo è un impiego, pur senza troppe pretese accetta denaro ed ha un negozio, nonché una formale licenza necessaria a qualsiasi tatuatore. Chiunque pensi d’essere un piccolo artista nel suo mestiere probabilmente si sbaglia, s’illude. Tuttavia, segretamente, penserà sempre d’essere unico nel suo genere. Il suo tratto, tremolante ed incerto, è marca indelebile di unicità. L’inchiostro stinto che inocula sottopelle ad ogni cliente è il suo, non quello di altri. Ha assemblato la macchinetta partendo da pezzi di bassa qualità e lo ha fatto da solo, sforzandosi e riuscendo nel suo intento. La logica gli impone di riconoscere il suo statuto di lavoratore, ma rimarrà sempre e comunque un artista, illogicamente e legittimamente. Bill è un vero artista.

*racconto ispirato al tatuatore che compare attorno al cinquantesimo minuto del film “This must be the place” di Paolo Sorrentino

this must be the place

di Ambrogio Arienti
disegno di Giuditta Fullone

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del mese: febbraio vogliono far rivivere personaggi secondari, spesso rimasti senza possibilità di parola.

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