Se non per caso – Fepa

I luoghi, i fatti, le persone, i nomi di questo racconto sono assolutamente fantastici e non possono esservi trovati riferimenti con la realtà, se non per caso.
Sempre la solita frase che mi gira per la testa. Esisterà affermazione più falsa? Nessun riferimento, se non per caso. Questo è quello che scrivono all’ingresso di ogni libro, come se fosse il lasciapassare necessario per inoltrarsi più a fondo sbattendosi la porta alle spalle. Una sorta di formula magica per far aprire la grotta. Senza la parola d’ordine si resta nel mondo di qua, non si varca la soglia.
Non ci sono legami tra quello che vivo, quello che penso e quello che scrivo.
L’autore ci tiene a specificarlo: non c’è nessun collegamento con la realtà, se non per caso.
Sono seduto su una panchina al parco e sento una musica che arriva dalla via dietro al giardino. Forse un artista di strada. Non capisco, sembra stia suonando un’armonica. È un suono vibrante, distante. Chiudo gli occhi. Se non per caso. Ritorna quella frase. Non ci sono riferimenti. Riapro gli occhi.
C’è uno spazzino a pochi metri da me. Pulisce il viale dalle foglie secche. Macchie gialle, rosse, scricchiolanti, che si depositano sull’erba verde, ben curata. Il viale deve restare pulito.
Questo è un giardino per ricchi e il viale deve essere sgombro, chiaro, grigio, nel suo snodarsi tra gli alberi, le aiuole, i cespugli. Le signore il sabato mattina ci portano i loro nuvolosi cani infiocchettati e i ragazzi del palazzo residenziale sfilano ogni pomeriggio con i loro jeans firmati, le cartelle di scuola, tutte uguali. Le persone che passeggiano in questo parco sembrano assolutamente irreali. Lo sono, forse. Non ci sono legami con la realtà, se non per caso. Lo spazzino mi guarda, mi sorride, e poi ritorna a pulire il viale.
Un giorno parlerò di te, penso.
Ma dirò che nel mio racconto non potranno essere trovati riferimenti alla realtà, se non per caso. Eppure io avrò parlato di te e avrò mentito.
Mi alzo dalla panchina e imbocco il vialetto dalla parte già spolverata. Mi volto, riguardo lo spazzino che si è fermato e mi sta guardando a sua volta. Mi vedo nei suoi occhi. Vedo il mio volto, le mie parole in bilico sulle labbra. Non mi sorride più. È pensieroso ma i suoi occhi sono buoni, sono delicati. Torno a guardare di fronte a me: i miei passi, i mattoni grigi del viale, perfettamente allineati, geometrici. Il flauto nella mano. Lo porto alla bocca e inizio a suonare una musica irlandese.
Forse qualcuno sta pensando a me, ora. Perché no? Questo potrebbe essere un perfetto, canonico incipit di racconto: Daniele camminava sul viale alberato, un flauto alla bocca, perso in un ricordo lontano. Qualcuno potrebbe immaginarsi me, la mia coda di capelli rotondi, i miei occhi verdi, le mie labbra sul flauto. E scrivere di me. Di quel ragazzo che cammina, in un giardino fin troppo curato, tra palazzi di lusso nel centro città. Qualsiasi città. Tutte, nessuna. Ma non ci sarà nessun legame con la realtà. Nessuno. Se non per caso. Questo pensiero mi tormenta. Potrei benissimo essere il personaggio di un racconto senza mai scoprirlo.
Sento lo sguardo dello spazzino bruciare sul mio collo. Io e lui ci vediamo tutti i giorni. Lo conosco, ma non c’è contatto tra noi. Non c’è legame con niente, con nessuno, non ci sono riferimenti: tutto è slegato nella mia testa. Sento ancora la musica dalla via, il mio flauto è muto. Penso che vorrei andarmene da questo giardino, dalla faccia di gomma di questi cittadini arricchiti. Una via colorata, in un paese diverso, dove suonare il mio flauto, specchiarmi in palpitanti nuovi occhi, lasciare che parole più sicure stiano in bilico sulle mie labbra. Lontano. Dove di legami non ce ne sono davvero. Per poterne costruire di nuovi, di veri, dal nulla. E scappare da questa sensazione di prigionia, da questa tormentosa idea di essere un personaggio fittizio, creato da qualcuno che può decidere tutto quello che potrebbe accadermi da qui a un attimo. Mi sento finto, rinchiuso in questo mio inquietante vizio di sentirmi, di sentire tutto, come se fosse totalmente irreale.
E allora penso ad Alessia, al suo sorriso dolce. So che uno spiraglio di incontro è stato aperto. So che un collegamento con la realtà è stato creato. So che potrebbe esserci una via di fuga. E non è un caso.

Una lieve vibrazione del cellulare avverte Tatiana che qualcuno nell’universo sta cercando di contattarla. Daniele, Daniele, Daniele, ti prego fa che sia Daniele. Questo vuole Tatiana. Afferra il cellulare appoggiato alla scrivania ancora prima che questo smetta di vibrare sulla superficie liscia del mobile. Notifica di Facebook: un nuovo messaggio privato. Be’ questa volta è sicuramente Daniele, non può che essere lui, insomma, chi altri mai potrebbe inviarle un messaggio privato? Samuele. Samuele certo. Samuele. Ma perché questo continua a scriverle? Tatiana legge con delusione mista a fastidio le parole che Samuele ha pensato bene potessero interessarle: Com’è andata la festa? Saputo di Max e la sua ragazza? Che tipi. Sono al lavoro. Mi annoio come sempre. Ci vediamo domani? NO! Non lo vuole vedere. Non lo vuole vedere proprio. Samuele è noioso e internet-dipendente. Non si può fare una foto con lui che non finisca irrimediabilmente su Facebook. Si sarà mai reso conto del mondo non-tecnologico che gli gira intorno? No. Non lo vuole vedere. Ma Tatiana, dopo un quarto d’ora circa, risponde a Samuele, inserendo ben cinque emoticons (sorriso, occhiolino, occhiolino, sorriso grande, bacio): Ciao Samuu (sorriso). Caspita ti sei perso una festa pazzesca. Dario era completamente ubriaco. Per non parlare di Alessia (occhiolino)! Max… bhè me lo farei anche io! (occhiolino) Sì ci vediamo domani, colazione solita? (sorriso grande) Non vedo l’ora… mi sei mancato ieri sera!(bacio)Sbuffa. Ok, ha fatto il suo dovere.

Guarda l’orologio 16.47: l’ora di uscire. Alessia la starà già sicuramente aspettando all’entrata del centro commerciale. Lei arriva sempre prima. Lei arriva sempre prima in tutto. Ma è timida, introversa, e anche fisicamente non può esserci paragone tra loro. Tatiana si veste: pantacollant e vestitino, quello stretto. Il suo corpo è snello, sinuoso, se lo può permettere. I ragazzi che si girano sempre quando passa e la guardano insistentemente lo confermano. Con Alessia non funziona così: nessuno si gira per lei. E Daniele? Be’, Daniele si farà vivo. L’ha colpito di certo, come avrebbe potuto non farlo d’altronde? Basta un minimo di senso estetico! Si guarda allo specchio. Tatiana di senso estetico ne ha da vendere. Si sistema i capelli castani, lisci sulle spalle, si spettina un po’ la frangia, si trucca di nero – tanto nero – gli occhi azzurri, un filo di lucidalabbra: stupenda! Si sorride allo specchio… ma Daniele? Sospira ripensando a lui, al suo sorriso dolce e brillante, ai suoi occhi luminosi, ai suoi capelli scuri raccolti in una coda. Si farà sentire sicuramente. Esce di casa alle 16.50. Solo un po’ di ritardo. Il cellulare vibra nella borsetta. Ecco, è lui! Messaggio. Alessia: Dove sei finitaa? Che palle! Non la sopporta Alessia quando non ha pazienza. Attraversa la strada. Il centro commerciale è proprio lì di fronte.Alessia sta aspettando Tatiana da tre quarti d’ora circa. L’appuntamento era alle 16.30, ma lei arriva sempre un quarto d’ora prima, anche se sa che Tatiana di media ha 20 minuti di ritardo. Non importa, in fondo non le pesa aspettare. Ha sempre aspettato un sacco di cose: tram, autobus, il suo turno per il bagno, che i ragazzi la notassero, che a scuola smettessero di rivolgersi a lei marchiandola come la cicciona. Ora sta aspettando Tatiana… e forse qualcos’altro. Le manda un sms: Dove sei finitaa? Messaggio inviato. Tre minuti dopo la vede arrivare dall’altra parte della strada. Un vestito rosa, in tinta con la borsa, passo sicuro, sorride. I ragazzi si girano quando passa. Alessia è abituata a sentirsi l’amica brutta, ormai non ne soffre più, è serena in fondo. Tatiana è la sua migliore amica, le vuole bene davvero e non le importa poi tanto di quello che la gente pensa.
Si alza e va incontro all’amica. Passa di fianco ad una vetrina e si guarda riflessa nel vetro. Due grandi occhi di un marrone morbido, caldo, la fissano di rimando e osservano le sue labbra carnose che nascondono un sorriso splendente, i suoi capelli lunghi mossi, spessi. Le piace in fondo quel riflesso. Le sue forme? Quelle forse le piacciono meno. Si guarda la pancia e pensa a lui, al suo sorriso dolce, fissato indelebile dietro ai suoi occhi.

«Allora, quando inizi i corsi?» Tatiana rivolge qualche domanda ad Alessia, ma pensa ad altro.

Alessia risponde guardando l’amica che continua a girarsi verso il suo riflesso sul vetro. Tatiana si specchia e osserva il riflesso di Alessia, constatando quanto siano profondamente diverse. Alessia sente quasi fisicamente la distrazione dell’amica. La richiama a sé, sorride. «Ti sta molto bene quel vestito!». L’estate è praticamente finita, l’ultimo sole caldo permette alle ragazze di portare alla luce ancora qualche angolo di pelle e, insieme alla pelle, si illuminano i ricordi freschi della vacanza trascorsa insieme settimane prima. Lo sa Tatiana che quel vestito le sta bene e sorride ad Alessia.
Le due ragazze sorseggiano il tè freddo e qualche secondo di silenzio cala tra loro. In vacanza hanno conosciuto Daniele. E ripensarci ora le fa sprofondare in un luogo rarefatto, un posto nascosto dietro alla mente, dove si depositano gli attimi più saporiti, quelli più musicali, quelli che proprio in quel luogo si trasformano e si imprimono diversi rispetto a come ci sono arrivati. Alessia osserva l’amica con la coda dell’occhio. I suoi lineamenti regolari, le curve sottili delle sue guance.
Tatiana… ripensavo alla vacanza… la mia mente torna sempre lì! Ti ricordi quella sera che hai bevuto più del solito, e ti sei addormentata sui divanetti del locale… io e Daniele siamo rimasti svegli e… abbiamo fatto un giro insieme, sul fiume… lui mi ha raccontato che se ne vuole andare dalla sua città, che vuole incontrare nuova gente, creare un legame vero… mi ha fatto degli strani discorsi. Mi ha parlato di questa sua strana teoria, tipo che secondo lui noi, io, te, potremmo essere personaggi di un racconto, che in questo momento qualcuno potrebbe parlare di noi, scrivere di noi due qui, sedute in questo bar… mi ha detto che questa cosa lo spaventa da matti, per questo vorrebbe scappare da questa sensazione di finzione… ci hai mai pensato tu? Cose strane no? Ti piacerebbe che qualcuno parlasse di te in un racconto?»
Tatiana si è girata con uno scatto verso quella ragazza seduta di fronte a lei, che improvvisamente ha pronunciato quel nome, quel nome che continua a tormentarla da un mese, due forse. Alessia parla: dice cose che Tatiana non capisce. Frasi a pezzi, intervallate da infinite pause. Non se la ricorda tanto bene quella sera. Ricorda solo che si era trovata a pochi centimetri dalle labbra di Daniele, che le aveva quasi sfiorate. Ma non ricorda più nulla, non ricorda quel viso, quei capelli, che ad un certo punto erano spariti e lei aveva chiuso gli occhi soltanto un attimo…
«Insomma, lui mi ha parlato di tutte queste cose e io mi sono lasciata influenzare, sai come sono… ho cominciato a sentire una voce nella mia testa che descriveva le mie mosse, i miei movimenti, i miei pensieri… e allora mi sono sentita anche io in un racconto, ma la sensazione mi piaceva, non mi sentivo in trappola, come Daniele, mi sentivo più libera anzi… più libera anche di sbagliare… forse è per questo che… be’, dopo il giro sul fiume siamo tornati in ostello. Eravamo stanchi, volevamo solo dormire… però tu e gli altri non eravate ancora tornati… e Daniele mi ha accompagnata nella mia stanza. Gli ho detto che non ci credo: non credo che scappare sia la cosa giusta, non credo che si possano creare dei legami veri con la realtà, e nemmeno tra le persone, perché c’è sempre un margine in cui le cose non vanno, in cui le cose non sono come pensiamo, in cui le persone sono diverse da come ci aspettiamo. Gli ho detto che sono convinta che prima o poi i legami si spezzano… prima o poi, magari in un istante, in una notte che sembra come tante altre, il meccanismo salta, si rompe… come quando un bicchiere bagnato scivola dalle mani e cade. Va in mille pezzi e non si può aggiustare… proprio come succede in un racconto, no? Ad un certo punto succede qualcosa che fa cambiare tutte le carte in tavola, qualcosa che il lettore vuole, un cambiamento necessario che renda il racconto… entusiasmante. Forse per questo poi… abbiamo fatto l’amore».
Tatiana è rimasta immobile. Ha guardato Alessia, ha visto tutte le sue parole, una ad una, come se uscissero solide dalla sua bocca, dai suoi occhi che non la guardano. Sa che Alessia non è mai stata con nessuno, sa che non ha mai avuto un ragazzo, o meglio che non ne aveva mai avuti prima di… Daniele.
Alessia sente che l’amica sta zitta, non dice una parola, non un commento. Pensa che continuare a parlare possa scacciare quello strano imbarazzo che si è creato tra loro.
«Insomma è stato… così strano. Mi sono sentita un’altra persona, un persona diversa. Ho avvertito come uno strappo, una rottura. È un punto di non ritorno. Ho pensato a tutte le donne della mia vita: a mia madre, a mia nonna, a te… mi sono sentita così… felice… di essere me stessa, di avere la capacità di avvertire così profondamente il passaggio da un modo di essere ad un altro. È stato come giungere ad una nuova consapevolezza. Un dolore di rottura… un dolore di unione. Ed è successo tutto con quella voce nella mia testa che descriveva i miei gesti, i miei sussurri…».
Ora Alessia ha alzato la testa, e sta guardando Tatiana negli occhi. Si sente vuota Tatiana. Il cellulare vibra, ma non se ne accorge nemmeno più. Tanto Daniele non può essere, ormai ne è consapevole. Le parole di Alessia le sono giunte da un altro universo. Da un posto che non è il suo. Quasi fa fatica a ricordarsi la sua prima volta, con quel ragazzo, Riccardo. Insomma, un’immagine lontana, forse piacevole, sbiadita. Non se le ricorda tutte quelle emozioni che Alessia le ha descritto. Daniele l’aveva guardata a lungo, le aveva sorriso, le aveva parlato, l’aveva sfiorata, aveva scherzato con lei e le aveva chiesto il contatto Facebook. Si erano sentiti e lei era convinta che si sarebbero rivisti, sarebbero usciti insieme, sarebbe nato qualcosa… Lei era bella: avrebbe potuto permettersi tanto, tutto. E ora quella ragazza, che doveva essere la sua amica di sempre, la sua grassa, solita amica di sempre, era arrivata prima di lei. Ancora una volta. Aveva stracciato quella patina di gomma in cui sembrava essersi rifugiata da sempre e per sempre, e aveva creato quel contatto di un istante. Un legame, casuale, ma pur sempre un legame. Un incontro.
Non ha ancora detto niente. Non sa cosa dire. Dovrebbe essere felice, abbracciarla quell’amica. Ma non sa come muoversi. Alessia sorride tristemente. «Ed è finito, insomma, non ci rivedremo mai più probabilmente. Avevo ragione vedi: le cose si rompono, i legami si spezzano, non resta niente. I racconti, anche quelli più belli, anche quelli che ti restano dentro, finiscono».

Mentre Tatiana cammina verso casa, il suo cellulare vibra nella tasca della borsa. Daniele. Tatiana ha ancora un speranza. Magari Alessia si è semplicemente inventata tutto, o magari Daniele l’ha solo presa in giro, con tutte quelle parole filosofiche. Così, tanto per divertirsi. Insomma, potrebbe essere davvero lui, perché no? Velocemente sfila il cellulare dalla tasca della borsa: un sms. Perde ogni speranza tutto d’un tratto. È Alessia: credo di essere incinta.

Tatiana scoppia a ridere. Così, in mezzo alla strada, tra i passanti. All’improvviso il pensiero di Alessia incinta la fa impazzire dal ridere. Alessia è una stupida, questa è la verità.
Ma una coda di capelli ricci spunta nei suoi pensieri, accanto al viso di Alessia: Daniele. Daniele è l’unico uomo di Alessia, Daniele è l’unico padre possibile. Daniele è tutto eternamente suo. Legato ad Alessia in modo inscindibile: un anello nell’altro, un legame che non può rompersi, sfaldarsi, sciogliersi. Una paternità. Qualcosa che anche se non si coltiva c’è, rimane per forza, impresso da qualche parte nella carne, nel fondo degli occhi.
Alessia ha scritto credo. Magari è solo un ritardo, solo uno sbaglio, uno scherzo, un errore.
Apre il portone di casa. Non le risponde. Cosa dovrebbe scriverle? Congratulazioni!? Farà finta di non averlo letto, magari di non averlo proprio ricevuto. E Alessia non le dirà niente perché è troppo buona, perché… è una senza palle, questa è la verità.
Sale in ascensore. Vibrazione. Tatiana si guarda allo specchio. I suoi occhi sono azzurri di un azzurro scuro, profondo, che scava, va giù, giù in profondità. E dove arriva? Per un millesimo di secondo Tatiana sente una voce che proviene dalla sua mente, o da un posto più lontano. Una voce che parla di lei. Dei suoi occhi azzurro scuro, delle lacrime appiccicate, incrostate, desiderose di scivolare via da quel nascondiglio blu. Un secondo, e poi si arrabbia con se stessa. Che idee senza senso. Prende il cellulare tra le mani. Non può essere ancora Alessia. Sorride ironicamente per un istante e pensa che se questo fosse un racconto, ora a scriverle dovrebbe essere Samuele…
Samuele: Cazzo! Credo che Marisa sia appena morta!
Ma chi cacchio è Marisa?!
di Federica Tosadori SECONDO NUMERO
disegni di Matteo Mazzucchi e Annalisa Castelli

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