L’amore è un fardello – Anna Ceccarello

Io la giornalista ho sempre sognato di farla. Mettermi lì, raccontare il mondo al mondo, spiegare nei minimi dettagli cosa andasse bene e cosa andasse male, scrivere di assassini, di politici corrotti, del mafioso pentito, del tifoso esagerato, del vicino di casa che ruba il gatto alla nonna del suo migliore amico per vestirlo da Batman e farlo conoscere al bambino malato terminale che vive nell’appartamento accanto al suo… Insomma, mi piaceva l’idea. Ho mandato curriculum a tutte le testate più importanti, le ho anche cercate su internet: “Giornali importanti Milano”. Ne sono uscite una ventina, ho comprato venti buste, ho stampato venti curriculum, ho comprato venti francobolli, ho leccato venti francobolli e ho scritto in bella grafia venti indirizzi differenti; ho pure inviato venti mail con allegato il mio curriculum a ogni giornale, così, per essere sicura lo ricevessero: non mi ha risposto nessuno. Ho pensato di arrendermi – non mi andava di accontentarmi e scrivere a uno di quei giornaletti di provincia che nemmeno la provincia conosce. Io volevo il nome in prima pagina, la sedia come ospite d’onore da Maria de Filippi, l’intervista seria a “Le invasioni Barbariche”, quella strappalacrime e patinata da Barbara D’Urso, l’irriverente servizio con scatti rubati di miei baci d’amore sulle pagine di qualche rivistina al prezzo di un caffè; volevo il successo, il rispetto e i soldi – soprattutto i soldi (e magari qualche premio da sfoggiare sulla credenza del bagno della mia villa al mare). Poi ho letto di un lavoro in un grande giornale. Non dicevano il nome, ma sembrava proprio quello che faceva al caso mio, veniva descritto come “il più letto da tutti gli italiani”. Del lavoro non se ne parlava molto, ma cosa vuoi che importi quando si tratta di un Grande Giornale? Ho mandato il curriculum, tempo tre settimane e avevo tra le mani un regolare contratto per entrare a far parte della redazione di quel gran giornale: il mio ruolo? Rispondere alla posta del cuore; il nome del giornale? Il Vento del Mattino.eva cornuta

Avrei rifiutato, giuro, fosse stato per me avrei rifiutato. Non ero mica fatta per quello io! Rispondere alla posta del cuore di un giornaletto che tutti si portano in giro e nessuno legge? Pff! Giammai! Nessuno ricorda mai i giornalisti dei giornali gratuiti, nessuno. Non era ciò che volevo, diamine! Ma cosa ci potevo fare, me lo dite? Le bollette, l’assicurazione della macchina e i coinquilini antipatici che pretendono l’affitto: ho accettato, ho dovuto accettare. A pensarci bene tutto sarebbe potuto andare a mio vantaggio, quell’assurdo contratto comprendeva un mensile regolare di tutto rispetto più un qualche premio a ogni articolo pubblicato. Il mensile regolare bastava e avanzava per tutte le mie spese e avrei avuto tutto il tempo per trovarmi IL posto di lavoro nel vero giornale, quello di serie A, oltre a una bella esperienza lavorativa da aggiungere al mio magro curriculum: sarebbe bastato omettere qualche dettaglio per rendere tutto meravigliosamente perfetto! Inoltre ero convita non mi avrebbe preso troppo tempo, il giornale esisteva relativamente da poco e poi chi mai chiederebbe consigli d’amore a un giornaletto da quattro soldi che viene regalato per strada da ometti con una pettorina come divisa?!? Centinaia, la risposta è centinaia. La prima settimana ho creduto si trattasse di posta arretrata, messaggini che vagavano per la redazione da che la redazione era stata formata, ma poi ci ho pensato bene e la redazione era stata creata quando? Due, quattro settimane prima del mio arrivo?!? Anche fossero precedenti era un numero più che considerevole, caspita! Ogni giorno mi venivano recapitate centinaia di e-mail – oltre a quelle assurde letterine scritte a mano con calligrafia tondeggiante – ogni giorno dovevo leggerne il maggior numero possibile, ogni giorno dovevo selezionare le migliori alle quali rispondere, ogni giorno dovevo trovare delle risposte. Per me l’amore è un fardello, non ci ho mai capito niente e mai ci capirò niente e quei messaggini non aiutavano proprio: erano tutte ragazzine in crisi ormonale con l’incessante bisogno di avere un orgasmo. Tante volte avrei voluto spiegar loro che un paio di dita avrebbero risolto tutti i loro gravi problemi. Ma no, non si fa! Il giornale pareva dovesse difendere una fantomatica reputazione, non si può distruggere così il sacro regime del giornale per le masse se si inizia a pubblicare consigli su come masturbarsi! La gente non si masturba, le donne non si masturbano e i ragazzini se lo fanno troppo diventano ciechi.

All’inizio mi impegnavo, giuro mi impegnavo un sacco; non che il lavoro mi piacesse, ero più terrorizzata da ciò che una collega mi aveva raccontato: il direttore – essere mitologico con cui non ho mai avuto contatti – ogni mattina alle nove in punto sedeva sul suo gabinetto nel suo bagno del suo ufficio e leggeva il suo giornale dal primo all’ultimo articolo senza saltarne neanche uno (nemmeno l’oroscopo) e a fine seduta alle dieci e trentacinque, usciva dal suo bagno del suo ufficio e convocava il suo segretario personale al quale avrebbe comunicato chi dei suoi giornalisti o redattori avrebbe ricevuto una sua nota di demerito per aver sgarrato qualcosa, qualsiasi cosa, anche un punto sfuggito alla correzione refusi. Praticamente un GrammarNazi della peggior specie.
Terrorizzata all’idea di essere licenziata ben prima di riuscire a pagare tutte le bollette, passai le mie prime due settimane a controllare io stessa ogni risposta e tutto andò liscio come l’olio fino al 14 ottobre.

Il 14 ottobre era un giovedì e avevo una forte influenza intestinale: cose che uscivano da sopra e da sotto, ogni mio orifizio giocava al gioco di chi la sparava più grossa, un vero inferno. Non ce la feci, scrissi una risposta veloce a una ragazzina che mi chiedeva come poteva dichiararsi al suo migliore amico e la inviai in stampa per poi scappare a casa dove, chiusa in bagno, conclusi la mia giornata. Il mattino successivo stavo molto meglio; uscita di casa per andare al lavoro presi una copia del giornale abbandonato su una panchina, con gesto meccanico aprii esattamente alla posta del cuore, diedi una veloce occhiata alla lettera per poi concentrarmi sulla mia risposta e lì l’orrore, un errore, un errore che faceva orrore. Un grande, enorme, gigante errore. Alla mia A mancava un’acca trasformando il mio verbo avere in una stupida proposizione senza senso. Entrai in ufficio alle nove e venti, l’esimio direttore doveva essere in bagno da almeno venti minuti. Arrivarono le dieci, poi le dieci e trenta e infine le dieci e trentacinque; alle dieci e quaranta iniziai a preparare la borsa, alle dieci e quarantaquattro vidi il segretario dell’egregio direttore passeggiare nella mia direzione, raccolsi la borsa, restai seduta in attesa della sua venuta: mi superò; alle dieci e cinquantacinque passò di nuovo superandomi ancora una volta. Alle undici e mezza non era successo ancora niente. Alle dodici e trenta andai a pranzo. Alle quindici e dieci nessuno mi aveva ancora licenziato: possibile che l’insigne direttore non si era accorto del mio verbo avere trasformatosi in proposizione?!? Il dubbio si insinuò in me, chiamai mia madre: «Ehi, mamma, come va? Sì? Bene sono conten… Sì certo, senti ma’ che te ne è parso dell’ultima mia risposta sul giornale? Ah, bella? Uhm… Non hai notato niente? Ah no, sì che mangio, no… Non ho bisogno di soldi, ok ma’ va bene, passo domenica, cià… Sì, cert… Cià ok, sì. Ciao!» Possibile che nemmeno lei se ne fosse accorta? La professoressa di italiano per eccellenza? Nemmeno lei? Possibile che fosse solo la mia copia ad avere quell’errore? Mi rivolsi alla mia collega, le chiesi una copia del giornale, l’aprii e l’orrore se ne stava fermo e stampato, c’era. Era lì e nessuno se n’era accorto? Ero davvero così fortunata? È stato in quel momento che ho capito la sacro santa verità: La Posta del Cuore non se la caga nessuno, nemmeno mia madre, nemmeno il direttore e – con tutta probabilità – nemmeno le mie quattordicenni in crisi d’astinenza davano un’occhiata alle mie risposte, era solo il piacere di scrivere a una qualche rivista, vivere uno spiraglio di popolarità con l’amichetta con la quale vantarsi! Ci scommetto il mignolo che sulle loro Smemorande le mie lettrici incollassero solo le loro domande omettendo alla grande tutta la parte riguardante la mia risposta. Fu così che smisi di impegnarmi, le risposte che davo erano sempre peggiori, il più delle volte contenevano errori madornali, da verbi coniugati “ad minchiam”, a veri e propri consigli stupidissimi, come quella volta che dissi ad una di saltellare su di un piede solo ogni giorno per venti minuti urlando “obladì obladà” per farsi crescere le tette. Non nascondo che tutta quella situazione mi stava divertendo non poco. Andò tutto bene, fino al 17 dicembre.

Il 17 dicembre decisi di rispondere a Eva, una ragazza che mi scriveva da che era nata la posta del cuore: ogni giorno mi arrivavano sue lettere, mi aveva raccontato del figlio della sua vicina che le faceva l’occhiolino, del cane e del gatto che litigavano ogni giorno, delle sue tette che non crescevano, della mamma cattiva e del padre severo, fino a quando non aveva iniziato a raccontarmi del suo nuovo fidanzato, un tamarretto da discoteca tutto abbronzato e con l’insana passione per le catene d’oro. A Eva non avevo mai risposto, non so bene per quale ragione, ma avevo come l’impressione si trattasse di uno scherzo: la sua vita e la sua ossessione alla mia posta del cuore non erano normali, no? E poi chi si chiama ancora EVA?!? E’ come quando incontri qualcuno che si chiama Genoveffina, mica credi sia il suo vero nome, no? Le risposi come facevo sempre in quel periodo – giuro di non aver esagerato – era da mesi ormai che rispondevo cagate e a un ovvio fake come Eva potevo rispondere come mi pareva.

“Cara Marisa, non so come comportarmi, sto così bene con lui, ma ho appena scoperto diversi suoi tradimenti. Non voglio lasciarlo, gli voglio tanto bene… Anzi no! Io lo amo! Voglio starci insieme per sempre, cosa possofare? Come posso perdonarlo ma allo stesso tempo fargli capire che non deve più tradirmi?
Eva.”

Eva.
Cara Eva.
Cara la mia Eva.
Cara la mia simpatica Eva.
Cara la mia cerva reale Eva.
Cara la mia muflona muschiata Eva.
Eva, mia cara… Che puoi fare per cambiarlo mi chiedi, che puoi fare?
Aspetta che dorma mia cara Eva, simpatica Eva, mia antilope Eva, mia orice d’Arabia Eva, aspetta che dorma, e appena dorme coccola il tuo caro amante Eva,  mio camoscio dell’Appennino Eva, mia impala Eva, mio kudu Eva, mia renna Eva, mio stambecco Eva, e dopo averlo coccolato mia gazzella Eva, prendi quel coltello da cucina, mio bufalo africano Eva, quello affilato che usi per disossare il pollo, mio caribù Eva, e tagliagli il pisello mia cara cornutissima Eva. Stanne certa, l’avrai cambiato per sempre.
Con amore e riconoscenza,
Marisa.”

Il 19 dicembre me ne stavo a casa e avevo deciso di fare un’opera di bene verso i miei coinquilini: avrei pulito la dispensa. Me ne stavo con la testa in mezzo ai cassetti delle verdure mentre la piccola televisione che tenevo accesa per farmi compagnia gracchiava le notizie del giorno; non ci facevo molto caso, solita gente, soliti discorsi, l’amore delle veline, incidenti per via del ghiaccio, il nuovo disco di Natale di Laura Pausini, uomini trovati morti dissanguati per via di un’evirazione effettuata mentre dormivano dalla fidanzata cornuta, allarme pioggia, allarme neve, cosa comprano gli italiani per Natale, i commercianti che si lamentano, i mariti in attesa, tanti auguri e care cose, dispensa pulita, mai stata più soddisfatta di me, un lavoro duro di quelli che ti fanno sudare e desiderare ardentemente una doccia rigenerante. Come dire di no a un desiderio tale? E proprio mentre mi sto per insaponare i capelli, suonano alla porta. Bestemmio. Chiudo l’acqua e mi infilo un accappatoio, uno a caso, penso sia del mio coinquilino, tanto non lo saprà mai.
Apro la porta: «Carabinieri». Chiudo la porta. Istigazione all’omicidio. Voi lo sapevate che esisteva l’istigazione all’omicidio? Sono stata accusata di istigazione all’omicidio e furto.
Ma il furto non c’entra niente, insomma, non è vero e proprio furto se vieni arrestato mentre indossi l’accappatoio del tuo coinquilino, no? Che diavolo ne potevo sapere io se quel pazzo aveva un accappatoio bordato d’oro – intendo oro-oro. Dai, chi mai si comprerebbe un accappatoio del genere? Dovrei smettere di farmi queste domande, finisce sempre male.

E’ che penso di non dovermi poi tanto lamentare; certo Eva è stata la mia sfortuna, Il Vento del Mattino e la posta del cuore mi hanno portato al carcere, ma alla fine non mi è andata poi così male… Ho avuto tutto ciò a cui più aspiravo: il nome in prima pagina, l’intervista seria a “Le invasioni Barbariche”, quella strappalacrime e patinata da Barbara D’Urso, l’irriverente servizio con scatti rubati di miei baci d’amore sulle pagine di qualche rivistina al prezzo di un caffè; sono arrivati pure i soldi insieme a un contratto per fare della mia storia un film, per non parlare della biografia sulla mia vita! Si è addirittura ventilata l’idea di fare della mia vita in carcere un docu-reality, chissà, potrebbe presentarlo Maria de Filippi, no? Lo vedremo.
Con amore e riconoscenza, Marisa.

 

di Anna Ceccarello

disegno di Giuditta Fullone

N.B. Il Vento del Mattino, un giornale gratuito, è l’elemento che unisce questo racconto e gli altri del Vizio del mese di ottobre. 

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