I primi e l’ultimo amore di Stefano Roi – Fepa

Una donna esiliata in due parole: “Stefano, ch’era un ragazzo serio e volenteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e remunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, I PRIMI AMORI: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi più insistente.

I suoi occhi ondeggiavano come il mare e lei poteva vederci dentro quelle piccole casette gialle, umide di sale, che erano state costruite sulla costa in passato, e che ancora vengono costruite per rimanere meravigliosamente disabitate. Come una foto, proprio come una foto vedeva le case, una di fianco all’altra, in fila composta, lineari sotto la luna e davanti blu come non lo è mai, il mare. Nei suoi occhi d’acqua ondulanti respirava il mare, come se fosse solo lì e da nessun’altra parte.

Quando era arrivato in città era sperduto, ma si portava con sé una presenza invisibile e persistente; metteva in mostra quella baldanzosità che i cittadini invidiano alle persone che vivono sull’acqua. È sempre come se loro ne sapessero di più, dopo anni e anni di contemplazione silenziosa dell’abisso. Decise di innamorarsene perché lo meritava; meritava un uomo che la portasse a largo sulla terraferma. «Me ne pento? Quasi ogni giorno della mia vita, ma tornando indietro so che non avrei scelta se non innamorarmene nuovamente. Stefano mi ha rubato l’anima, mi ha spolpato la carne, lasciandomi solo le lische delle mie ossa, come un pesce scartato e vomitato dal flusso marino sulla spiaggia secca, ma ora so che è stata una cosa inevitabile. Inevitabile come ogni cosa che evidentemente accade».

Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso”. Stefano e il suo abisso erano l’abisso di Caterina. Aveva appena vent’anni e non era mai stata con uomo, e lo desiderava più di ogni cosa al mondo. Lui aveva un anno di esperienza in più e tanti segreti tra quelle mani salate che si muovevano veloci lavorando all’emporio della città.

«Per l’amor del cielo Caterina, lascia perdere! L’anno scorso è stato con Sonia, e poi sai, perfino Cecilia…» Caterina diventava viola di rabbia e gelosia quando le sue amiche la redarguivano sul comportamento che avrebbe dovuto tenere. Lei voleva amarlo perché era giunto il momento, perché ogni suo difetto era colpa del mare e dei suoi misteri. Era un uomo da capire e Caterina sarebbe stata in ricerca della sua parte migliore ogni giorno, come se fosse stato lui l’unico uomo da comprendere sulla faccia della terra. «Sono una testarda, lo sono sempre stata e allora feci di tutto per finire tra le sue braccia. Per questo quando quella prima notte mi ritrovai distesa nel suo letto appesantita meravigliosamente dal suo corpo sopra il mio, non me ne stupii più di tanto: sapevo che sarebbe successo».

Faticava a respirare, le sue membra esili tremavano e ansimava più per circostanza che per istinto. Non aveva fiato e piangeva. Provava dolore, dolore e nient’altro, come di un pungere costante e bruciante. Ma era felice Caterina, felice da impazzire e lo baciò per tutta la notte, anche quando si addormentò, anche quando entrambi si addormentarono. «Eppure non voglio che si parli d’amore. Desidero che sia chiara solo questa cosa: Stefano Roi fu il mio colombre mancato. Una bestia ingannevole che rubò la mia perla, al posto di donarmene una nuova, unica, preziosa. Stefano Roi era un egoista, l’uomo più egoista della terra e del mare. Non era un uomo coraggioso, non fu un avventuroso, non è stato un grande eroe perché ha deciso di lasciare tutto e andarsene per mare a inseguire la sua morte. Ha pensato solo a se stesso, solo a ciò che voleva, alla sua malsana curiosità di sapere cosa ci fosse dopo l’oltre, dopo il limite che la vita gli aveva imposto. Io sono piccola, debole ed esasperata e vivo da questa parte, dietro la barriera. Dunque sono limitata perché sono rimasta senza il mio colombre?».

Dopo quella notte Caterina dormì con lui tutte le notti di quell’unico anno in cui condivise la vita con Stefano. I suoi genitori seppero subito cos’era successo e non la vollero più in casa. Le sue amiche smisero di parlarle perché avevano desiderato ardentemente che quelle mani salate si fossero posate sulla loro pelle prima che sulla sua. Così restò con lui e solo con lui, il quale sembrava felice e soprattutto fingeva perfettamente di amarla. «Magari mi amò davvero, ma mai abbastanza. Mai abbastanza da scegliere me rispetto a tutto il resto».

Cominciò a parlare nel sonno circa un mese dopo la loro prima notte. «C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia e che viene dietro» biascicò. Caterina gli parlò, chiese, domandò cosa stesse succedendo, ma lui si limitò a rispondere: «Non è una favola» e lei non seppe mai se si trattò di una domanda o di un’affermazione.

Restò sveglia a chiedersi che cosa intendesse, cercando di escogitare un modo per farlo stare bene, la mattina successiva. Ma la mattina successiva Stefano non sembrò avere bisogno di consolazioni, si comportava come sempre; le diede un bacio inconsistente uscendo di casa per andare al lavoro. Lei viveva di quel bacio tutto il giorno, come se l’avesse sfiorata un’onda cristallina, e infatti durante la giornata, proprio come un’onda, quel bacio tornava, si ritirava, indietreggiava e poi tornava ancora a farsi sentire sulle sue labbra. «Mi sembrava di avere l’attenzione del grande Poseidone in persona, come se fossi amata da un Dio, da una forza primordiale di mare, terra e fango. Tutte le creature marine erano al mio servizio, io regina delle profondità. Io, che non l’avevo mai visto, il mare».

Le frasi nel buio non terminarono. Più o meno ogni cinque o sei giorni Stefano, con gli occhi sbarrati ripeteva: «C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia e che viene dietro» ancora, ancora e ancora. Caterina cercava di fare finta di niente ma quelle parole parevano una premonizione terribile, un’onda insormontabile. Stefano si faceva sempre più cupo e dunque una sera, dopo una cena terribilmente silenziosa, la ragazza accennò alla storia delle parole notturne. Stefano sbiancò e uscì di casa, biascicando un salato «Scusami». Restò fuori a passeggiare davanti casa per circa tre ore: la temperatura era fredda ma lui non pareva accorgersene. Intanto Caterina era in casa e piangeva. «Ho sempre avuto un carattere davvero brutto: testarda, chiusa, scorbutica e irriverente. Ma il mio aspetto peggiore era certamente quello che stavo mettendo in scena quella sera: totale incapacità di gestire la mia fragilità. Cosa ci poteva essere da piangere?».

Quando Stefano tornò le raccontò del colombre. Per un attimo ebbe paura di stare con un pazzo, ma poi si ricredette. Quell’essere sembrava terrorizzare davvero l’uomo che era diventato l’unico centro della sua vita. «È una favola» provò a dire. «Io l’ho visto» fu la risposta del giovane. «Dunque c’è questo essere che ti insegue perché vuole ucciderti, così, senza un senso?» cercava di mantenere la maggiore serietà possibile, ma una strana ironia traspariva dalla sua voce. «Avrei dovuto capirlo in quel momento che eravamo distanti anni luce l’uno dall’altra. Lui era mare e fantasia. Io ero terra e basta».

Fu assolutamente dal nulla che decise di andarsene. Non appena ricevette la notizia della morte del padre disse che doveva, doveva proprio partire, non c’era altra possibilità di scelta per lui. Il colombre, il colombre lo voleva, il mare lo chiamava indietro. Era passato esattamente un anno da quando Caterina si era trasferita da lui, da quanto avevo trasferito l’intera sua vita in lui. Le aveva lasciato quella enorme casa, dunque non avrebbe avuto bisogno di implorare i suoi di riprenderla con loro, ma lo fece lo stesso, perché era tremendamente sola. Non la vollero. E nemmeno le sue amiche che parevano divertirsi di quella situazione: l’avevano avvertita, ora doveva arrangiarsi. «Io tuttora non capisco e non capirò mai perché ogni persona della mia vita mi volse le spalle. Eppure, eppure lo rifarei. Non ho idea del perché ma lo rifarei, tutto quanto. Forse è stato l’abisso, è stato il colombre, anche io ho avuto il mio e lo rivendico. Come una pazza forsennata mi sono gettata alla ricerca di un non so che di terribile, qualcosa che speravo promettesse della meraviglia nascosta, come una perla: un amore».

Se ne andò da quella cittadina e raggiunse il mare. Aveva da parte qualcosina per potersi permettere quella fuga. «Non lo feci per cercare Stefano, giuro su Dio, su Poseidone e su tutte le forze marine!». Lo fece perché voleva vedere la linea geometrica e precisa delle case gialle sulla costa. Così quando arrivò in quel primo paese che si incontra sulla costa, voltò le spalle al mare, come una sfida, come per dimostrargli che non aveva paura di lui, perché aveva già conosciuto il suo vuoto nell’amore per Stefano Roi. Voltò le spalle al mare e si mise a guardare quelle case: era come guardare negli occhi di quell’uomo che l’aveva abbandonata. Poi si voltò leggermente verso destra e appurò che quella linea di case era davvero precisa, fino alla fine del litorale all’altra estremità. La schiuma delle onde era imperfetta e monotona, quella linea di case tutte meravigliosamente gialle era invece chiara, nitida senza errori. «Tutto quel tempo a pensare di amare il mare quando in realtà avrei dovuto apprezzare e profondamente amare di Stefano ciò che era umano. Ed era stato davvero umano solo e soltanto nella sua scelta di andarsene a rincorrere il suo infinito. Raggiunta quella consapevolezza decisi di non piangere più».

«Ora vivo qui, in una di quelle case che era rimasta disabitata: è gialla e non ha finestre sul mare, perciò l’unico indizio che mi permette di accertare la sua presenza sono quelle piccole incrostazioni di sale che scorgo ai piedi dell’uscio al mattino presto quando mi alzo per uscire. Per il resto per me è come se non ci fosse, il mare. Naturalmente mi sono informata accuratamente sull’eventuale esistenza del fantomatico colombre: “Il colmbre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro. A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste”. Ho anche scoperto che questo essere sta inseguendo Stefano Roi per donargli la vera felicità, e che lui sta scappando di oceano in oceano ignorando questa cosa. Io lo so, lui no. Dovrei avvertirlo che è il caso di fermarsi e ammirare il dono dell’abisso senza per forza esserne inghiottiti. Dovrei ma non posso. Non so dove sia, non so più chi sia Stefano Roi che sta dannando la sua vita per nulla. Mi dispiace per lui? Un po’. Ma la verità è che penso che se lo meriti. Si merita quella paura perché non ha saputo accontentarsi, nemmeno di me. Io ho saputo accontentarmi e ho accettato il limite. Ho accettato queste perfette geometrie umane di case e non comprenderò mai il totale disequilibrio della natura e del mare.

E infine mi è rimasto solo di essere stata catalogata nella categoria PRIMI AMORI di Stefano Roi, come se non fossi stata l’ultima donna che tentò di amare».

“Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.”

fepa-colombre

di Federica Tosadori

disegno di Giuditta Fullone

ispirato al racconto Il Colombre di Dino Buzzati

N.B.: tutti i pezzi del Vizio del mese: febbraio vogliono far rivivere personaggi secondari, spesso rimasti senza possibilità di parola.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele ha detto:

    Uno dei miei racconti preferiti, quello del Colombre, questa è un’aggiunta di tutto rispetto! Mi piace che sia proprio incastonato dentro al racconto con dei riferimenti diretti, incastonato come una piccola gemma che rifrange la luce in direzioni diverse e illumina spazi poco visibili, un personaggio degnissimo di essere considerato come terzo protagonista del racconto con una bella profondità… Mi sto lasciando viziare troppo da questo blog 🙂

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    1. Grazie Emanuele, è molto bello avere un riscontro 😊

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